Homepage » Blog » Al Museo per una cultura di pace

Al Museo per una cultura di pace

«La pace è un principio pratico di umanità»
Maria Montessori, in Educazione e Pace, 1949

Da sempre l’uomo desidera vivere in pace eppure, anche oggi, a molte persone, comunità e Stati questa condizione è preclusa. A guardare le decine di conflitti che si combattono nei diversi continenti e le derive a cui si potrebbe arrivare, cuori e menti sono affollati da sentimenti e pensieri come paura, tristezza, compassione, sconforto e frustrazione. Ma la pace bisogna costruirla sempre, anche quando sembra impossibile.

Al Museo Popoli e Culture, ad esempio, veicoliamo una cultura della pace soprattutto attraverso le proposte educative, tutte pensate per attivare comportamenti di condivisione, di generosità e di rispetto. Ci sono poi alcuni oggetti della collezione che parlano di pace in modo specifico, sottolineandone alcuni aspetti correlati, e qui mi concentrerò in particolare su tre di essi.

La prima associazione è con il concetto di non violenza. In occasione della Giornata Mondiale per la pace del 2017 Papa Francesco ricordava che la nonviolenza praticata con decisione e coerenza ha portato a risultati impressionanti: «i successi ottenuti dal Mahatma Gandhi e Khan Abdul Ghaffar Khan nella liberazione dell’India, e da Martin Luther King Jr contro la discriminazione razziale non saranno mai dimenticati».

Questo principio è anche uno dei principali ideali su cui si basa il buddhismo e al Museo c’è un’intera sezione dedicata a questa filosofia. In particolare, la statua cinese che raffigura Buddha seduto trasmette già a prima vista un profondo senso di pace. Gli occhi, ad esempio, sono socchiusi, segno di meditazione e di sguardo interiore. Per esercitare la non violenza occorre infatti innanzitutto essere in ascolto di sé stessi, per diventare persone più consapevoli e compassionevoli, aprendo, nel proprio piccolo, le porte a un mondo di pace.

Un’altra declinazione di questo tema è quella della relazione pacifica tra le comunità e la terra. Nel libro Amazzonia. Gli Yanomami e il mondo degli altri, Corrado Dalmonego e Paolo Moiola scrivono:

«Per gli indigeni amazzonici la foresta è tutto. È fonte di vita. Offre l’aria per respirare, la pioggia per seminare, il fiume per navigare e pescare, gli animali per cacciare. In essa gli indigeni trovano la cura per le malattie, le foglie per coprire i tetti delle abitazioni, il legno per costruire e quello per cucinare sul fuoco. Nella foresta trovano insomma tutte le risorse necessarie per la vita. […] Quelle indigene sono pratiche che ci mettono nell’ottica del rispetto e della cura della Casa comune, della difesa della terra e della promozione della vita in tutte le sue manifestazioni».

Al Museo ci sono alcuni oggetti appartenuti alla comunità dei Saterè-Mawè, che vive nella foresta amazzonica Brasiliana; in particolare i cesti in vimini per contenere i cibi e per uso quotidiano ci parlano di un utilizzo creativo ma rispettoso di ciò che la natura mette a disposizione. Ma questo legame indissolubile rischia di spezzarsi. Samela Sateré-Mawé, studentessa in biologia e giovane attivista, è convinta infatti che se la foresta muore moriranno anche le comunità che la abitano. Insieme a lei, tutta la comunità dei Sateré-Mawé è impegnata nella lotta in difesa della foresta per continuare a vivere in pace e armonia.

La terza declinazione che ho individuato viene dal cartiglio della carta generale della Cina, che si trova all’interno del Novus Atlas Sinensis, il primo atlante geografico del Paese del Dragone arrivato in Europa, realizzato dal gesuita Martino Martini e pubblicato ad Amsterdam nel 1655. In questo cartiglio ci sono due coppie, composte da un uomo e una donna e due bambini, in mezzo a decorazioni arboree in cui si riconoscono tante piante diverse, tra cui il riso. A differenza dei cartigli europei, in questo mancano le armi; qui sono rappresentate solo pace e produttività. In questo piccolo disegno sono contenuti tanti messaggi. Secondo alcuni studiosi, ad esempio, la duplicazione dei soggetti probabilmente rimanda al proverbio cinese “le cose buone si presentano sempre a coppie”.

L’interpretazione che ne do io è legata al benessere di uno Stato che consegue ad azioni di buona politica. Sempre secondo uno dei discorsi del Papa in occasione della Giornata Mondiale della Pace servono infatti «politiche efficaci che promuovano il principio della fraternità, assicurando alle persone di accedere ai capitali, ai servizi, alle risorse educative, sanitarie, tecnologiche».

Al Museo si può dunque imparare e sperimentare in prima persona che se si riconosce l’altro (natura compresa) come un fratello di cui prendersi cura, si attua quel «principio pratico di umanità» richiamato da Maria Montessori, e la pace diventa azione concreta.

di Paola Rampoldi
Curatrice del Museo Popoli e Culture

Articoli correlati

Disclosure Day: quando la rivelazione riguarda noi stessi

Flee: fuggire per (ri)trovare casa

Nomadland: le periferie invisibili dell’anima

The Old Oak: Ken Loach e il senso ritrovato di comunità