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Vivere nella legalità tra giustizia e perdono

Di Valentina Venturini
teologa ed educatrice presso la sede di Busto Arsizio dell’Ufficio Educazione Mondialità

Il Fondamento della Convivenza Sociale

“Gli uomini, per la loro natura sociale, costituiscono non un semplice aggregato di individui, ma una comunità di persone nella quale i bisogni e le aspirazioni di ciascuno, gli eguali diritti e i simmetrici doveri, si collegano e si coordinano in un vincolo solidale, ordinato a promuovere il pieno sviluppo della persona umana e la costruzione del bene comune. Ciò implica l’affermazione di “regole di condotta”, connaturate al concetto medesimo di società, che non soltanto rispecchiano giudizi di valore universalmente riconosciuti, ma presiedono al corretto svolgimento dei concreti rapporti tra gli uomini, equilibrando le individuali libertà e orientandole verso la giustizia. Senza tali regole, una società libera e giusta non può consistere.

Se mancano chiare e legittime regole di convivenza oppure se queste non sono applicate, la forza tende a prevalere sulla giustizia, l’arbitrio sul diritto, con la conseguenza che la libertà è messa a rischio fino a scomparire. La “legalità”, ossia il rispetto e la pratica delle leggi, costituisce perciò una condizione fondamentale perché vi siano libertà, giustizia e pace tra gli uomini.

D’altra parte, le leggi devono corrispondere all’ordine morale, poiché se il loro fondamento immediato è dato dall’autorità legittima che le emana, la loro giustificazione più profonda viene dalla stessa dignità della persona umana che storicamente si realizza e si esprime nella società, anzi dalla condizione creaturale dell’uomo, per cui vindice della sua dignità non è semplicemente lo Stato, ma Dio stesso.”

Questo estratto apre un documento del 1991 della Commissione ecclesiale Giustizia e Pace della CEI. Quell’anno evoca il crollo dell’URSS e, per noi italiani, precede un periodo tragico con gli ultimi attacchi pubblici di Cosa Nostra ai rappresentanti della lotta alla mafia e lo scoppio di Tangentopoli che ha incrinato la fiducia degli italiani verso i propri rappresentanti politici.

L’Urgenza di Riscoprire i Valori Comuni

La Chiesa cattolica era allora guidata da Giovanni Paolo II, e assistette alla rinascita della Chiesa russa dopo il crollo del regime sovietico. Essendo il Papa di origine polacca, possiamo immaginare la portata emotiva di questo evento, anche per chi all’epoca non era ancora nato o era molto piccolo.

È interessante leggere queste parole alla luce di un contesto geopolitico in forte cambiamento, simile a quello che stiamo vivendo oggi. Assistiamo ad alleanze che si sgretolano, a una diplomazia che si sviluppa attraverso messaggi su X, a provocazioni quotidiane complice l’AI e chi più ne ha più ne metta.

Sembra che stiano saltando tutti i filtri. Le democrazie stanno modificando alcuni assetti e le persone cercano sempre più una guida forte e salda in questi tempi incerti.

Ecco perché è urgente interrogarsi sui concetti di legalità, giustizia e vincolo sociale. Solo così potremo mantenere il faro della buona convivenza e delle relazioni mature, giuste ed eque tra gli uomini e le donne del nostro tempo.

La commissione della CEI auspica il riconoscimento di un fondamento comune necessario per riscoprirci legati da una relazione profonda. Per i credenti, questa origine scaturisce da Dio stesso. Per i non credenti, può essere la nostra comune umanità, che anche la ricerca genetica sembra confermare con l’individuazione di una “Eva mitocondriale” – un’antenata comune a tutti per linea materna.

Insomma, che sia attraverso la religione o la scienza, abbiamo tutti i presupposti per considerarci parte di un’unica grande famiglia umana. Questo ci chiede di definire quali possano essere i comportamenti più adeguati per vivere da fratelli e sorelle, al di là della nostra origine etnica, religiosa o culturale.

