Di Valentina Venturini
teologa ed educatrice presso la sede di Busto Arsizio dell’Ufficio Educazione Mondialità
Quest’anno due periodi forti della religione cristiana, la Quaresima, e della religione musulmana, il mese di Ramadan, sono andati di pari passo, iniziando e finendo a pochi giorni di distanza. Vorrei provare a individuare qualche elemento cruciale di questi due tempi sacri facendomi aiutare dai ragazzi che ogni giorno frequentano Time Out, il doposcuola del Pime nelle sedi di Milano e Busto Arsizio. Si sono prestati a fare due chiacchiere con me per raccontarmi come vivono questi periodi dell’anno.
Ramadan: il mese sacro del digiuno nell’Islam
Ramadan è il nome di uno dei mesi del calendario tradizionale del mondo islamico, il nono per la precisione. È il mese in cui i fedeli osservano il digiuno e una preghiera più intensa. Il calendario islamico, a differenza del nostro che si basa sui ritmi del sole, è lunare. Le giornate iniziano la sera con il primo avvistamento della luna.
La pratica del digiuno è uno dei cosiddetti cinque pilastri dell’Islam. Comincia dopo un primo pasto abbondante (suhur) che precede la preghiera del mattino (al-Fajr) e termina al tramonto con il pasto chiamato iftar, seguito dalla quarta preghiera della giornata (al-Maghrib). Al digiuno inteso come astensione dal cibo e dalle bevande – acqua compresa – si aggiunge l’astensione dai litigi, dai rapporti sessuali e da tutti i comportamenti ritenuti vani o osceni.
Ci sono chiaramente una serie di casistiche specifiche e categorie di persone esenti da tale obbligo (anziani, bambini, malati…) e situazioni previste dalla legge islamica di interruzione – volontaria o non – del digiuno che prevedono il recupero dei giorni durante i quali non si è digiunato oppure il pagamento di una vera e propria ammenda, ad esempio dare da mangiare a sessanta poveri.
Le voci dei ragazzi musulmani: M. e J. raccontano il loro Ramadan
Ho chiesto a due ragazzi di raccontarmi qualcosa su come vivono il Ramadan e li ringrazio davvero per la chiacchierata.
M. ha 18 anni, è arrivato circa cinque anni fa dal Bangladesh con la sua famiglia. Alla mia domanda se crede in Dio in maniera convinta o se segue la tradizione della sua famiglia, risponde che ci crede in prima persona, non solo perché la sua famiglia è religiosa: “Credo in Allah perché mi hanno insegnato così”.
J. ha 17 anni, famiglia originaria del Marocco e vive in Italia da quando è piccolo. Lui, alla stessa domanda, mi dice di crederci… a modo suo! “Credo in qualcuno ma ho un’idea più aperta: finché credo in una ‘forza sovrannaturale’ mi comporterò di conseguenza, ma non sento di orientare tutta la mia vita verso questa. Per me questa forza sovrannaturale è Allah ma il suo nome non è solo Allah: potrebbe essere il Dio cristiano o Buddha. Per me la differenza è nel nostro modo di pregare ma poi quella forza sovrannaturale è la medesima, anche se la immaginiamo in modi diversi”.
Quest’estate, mentre era in moschea in Marocco, un adulto ha richiamato dei bambini che stavano facendo rumore ed è stato sgridato da altri adulti! Questo, pensando alle nostre chiese, ci dovrebbe far riflettere.
I bambini e il Ramadan: tra emulazione e gioco
Mi raccontano che sotto i 14 anni non è obbligatorio rispettare il digiuno e che loro hanno iniziato a quell’età. Entrambi, però, hanno provato anche prima, più che altro per emulare i genitori e sentirsi grandi. M. mi racconta che a volte ci sono bambini piccoli che chiedono di fare il Ramadan perché vogliono vivere questa cosa bella che vedono fare ai grandi. Così alcune famiglie si inventano dei giochi o dei cibi “permessi” e altri “non permessi” in modo da fargli credere di fare una sorta di digiuno pur non facendolo realmente.
Purtroppo ci sono persone che forzano i figli a fare il digiuno anche quando sono piccoli: sono casi estremi e per fortuna rari, ma ci sono, anche se non potrebbero. Osserva M.: così rischi di allontanare i bambini dalla religione perché la vivono come una cosa dura, brutta e difficile. “Quando vado in moschea ci sono sempre i bambini che fanno baccano e nessuno dice nulla perché è giusto che si divertano, sono bambini e così restano vicini all’Islam, altrimenti vivrebbero quel posto come noioso”. J. racconta che quest’estate, mentre era in moschea in Marocco, un adulto ha richiamato dei bambini che stavano facendo rumore ed è stato sgridato da altri adulti! Questo, pensando alle nostre chiese, ci dovrebbe far riflettere.
