Di Valentina Venturini
teologa ed educatrice presso la sede di Busto Arsizio dell’Ufficio Educazione Mondialità
Quando pensiamo alla condizione del rifugiato pensiamo subito a una persona che lascia un luogo pieno di sofferenza e terrore per cercare riparo in un’altra nazione, in mezzo a un altro popolo. Ma se il luogo pieno di sofferenza fosse la nostra vita? Dove potremmo scappare e dove troveremmo rifugio? Queste le domande che affliggono Mosè e che arrivano così forti alle orecchie del nostro Creatore da spingerlo a mandare un suo messaggero a rincuorarci, riportando le sue stesse parole di amore e dedizione verso le sue creature.
Salmo 90
Preghiera. Di Mosè, uomo di Dio. Signore, tu sei stato per noi un rifugio di generazione in generazione. Prima che nascessero i monti e la terra e il mondo fossero generati, da sempre e per sempre tu sei, Dio. Tu fai ritornare l’uomo in polvere e dici: “Ritornate, figli dell’uomo”. Ai tuoi occhi, mille anni sono come il giorno di ieri che è passato, come un turno di veglia nella notte. Li annienti: li sommergi nel sonno; sono come l’erba che germoglia al mattino: al mattino fiorisce, germoglia, alla sera è falciata e dissecca. Perché siamo distrutti dalla tua ira, siamo atterriti dal tuo furore. Davanti a te poni le nostre colpe, i nostri peccati occulti alla luce del tuo volto. Tutti i nostri giorni svaniscono per la tua ira, finiamo i nostri anni come un soffio. Gli anni della nostra vita sono settanta, ottanta per i più robusti, ma quasi tutti sono fatica, dolore; passano presto e noi ci dileguiamo. Chi conosce l’impeto della tua ira, tuo sdegno, con il timore a te dovuto? Insegnaci a contare i nostri giorni e giungeremo alla sapienza del cuore. Volgiti, Signore; fino a quando? Muoviti a pietà dei tuoi servi. Saziaci al mattino con la tua grazia: esulteremo e gioiremo per tutti i nostri giorni. Rendici la gioia per i giorni di afflizione, per gli anni in cui abbiamo visto la sventura. Si manifesti ai tuoi servi la tua opera e la tua gloria ai loro figli. Sia su di noi la bontà del Signore, nostro Dio: rafforza per noi l’opera delle nostre mani, l’opera delle nostre mani rafforza.
Salmo 91
Tu che abiti al riparo dell’Altissimo e dimori all’ombra dell’Onnipotente, dì al Signore: “Mio rifugio e mia fortezza, mio Dio, in cui confido”. Egli ti libererà dal laccio del cacciatore, dalla peste che distrugge. Ti coprirà con le sue penne, sotto le sue ali troverai rifugio. La sua fedeltà ti sarà scudo e corazza; non temerai i terrori della notte né la freccia che vola di giorno, la peste che vaga nelle tenebre, lo sterminio che devasta a mezzogiorno. Mille cadranno al tuo fianco e diecimila alla tua destra; ma nulla ti potrà colpire. Solo che tu guardi, con i tuoi occhi vedrai il castigo degli empi. Poiché tuo rifugio è il Signore e hai fatto dell’Altissimo la tua dimora, non ti potrà colpire la sventura, nessun colpo cadrà sulla tua tenda. Egli darà ordine ai suoi angeli di custodirti in tutti i tuoi passi. Sulle loro mani ti porteranno perché non inciampi nella pietra il tuo piede. Camminerai su aspidi e vipere, schiaccerai leoni e draghi. Lo salverò, perché a me si è affidato; lo esalterò, perché ha conosciuto il mio nome. Mi invocherà e gli darò risposta; presso di lui sarò nella sventura, lo salverò e lo renderò glorioso. Lo sazierò di lunghi giorni e gli mostrerò la mia salvezza.
Il libro dei Salmi: porta d’accesso al mondo divino
Il libro dei Salmi è, per me, IL LIBRO. Penso che al suo interno si possano trovare tutte le domande e le questioni che affliggono gli esseri umani da sempre e per sempre lo faranno. Ma, sempre al suo interno, si trovano le risposte, le speranze, le certezze. Il libro dei Salmi riesce a trasmettere quel senso di eternità, quell’apertura verso il mondo divino, in una forma poetica che arriva dritta al cuore.
Le troppe poche volte che ho partecipato alla liturgia delle ore in qualche comunità monastica o fraternità, il momento che ho sempre preferito è stato quello della recita a due voci del salmo o dei salmi del giorno. Sono stati momenti di rara intensità, soprattutto se penso alla recita notturna delle Vigilie con la comunità cistercense di Valserena: tutto è buio, la mente è ottenebrata dal sonno, ma tu sei lì e la tua voce legge le magnifiche parole che riportano a un tempo fuori dal tempo, un mondo perfetto nella creazione divina prima che tutto abbia inizio. Ti senti nell’alef del tempo.