Giustizia e Perdono: Due Facce della Stessa Medaglia

Quando riflettiamo sulla convivenza umana, sui rapporti con gli altri e sulla legalità, due concetti emergono: la giustizia e il perdono.

Questi sembrano distanti perché la giustizia opera sul piano pubblico mentre il perdono agisce su quello privato. La prima appare legata a un sistema sociale più ampio come uno stato. Ha come fine ultimo il rispetto delle regole e la scelta della legalità, fermando il male attraverso una pena – ovvero perseguendo il colpevole – che gli organi competenti ritengono adeguata.

Il perdono, invece, sembra più orientato alla persona singola e si gioca sul piano morale-religioso. Il suo fine appare diverso: vuole riabilitare la persona e mira a lasciarsi l’accaduto alle spalle.

Sembrano molto lontani, ma in entrambi i casi l’obiettivo è lo stesso: interrompere la catena del male, rifiutarsi di rispondere al male con altro male, trovare il modo più adeguato per ricostituire un equilibrio sociale incrinato dall’atto colpevole.

Le Radici Bibliche della Giustizia

Se cerchiamo una delle prime apparizioni scritte della giustizia, la possiamo trovare nel famoso passo dell’Esodo/Shemot, troppo spesso male interpretato:

“Ma se segue una disgrazia, allora pagherai vita per vita: occhio per occhio, dente per dente, mano per mano, piede per piede, bruciatura per bruciatura, ferita per ferita, livido per livido.” (Es 21, 23-25)

Con queste righe non si vuole promuovere la vendetta, ma affermare che deve esserci proporzione tra colpa e pena. In un mondo antico dove i sistemi collettivi funzionavano diversamente e le persone tendevano a farsi giustizia da sé, era necessario porre un freno alla rivalsa.

E prosegue:

“Quando un uomo colpisce l’occhio del suo schiavo o della sua schiava e lo acceca, gli darà la libertà in compenso dell’occhio. Se fa cadere il dente del suo schiavo o della sua schiava, gli darà la libertà in compenso del dente.” (Es 21, 26-27)

È interessante notare la regolamentazione del comportamento del padrone verso i propri schiavi (che erano sempre stranieri, altrimenti si parlava di servo). Possedere schiavi non implica dimenticare la loro umanità. Se si causa un male a una persona, questa va risarcita in modo opportuno. Questo vale anche per lo schiavo o la schiava che, se maltrattato, ha diritto alla propria libertà per compensare l’offesa, fosse anche solo un dente caduto. Sembra sproporzionato, eppure è un insegnamento di grandissima rilevanza.

Nel libro del Levitico/Waiqrà, Dio dice a Mosè:

“Se uno farà una lesione al suo prossimo, si farà a lui come egli ha fatto all’altro: frattura per frattura, occhio per occhio, dente per dente; gli si farà la stessa lesione che egli ha fatta all’altro. Chi uccide un capo di bestiame lo pagherà; ma chi uccide un uomo sarà messo a morte. Ci sarà per voi una sola legge per il forestiero e per il cittadino del paese; poiché io sono il Signore vostro Dio.” (Lv 24, 19-22)

Anche qui si sta creando un complesso di regole che il giovane popolo di Israele deve rispettare se vuole prosperare restando nella legalità. La pena deve essere commisurata al reato, la persona vale più dell’animale e, davanti alla legge, lo straniero è uguale al cittadino.

Penso che qui troviamo la base della giustizia: al di là della schiavitù e della pena che prevede un danno fisico (cose che oggi ci paiono assurde), colpisce, in un contesto culturale distante millenni dai nostri avanzati Stati di Diritto, il tentativo di fermare la spirale della violenza ponendo le regole e i confini che oggi fanno parte di qualsiasi democrazia.

Il Perdono Senza Misura

Per quanto riguarda il perdono, possiamo leggere nel Vangelo di Matteo:

“Allora Pietro gli si avvicinò e gli disse: ‘Signore, quante volte dovrò perdonare al mio fratello, se pecca contro di me? Fino a sette volte?’. E Gesù gli rispose: ‘Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette’.” (Mt 18, 21-22)

Ciò che certamente colpisce è la mancanza di misura. Se per la giustizia è necessaria una sanzione commisurata alla colpa, nella sfera privata, nel perdono, il metro di paragone è quello dell’eccedenza.