L’esperienza del digiuno: orgoglio, connessione e prova di resistenza
Uno degli obiettivi del Ramadan, spiegano J. e M., è quello di imparare a vivere come gli altri, in particolare i meno fortunati, che magari non hanno cibo.
J. racconta che quando pratica il digiuno di Ramadan si sente bene, orgoglioso. “Sono riuscito ad affrontare la giornata come fanno le persone più povere e, immedesimandomi in questo scenario, mi sento orgoglioso di me perché mi sento più connesso con le persone“. “E con il divino? Ti senti anche più connesso con Dio?”, gli chiedo. “Sì, quando sento che ho fatto un giorno di digiuno perfetto con tutte le preghiere fatte in tempo e nessun pensiero impuro che invaliderebbe il digiuno, sento che quella giornata mi porterà buona sorte o qualcosa del genere”.
M. si sente bene quando digiuna e lo trova in parte divertente perché è qualcosa da condividere con gli amici. Ammette però che in Bangladesh era più bello perché era condiviso da tutti: anche i negozi di alimentari erano chiusi e si respirava un’aria diversa, di festa.
L’orgoglio di cui parla J. deriva anche dal fatto che, quando si digiuna, si è più irascibili, più insofferenti. Quando si riesce a non lasciarsi trasportare da questi sentimenti, allora che si sta vivendo molto bene il proprio digiuno e questo è uno dei motivi per i quali essere fieri.
La preghiera è considerata un’azione buona che, secondo la tradizione, viene scritta su un rotolo. Alla propria morte, questo verrà letto: riporta tutte le azioni buone che hai fatto in vita, mentre su un altro rotolo sono riportate quelle cattive. Durante Ramadan le azioni buone valgono di più perciò, mi raccontano, alcune persone esagerano un po’ con il rischio di sentirsi migliori di altre; ma Ramadan è anche umiltà. M. racconta che la tradizione dice che se fai bene i Ramadan della tua vita, tutti i tuoi peccati verranno perdonati. Ma se commetti qualcosa di brutto contro una persona e questa non ti perdona, anche Allah non lo farà.
Il Ramadan è considerato un mese impermeabile alle azioni del Maligno.
Una giornata tipo durante il Ramadan in Italia
Chiedo ai ragazzi come è una loro giornata tipo nel periodo di Ramadan qui, in Italia, in una società che non vive questa festa religiosa.
J. di solito viene svegliato dai suoi genitori una quarantina di minuti prima dell’alba per mangiare, a volte anche prima. Poi si recita la prima preghiera e si torna a dormire perché anche quei 30 minuti di sonno sono fondamentali! M. si sveglia tutti i giorni alle 5 per la prima preghiera e poi torna anche lui a dormire; lo fa anche quando non è Ramadan. J. invece fa fatica a riprendere sonno, quindi normalmente la prima preghiera la posticipa e la recita prima di uscire di casa per andare a scuola.
Io, che sono una che ama mangiare e sono parecchio golosa, chiedo quanto sia difficile digiunare tutto il giorno. Mi dicono che non è così difficile come sembra. Vedere gli altri mangiare, come succede anche a Time Out quando i ragazzi fanno merenda, non è così difficile una volta che sei abituato: è una prova di resistenza. La parte più dura a volte riguarda la sete, soprattutto dopo le ore di educazione motoria a scuola, perché non poter bere dopo aver fatto sport è davvero tosto.
“Infatti”, racconta J. che si definisce molto competitivo e non si risparmia quando fa motoria, “quando succede torno a casa con le energie esaurite e dormo fino a 5 minuti prima del tramonto”. I professori capiscono e, anzi, sono sorpresi e incuriositi dalla motivazione religiosa. Spesso fanno stare seduti gli studenti di religione islamica.
Dopo la scuola si torna a casa e lì non è difficile stare senza mangiare e bere perché lo fa tutta la tua famiglia. J. dice che spesso si ritrova a casa da solo nel pomeriggio e a volte non si accorge neppure del tempo che passa perché sta col telefono! Certo, non è il modo migliore di passare il tempo perché nel mese di Ramadan ogni momento dovrebbe essere produttivo dal punto di vista religioso o da quello della crescita personale: leggere un libro, studiare, informarsi. Ma capita anche questo, come a tutti gli adolescenti…
Poi è divertente, racconta M., perché la sera sei talmente affamato che appena puoi mangiare ingurgiti qualsiasi cosa e tutto sembra buonissimo! Chi ha amici o famigliari vicini spesso si ritrova per mangiare insieme e poi si va alla moschea per la preghiera (che si può anche fare a casa).
Da quello che mi raccontano M. e J., questa usanza è ancora molto sentita tra i giovani, anche se J. racconta che molti nordafricani stanno iniziando a non rispettare più l’obbligo del digiuno. Ma non solo il Ramadan: altre consuetudini si stanno perdendo perché si stanno diffondendo il consumo di alcolici e sigarette.