L’alef: la lettera del silenzio e del tempo prima della creazione
L’alef, la prima lettera dell’alfabeto ebraico non ha suono. A differenza della nostra h, che si usa poco, l’alef è una lettera comunissima, ma mantiene questa sua caratteristica in ogni parola. Probabilmente è per questo che la tradizione ebraica la collega al mondo che c’era prima della creazione: è la lettera che rimanda a qualcosa che era prima dei tempi, la lettera del silenzio, la lettera di Dio. Non a caso, il primo libro della Torah, la Genesi, inizia con la seconda lettera dell’alfabeto, bet.
Attraverso i Salmi sono riuscita ad assaporare questo tempo dell’alef, ecco perché ho sempre considerato questo libro la chiave di accesso al mondo divino (dal punto di vista umano, ovviamente).
Il lamento di Mosè: settant’anni di fatica alla soglia della terra promessa
Questo mondo divino, “altro”, è ciò che Mosè stesso, nel Salmo 90, richiama e brama. Forse è ciò che, nel secondo versetto, definisce “dimora (o rifugio) di generazione in generazione”. Mosè rimanda a un mondo previo, quello che sta nel cuore di Dio: quel Dio che c’era prima che il mondo nascesse, dove il tempo ha unità differenti dalle nostre. L’uomo sconfortato che ha votato l’intera vita a una causa mai raggiunta, instravista solo da lontano (la terra promessa) sente che la vita delle creature conta poco se dura l’equivalente di un battito di ciglia.
Mosè in questo salmo è sconsolato, provato dagli anni e dalle vicende della vita, nonostante venga presentato all’inizio del salmo come “uomo di Dio” e quindi, potremmo pensare, in una posizione privilegiata. Ma anche lui, l’uomo che nella tradizione ebraica è stato il più vicino di sempre a Dio, è fatto di carne e ossa e può sentirsi oppresso dalle difficoltà della vita e dai fallimenti che a volte sembrano più numerosi e ingombranti dei successi.
Mosè si chiede, in sostanza, che senso abbia il nostro vivere, non in maniera fatalista, bensì con la speranza di tornare presto a sentirsi protetto da quel Dio che da sempre è lì per il suo popolo e che può manifestare la sua vicinanza rafforzando l’opera delle mani dell’uomo.
La risposta divina: il Salmo 91 come voce dell’angelo
Il lamento di Mosè non resta senza risposta. Due secoli fa Malbim, rabbino originario dell’attuale Ucraina, ha collegato questi due salmi considerando il 91 come la risposta alla preghiera del 90. Nello specifico ha immaginato che la risposta venga data da un messaggero divino, forse un angelo, con il compito di assicurare al servo Mosè che la sua anima, come quelle di tutto il genere umano, risiede nell’Altissimo e dimora all’ombra dell’Onnipotente.
Gli uomini non sono quelle creature insignificanti che Mosè ha immaginato: sono talmente importanti che, se fanno ritorno a Dio, se a lui si affidano, possono stare in mezzo alle peggiori condizioni senza che venga fatto loro nulla. Per ciascuno degli esseri umani è possibile intessere una relazione personale con Dio: questa è la chiave per raggiungere il rifugio sicuro che è stato preparato per noi. Le condizioni difficili che l’uomo attraversa devono essere lo sprone per pregare il Signore. Riecco così uno dei grandi temi biblici: tornare al Signore. Se ritorniamo a lui, se a lui ci affidiamo, ci sarà un posto anche per noi alla sua mensa.
Bellissimo, negli ultimi tre versetti del salmo, il cambio di prospettiva, il cambio del narratore: Dio stesso parla e ci rassicura che se lo preghiamo verremo ascoltati. Ecco una mia traduzione quasi letterale di questi versetti nei quali Dio parla dell’uomo che lo invoca:
Poiché me ha desiderato/bramato
io lo solleverò (nel senso di sollevare da una obbligazione, liberare)
io lo porrò in alto/nelle altezze inaccessibili, poiché egli conosce il mio nome.Lascia che mi invochi, così potrò rispondergli
con lui io sarò nella sventura
lo salverò e lo onorerò/gli offrirò ristoro.Con lunghi giorni lo sazierò
e gli mostrerò la mia salvezza.
Ognuno di noi scappa da qualche peste, qualche sterminio. C’è chi, purtroppo, ancora oggi deve farlo nel senso fisico del termine, fuggendo da guerre e violenze collettive o personali. E c’è chi deve farlo facendo i conti, a volte non meno salati, con le vicende della vita. Per tutti questi casi non c’è risposta né rimedio completo al male vissuto, subìto o provocato. Ma per tutti c’è un Dio che esiste, che ci ama e ci attende.