Di Valentina Venturini
teologa ed educatrice presso la sede di Busto Arsizio dell’Ufficio Educazione Mondialità
Una Pasqua di pace: ma di quale pace si parla? Chiaramente l’augurio è quello di ottenere tutti i tipi di pace possibili: la pace interiore, con coloro con i quali abbiamo qualcosa in sospeso, con Dio e la pace tra i popoli. Troppe volte si leggono vuote parole. Belle ma vuote. Chi ci dice come fare? Chi ci sussurra all’orecchio quali sono i trucchi del mestiere per provare ad ottenere almeno una di quelle ‘paci’ che ho menzionato sopra?
La nostra età iper-connessa, iper-informata, iper-esposta, ci inonda continuamente di consigli, opinioni, esperti… e noi passiamo da un’informazione all’altra senza soluzione di continuità, annuendo o storcendo il naso a seconda che tale questione trovi il nostro consenso o meno. Magari ne discutiamo anche con gli amici, dal vivo o nel digitale. Ma occorre fermarsi. Ho già espresso questo desiderio anche in altre riflessioni: ancora troppo spesso mi sento sopraffatta da tutte le cose che vedo e sento. Tutti sono esperti, tutti sono dei counselor, fanno life coaching o simili. Devo ascoltarli tutti? Se lo faccio finisce che mi sento inadeguata. O forse non devo proprio ascoltare nessuno. Forse è il caso di sostare difronte a ciò che ho davanti. Questo è il senso della quaresima: fermarsi.
Una Quaresima di poesia
La quaresima è lo shabbat del cristianesimo, il ramadan dei cristiani: fermarsi, spezzare la routine e scendere in profondità o arrampicarsi sulle vette, a voi l’immagine che rende meglio.
Non è semplice aderire a questa richiesta anche a causa delle nostre frenetiche vite quotidiane, ma c’è qualcosa che può aiutarci, che può davvero accompagnarci giorno per giorno e che resiste al quotidiano rigetto di parole, cose e opinioni: la poesia.
Proviamo a prendere un libro di poesia, di un autore o un’autrice a scelta e immergiamoci in quel mondo: una poesia al giorno, un pensiero alla volta. Proviamo a non avventarci sui versi come il nostro tempo ci ha abituati a fare ma centelliniamo, gustiamo, facciamo sedimentare.
Vorrei quindi fare un percorso in quattro tappe, guidati da alcune poesie.
Una via crucis della pace
Prima tappa: rendersi conto
Tutte le tue onde e i tuoi flutti, di Dahlia Ravikovitch
E vidi le lacrime degli oppressi
scorrere e dissolversi sulle loro guance.
Il profumo dei crisantemi saliva dalle valli
Insieme al profumo fresco dell’acacia.
L’acqua dei ruscelli si infrangeva sulle pietre
in un’onda di gioia gratuita,
e sulle rive del lago di Tiberiade c’erano bagnanti
ma il vento non soffiava
e non c’era chi camminasse sulle onde,
solo una moltitudine di barche e giochi acquatici.
E vidi le lacrime degli oppressi.
Chi vorrà partecipare della luce,
essa sarà il suo possesso.
E ogni uomo sarà libero come le gru,
di andare e venire,
eccetto uno
che è mio.
E fa bene agli occhi vedere la luce
e l’acqua del ruscello così calda e dolce
e le lacrime degli oppressi
così amare.
In questa poesia l’autrice, che si richiama al libro del Qohelet (Ecco le lacrime degli oppressi e non c’è chi li consoli 4,1), descrive il contrasto che scaturisce dal confronto di alcune situazioni antitetiche: le lacrime degli oppressi e la natura profumata e rigogliosa, la presenza di una folla divertita contro l’assenza del sacro qui ripreso con l’immagine biblica del vento che soffia (cfr 1Re 19,11, Gen 1,2, ecc. dove troviamo la medesima parola ruach – la poesia è scritta in ebraico) e quella evangelica di Gesù che cammina sulle acqua del lago di Tiberiade, la dolcezza dell’acqua del ruscello e l’amarezza delle lacrime degli oppressi.