Conciliare vita quotidiana e le cinque preghiere
Chiedo, infine, come fanno a conciliare la vita “normale” tra scuola e impegni vari con le cinque preghiere quotidiane, anche al di là del Ramadan. J. mi dice che non è così fervente e a volte non fa proprio tutte le preghiere: ci sono periodi in cui riesce a pregare costantemente e con impegno, ma spesso torna al punto zero e si perde.
M. invece mi racconta di pregare ogni giorno e per gli orari non è un problema. Se non si riescono a rispettare i momenti canonici si possono anche accorpare più preghiere in un unico momento, quindi spesso le riunisce la sera. Poi lui ha molti amici e cugini vicini, quindi si trova spesso in moschea con loro per chiacchierare e poi, già che sono lì, pregano.
L’ultima cosa che mi ha colpito sul Ramadan è che viene considerato un mese impermeabile alle azioni del Maligno. Nell’Islam si crede che Allah sia davanti a ogni fedele mentre prega e si crede anche che il diavolo insinui nella mente delle persone pensieri brutti – non sciocchezze, tangono a sottolineare, ma idee molto brutte tipo l’inesistenza di Dio. Ma durante questo mese particolare, egli non ha potere sull’uomo.
La Quaresima vissuta dai giovani cristiani
Ho chiesto anche a tre ragazze cristiane cattoliche, che si ritengono religiose e frequentano la messa domenicale, e a un ragazzo che frequenta gli scout, di raccontarmi la loro esperienza religiosa, soprattutto legata alla Quaresima. G. e M. sono due sorelle di 15 e 17 anni, di origine italiana. A. ha quasi 15 anni, è di origine cinese e tutta la sua famiglia in Cina fa parte della minoranza cattolica. L., quasi 16 anni, è italiano e non si considera molto credente, come neppure la sua famiglia, però frequenta l’oratorio e gli scout perché lì dice di aver trovato qualcosa di vero per la sua vita.
L. si dice più o meno cristiano ma la messa la frequenta solo quando è con gli scout. Gli chiedo se crede proprio nel Dio cristiano o in una presenza divina più generica e confessa di non aver mai dato la giusta attenzione a questi temi, di non essersi mai soffermato troppo su questo. Pensa che forse lo farà in futuro perché “ne vale la pena”.
Le tre ragazze, invece, mi dicono di andare a messa per loro scelta personale e fanno tutte e tre le chierichette.
La Quaresima: un tempo speciale o solo un’abitudine?
Chiedo se per loro la Quaresima è un tempo speciale, nel senso che la vivono in maniera diversa rispetto al resto dell’anno oppure no.
Tutti rispondono dicendo di non prepararsi molto alla Pasqua, anche se M. racconta che ogni venerdì di Quaresima in famiglia non mangiano carne e forse è questo il segno di questo periodo speciale. Parliamo anche dei fioretti e L. mi chiede cosa siano perché lui conosce solo lo sport con quel nome! Probabilmente è una tradizione che sta cadendo in disuso.
L. racconta che, durante la Quaresima, gli scout fanno vari momenti di riflessione e anche lui spesso vi partecipa. Gli è capitato di sentirsi un po’ provocato dalle letture fatte in quegli incontri, soprattutto dal Vangelo. Si parte sempre da un brano di Vangelo e poi ci sono delle riflessioni personali. Per questo anche lui ha partecipato volentieri a quei momenti: “Penso che gli insegnamenti del Vangelo siano validi per tutti, al di là del proprio credo personale, e ammetto che a volte certi passi biblici mi vengono in mente nella vita di tutti i giorni”.
M. racconta che per lei la Pasqua è importante quanto il Natale. A. e G. invece preferiscono il Natale per tutto il clima di festa che si respira – anche se, testuali parole, “la Pasqua non è da sottovalutare!” – però mettono sullo stesso piano di importanza entrambi gli eventi.
Perché i giovani non vanno più in chiesa? Le riflessioni dei ragazzi
Visto che si è creato un bel clima di confidenze, faccio una domanda difficile: “Secondo voi perché così pochi giovani vanno in chiesa?”
L. risponde che “non si deve per forza credere che ci sia una entità superiore, puoi fare tuoi degli insegnamenti buoni per la tua vita di tutti i giorni, che aiutano a migliorare te stesso. Chi non crede di solito non si interroga e non approfondisce, semplicemente ignorando quella parte, quando potrebbe cogliere qualcosa di importante per la sua vita, anche slegata dal rapporto con Dio. È un peccato che questo si perda, e si perde perché ci sono tanti preconcetti e molta superficialità”.
M. aggiunge: “Ci sono anche famiglie che non incentivano e molti pregiudizi, perché la pratica religiosa viene spesso vista come una cosa da vecchi“. Poi dice che le persone non sono state bene informate su cosa sia la religione cristiana, altrimenti in chiesa ci andrebbero. Se solo fosse così semplice. Ma, forse, lo è.