Sette è il numero della totalità, della completezza. Pietro chiede se deve perdonare “totalmente” e Gesù risponde che non è sufficiente: serve un perdono dieci volte la totalità della totalità. Non si deve mai smettere di perdonare. È una delle azioni più grandi che possiamo compiere, che ci avvicina a Dio che è padre ma anche madre, come ricorda la parola “misericordia” che traduce un termine derivante dalle radicali ebraiche R-H-M, utero.

Il Difficile Cammino del Perdono

Ma non è facile perdonare. A volte non riusciamo a farlo neppure una volta, come possiamo farlo senza misura?

Eppure, una volta è già l’infinito. Il male che subiamo non può e non deve essere dimenticato perché ci ha feriti, ci ha “mortificati” nel vero senso della parola: “mortificare” è un composto di mòrtem e fàcere, significa produrre morte.

È ciò che facciamo ogni volta che agiamo male verso qualcuno. Dal pettegolezzo al tradimento, dall’insulto all’omicidio… cambiano l’offesa e la “quantità di morte” che causiamo, ma ogni volta che la nostra umanità viene disumanizzata è un passo verso il crinale opposto a quello della vita.

E la disumanizzazione avviene in entrambi i sensi: viene disumanizzata la vittima misconosciuta nella sua dignità, ma anche il carnefice si autoinfligge questa negazione con il male prodotto. È il male subìto e fatto che avvilisce l’umanità di tutti i coinvolti.

Rinascere Attraverso il Perdono

Ecco perché il perdono non può chiedere di cancellare il danno o promuovere l’oblio. Non può far tornare le cose come prima del dolore, perché quel periodo (probabilmente idealizzato dalla nostra mente) non può più esistere.

Il perdono inaugura un nuovo tempo che richiede l’elaborazione del dolore, la ricostruzione dell’umanità rinnegata e la cicatrizzazione della ferita, che non può rimanere aperta, altrimenti rischia di infettarsi e diventare un idolo che ci guida verso un futuro di incertezza, paura, vendetta e odio.

È necessario perdonare non per accogliere necessariamente di nuovo nella nostra vita chi ha sbagliato, ma per elaborare il male subìto. Abbiamo tutti sperimentato cosa significa non perdonare: magari non abbiamo più visto chi ci ha fatto male, ma nemmeno siamo riusciti a fidarci delle persone venute dopo, a metterci in gioco, a sentirci bene con noi stessi.

Il perdono è un atto necessario verso noi stessi come creature amate da Dio. È ciò che ci dobbiamo per tornare ad essere pienamente umani, pienamente vivi. L’accoglienza dell’altra persona è un passo successivo che può – non deve – avvenire.

L’Incontro tra Giustizia e Perdono

Inaugurando il nuovo tempo della vita risarcita, entriamo nella logica dell’amore senza misura, dell’interruzione del male per onorare la vita, nel criterio del “settanta volte sette”. È sufficiente farlo una volta per accedere a questo “di più”.

In questo nuovo tempo, giustizia e perdono possono incontrarsi. La giustizia è tale e tocca i suoi registri più alti solo se permette a chi sta scontando una pena di riaprirsi alla vita. Per fortuna, sono sempre più numerose le carceri italiane che, in contesti spesso disumanizzanti, propongono attività laboratoriali e formazione professionale. La giustizia autentica promuove la riapertura alla vita anche delle vittime o delle loro famiglie, incentivando la cosiddetta giustizia riparativa.

Quindi, se giustizia e perdono si collocano su due piani diversi – pubblico e privato – il fine è il medesimo: riconoscere un vincolo sociale con tutti gli altri esseri umani. Questo vincolo ci chiede di trovare gli strumenti per interrompere la spirale del male, spingendoci a elaborare quel nuovo equilibrio necessario per tornare a vivere.

 

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