Penso al Vangelo della Passione e alle sue contrapposizioni: il tumulto del popolo e la solitudine di Gesù, l’amicizia condivisa a tavola e l’annuncio del tradimento, la sicurezza di Pietro e il suo rinnegamento, la certezza del Figlio su ciò che avverrà a breve e la paura di Gesù-uomo della sua morte imminente, il gesto del bacio che dovrebbe esprimere affetto e gioia e che invece porta morte e infedeltà, la regalità terrena di Pilato e la regalità divina di Cristo, i discepoli che si nascondono e le discepole che seguono Gesù fino alla fine.
E nelle lacrime degli oppressi vedo e raccolgo tutte le persone che il Gesù terreno ha incontrato nella sua vita e tutti coloro che ha incontrato grazie allo Spirito Santo vivo e presente in mezzo a noi, a come ci consola e ci guarda con tenerezza e comprensione totale, offrendoci la vita buona che possiamo sperimentare al di là delle nostre oppressioni, di qualunque tipo esse siano. Una vita buona che parta dall’avere fiducia nel Padre che lui ci ha fatto conoscere, che porti all’incontro con l’altro, oppresso anche lui a suo modo, che magari non comprendiamo a fondo ma che è chiamato a camminare sulla strada della storia insieme a noi.
Seconda tappa: opporsi
di Tahar Ben Jelloun
Chi fa violenza
Usando il sacro
Non ha capito nulla della luce
Quella del cuore e del silenzio
Dell’intima solitudine del mistero
Chi distrugge il vivente e l’eterno
Chi saccheggia la memoria dell’umanità
Brucia i manoscritti
Abbatte le statue
Caca nei musei
Chi sotterra vive le donne
E commette ancora altre barbarie
Non bisogna paragonarlo alle bestie
Gli animali non fanno mai guerra
Agli altri animali
Hanno più dignità degli assassini dell’intelletto.
Il poeta raccoglie una serie di orrori che tutte le guerre, non importa la latitudine o il momento storico, hanno mostrato. La prima volta che ho letto questa poesia mi ha colpito il primo verso: è la condanna di tutte le guerre che si fanno in nome di una religione. Tutte le religioni, nel loro nucleo, vogliono la pace, promuovo la sacralità della vita umana e incentivano la conoscenza. Qualcuno penserà che, nelle scritture di ogni religione, vi sono passaggi che inneggiano alla guerra, alla distruzione del nemico: e come la mettiamo con la pace? Non dobbiamo dimenticarci di quella che possiamo chiamare “pedagogia della Rivelazione”: Dio si è rivelato agli uomini in diversi tempi storici e ha parlato con le categorie che questi potevano recepire. Anche noi, quando parliamo a un bambino, spesso semplifichiamo le cose o tendiamo ad usare immagini e linguaggi che possano essere facilmente colti. Questo non significa per forza tradire l’insegnamento originale, ma renderlo più fruibile all’ascoltatore che piano piano farà sue altre categorie, le quali lo porteranno alla ricezione del messaggio originale o di uno più vicino ad esso.
Penso che Dio abbia fatto lo stesso con noi nella storia della Salvezza (che per i cristiani coincide con tutto l’arco di tempo narrato nelle Scritture, dal libro della Genesi/Bereshit alle lettere cattoliche). Il messaggio di amore e redenzione che Dio ha voluto consegnarci ci è stato dato un poco alla volta, in base alle nostre categorie di comprensione. E questo non vuol dire che il contenuto si sia modificato o debba adattarsi ai tempi, ma solo che il lettore o l’ascoltatore ha sempre una parte fondamentale nella comprensione di un testo o di un messaggio.
E tutto ciò che va contro “la luce del cuore e del silenzio e dell’intima solitudine del mistero” è da condannare, in special modo se manipola pensieri religiosi, filosofici e culturali a suo piacimento per sostenere una propria causa che diffonde solo inimicizia, solitudine, disgregazione, sofferenza e discriminazione.
