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This Must Be The Place | Il film del mese

Il viaggio nel profondo degli Stati Uniti di una ex rock star a caccia di un criminale nazista diventa un percorso per ritrovare se stesso e rimettere ordine nella vita. Fino a diventare una persona nuova

La trama

La vita dell’ex rock-star prende una piega inaspettata quando viene a sapere che suo padre, con cui non parla da quasi trent’anni poiché «non gli voleva bene», sta per morire. È costretto a recarsi a New York, ma quando vi arriva trova il suo vecchio già morto. Veniamo quindi a conoscenza dell’origine ebraica di Cheyenne, del quale in lui sembra non essere rimasta traccia; una traccia che suo padre, invece, ha portato con sé fino alla fine: il numero identificativo ricevuto ad Auschwitz. Scopriamo così che il padre di Cheyenne stava cercando Aloise Lange (Heinz Lieven), ufficiale nazista che lo aveva umiliato nel periodo di prigionia nel campo di concentramento.

Cheyenne decide di proseguire le indagini del padre, cominciando un road trip nel profondo degli Stati Uniti durante il quale farà numerosi incontri che cambieranno per sempre il suo modo di affrontare la vita. L’America selvaggia diventa il pretesto per approfondire quel senso di infelicità e solitudine che logora l’anima del protagonista: i paesaggi desolati, silenziosi, sconfinati diventano una chiara metafora del vuoto di un’esistenza che spetta a noi riempire.

«Ho il sospetto che la tristezza sia poco compatibile con la tristezza» sostiene Cheyenne all’inizio del viaggio, durante una conversazione con un tatuatore all’interno di un bar. Invece, è proprio grazie all’incontro con persone solitarie e malinconiche, con cui è possibile condividere paure e desideri, che il protagonista intravede la via della salvezza. Quella di This Must Be The Place è un’America antieroica, colma di individualità erranti, lontana dall’idea di persone alla ricerca sfrenata del raggiungimento dell’american dream (emblematica la scena in cui Cheyenne incontra l’inventore delle rotelle delle valigie).

La tecnica

This Must Be The Place è un film che senza dubbio non si colloca sul podio della filmografia di Paolo Sorrentino, ma che ben rispecchia i suoi pregi registici: evidente la cura dell’immagine e delle inquadrature, della colonna sonora di David Byrne e della bellezza dei dialoghi, poetici e profondi, fortemente esistenzialisti; anche il contenuto è inerente alle tematiche legate a personaggi afflitti da crisi identitarie a causa della mancanza di figure genitoriali (come nell’ultimo capolavoro autobiografico del regista È stata la mano di Dio).

Sean Penn ci regala poi un’interpretazione strabiliante, di cui è difficile non innamorarsi, lavorando magistralmente sull’inflessione della voce, sulle movenze rallentate e sulle espressioni empatiche, confezionando una prova fisica degna di lode.

Il finale

Armato di pistola, Cheyenne andrà a caccia del nazista per compiere l’ultimo (e forse l’unico) gesto d’amore nei confronti di un padre con cui non ha più intrattenuto rapporti. Ma l’ex rock-star sparerà («to shoot» in inglese ha due significati: «sparare» e «fotografare, registrare») con un’arma ancor più letale, più dolorosa, più efficace, in grado di riportare sotto i riflettori l’importanza di preservare la memoria storica, poiché è proprio attraverso un cambiamento personale e individuale che si creano le basi per un futuro prospero.

 

Di Matteo Malaisi
Esperto cinematografico

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