Terza tappa: fermarsi
Resa, di Rachel Bluwstein
Rende l’estremo respiro la rivolta
Altera, gaia, scarlatta.
La resa, vedova esangue,
alla mia casa si accosta, muta.
Schiuderà i miei denti stretti,
scioglierà i miei pugni serrati,
e cenere prenderà a piene mani
per coprire ciò che resta della mia brace.
Si raccoglierà in un angolo remoto,
silenziosa, il capo chino.
Allora saprò con certezza: l’ospite
non lascerà la mia casa. Non la lascerà.
Ad un certo punto della storia arriva la resa: il problema è che avviene sempre dopo troppi morti, doppo troppe ingiustizie, dopo troppo dolore e troppa speranza infranta. E la questione non è capire da che parte questa resa deve avvenire perché non si tratta di un Paese che si arrende ad un altro o di un popolo che rinuncia alla sua autodeterminazione in cambio di una vita (non agiata, tranquilla o pacifica ma di una vita tout-court) ma della guerra che si arrende alla vita. Delle logiche di morte e prevaricazione che si abbandonano alla logica del rispetto, dell’ascolto e dell’accordo.
Perché pace non è l’opposto di guerra, non è così semplice. Pace è riconoscere un dramma, una tensione e mettere in campo tutta la volontà possibile e la speranza coltivabile per trovare il miglior accordo per ciascuna delle parti in gioco. Allora si dipanerà davanti a noi la strada per un avvenire migliore, un avvenire di uguaglianza e reciprocità. Un avvenire che “non lascerà la mia casa”. Un avvenire che la Pasqua del Signore ha inaugurato.
Quarta tappa: il mattino di Pasqua
Un altro giorno verrà, di Mahmoud Darwish
Un altro giorno verrà, un giorno femmineo,
alla metafora trasparente, compiuto,
diamantino, di visita nuziale, soleggiato,
fluido, allegro.
Nessuno sentirà alcun bisogno di suicidio o di migrazione.
Poiché ogni cosa, fuori del passato, è naturale e vera,
sinonimo dei suoi attributi originari.
Come se il tempo oziasse in vacanza… “Prolunga il bel tempo
della tua grazia. Illùminati nel sole dei tuoi seni di seta,
e aspetta l’arrivo della buona novella. Poi,
potremo crescere. Abbiamo ancora tempo
per crescere dopo questo giorno…”
Un altro giorno verrà, un giorno femmineo,
dal cenno canterino e dal saluto e verbo azzurri.
Tutto è femmineo fuori del passato,
l’acqua scorre dalle mammelle della pietra.
Nessuna polvere, nessuna siccità, e nessuna sconfitta.
E le colombe dormono in un carro armato abbandonato
quando non trovano un piccolo nido
nel letto degli amanti.
La mattina di Pasqua è l’inizio di un tempo nuovo: il tempo in cui il Signore è Risorto. Il tempo in cui ci viene palesato che quello è anche il nostro destino. E non si tratta di fare teologia “delle cose ultime”, come si chiamava un tempo l’escatologia, ma di domandarsi come io posso risorgere. Oggi. Qui e ora. Quali strumenti mi ha dato il Signore? Come posso prendere in mano quelle parti di me che non sono in pace? Come posso diventare strumento di pace, operatore di quella pace di cui parla Gesù nel discorso della montagna (cfr. Mt 5,9)?
Ognuno dovrà provare a trovare la risposta dentro di sé, perché ognuno di noi possa diventare “un carro armato abbandonato” nel quale le colombe possano trovare ristoro prima di partire a portare la pace a qualcun altro.
Buona Pasqua di pace!
Gli autori
Dahlia Ravikovitch (1936-2005): israeliana, dopo la prematura morte del padre vive l’esperienza del kibbutz prima di trasferirsi ad Haifa e poi a Tel Aviv. Giornalista, insegnante e traduttrice, ha scritto inoltre una decina di libri di poesia. Molto apprezzata dal pubblico, è famosa per essersi spesso espressa, con le sue opere, contro le guerre e le ingiustizie di ogni tipo: “Ciò che ossessiona Dahlia Ravikovitch è la necessità di abbattere i muri di indifferenza nei quali sempre ci rinserriamo, per comprendere che ogni male commesso accanto a noi, ogni barbarie ci riguarda.” Questo inciso e la poesia sono presi dalla raccolta Il cielo è un abisso di stelle a cura di Sara Ferrari, edizioni Giuntina.
Tahar Ben Jelloun (1944): marocchino, vive in Francia dove si occupa di poesia, romanzi e giornalismo specialmente di temi sociali legati a immigrazione e razzismo. Tra gli autori di lingua francese più apprezzati e conosciuti, è stato insignito del premio Global Tolerance Award dalle Nazioni Unite grazie al suo famosissimo libro Il razzismo spiegato a mia figlia, uscito nel 1997 e l’anno seguente in Italia ma ancora oggi molto venduto tanto da aver ricevuto un ampliamento del 2018. La poesia che ho citato è presa dalla raccolta Dolore e luce del mondo edito da La nave di Teseo.
Rachel Bluwstein (1890-1931): nasce in Russia e dopo la prematura morte della madre, nel 1909 parte per studiare arte alla volta dell’Italia ma decide di imbarcarsi verso la Palestina ottomana per un breve soggiorno. Resta così colpita da quella terra che decide di restarvi andando a lavorare e a studiare in una scuola agricola – considerata il centro del movimento femminista in terra d’Israele- dove vi resta fino al 1913 e vi sperimenta la libertà dalle costrizioni sociali del suo tempo. Con lo scoppio della Grande Guerra rientra in Russia dove si occupa di bambini rifugiati e nel 1919 torna nuovamente nella Palestina Ottomana ma, avendo nel frattempo contratto la tubercolosi, si ritira a Tel Aviv dove trascorre i suoi ultimi anni. Oggi considerata poetessa nazionale, per molto tempo fu messa in secondo piano rispetto ai colleghi uomini. La sua poesia risente del linguaggio del tempo e dei miti dei padri fondatori dello stato ebraico, causa che lei abbraccia non tanto per fuggire all’antisemitismo o alla povertà ma perché, semplicemente, di quella terra si innamora follemente e, solo lì, può sperimentare l’emancipazione femminile che, in Europa, ancora stentava a partire. La biografia e la poesia sono tratte dalla raccolta a lei dedicata Poesie, Interno Poesia editore.
Mahmoud Darwish (1941-2008): è forse lo scrittore palestinese più conosciuto. È molto difficile riassumere la sua intensa vita che si è spesa dando voce al suo popolo in cerca di autodeterminazione. Nasce in un villaggio della Galilea della Palestina mandataria ma la sua famiglia, con la nascita dello stato di Israele, è costretta ad andarsene. Dopo qualche tempo in Libano, torna in Israele e collabora con il partito comunista israeliano la cui rivista pubblica parecchie delle sue opere. Nel 1973 si unisce all’OLP diventandone una figura di spicco e questo gli costa l’espulsione da Israele. Vive per molti anni in Libano e nel 1988 scrive la dichiarazione di indipendenza palestinese. Critico nei confronti degli accordi di Oslo, ha sempre sostenuto la causa del suo popolo con la cultura e le parole (spesso taglienti) che a volte sono state osteggiate. Nel 2007 ha espresso preoccupazione per l’ascesa al potere di Hamas che aveva “monopolizzato le strade di Gaza con un solo colore (il verde della sua bandiera) contro i quattro colori della bandiera palestinese”, sottintendendo che si trattava di un partito monolitico che avrebbe portato grossi guai. La poesia è tratta dalla raccolta Non scusarti per quel che hai fatto di Crocetti editore.