Lo scorso ottobre, nella sede del Pime di Busto Arsizio, si è tenuto il primo di due incontri dedicati alla tema della dignità. Sono intervenuti l’avv. Bodini Giuseppe, volontario di Amnesty International, e il sociologo prof. Lampugnani, ricercatore all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, docente al Seminario Arcivescovile di Milano e al Seminario teologico internazionale del Pime a Monza. I due esperti hanno provato a delineare una definizione di “dignità” secondo il taglio specifico delle proprie aree di competenza.
Alla domanda finale su cosa fosse, quindi, la dignità, Lampugnani ha risposto che non riesce a darne una definizione chiara e precisa ma che, secondo lui, la dignità risiede nello sguardo di colui che guarda: se guardiamo una persona pensando “ma cosa c’entra con me e con questo posto?” allora quella persona non ha dignità. Al contrario, se guardiamo una persona e, nonostante tutte le differenze, le incomprensioni e le difficoltà, pensiamo che essa abbia il nostro stesso diritto di essere e stare, per il semplice fatto che è una persona come noi, allora è portatrice di dignità. In poche parole, la dignità la riconosco se nel mio sguardo c’è apertura verso l’altro che sto incontrando. La dignità sussiste se con il mio sguardo riesco a generarla.
Generatività nei Vangeli
Utilizzo il termine generatività non a caso: Lampugnani, insieme alla prof.ssa Giaccardi e al prof. Magatti dell’Università Cattolica hanno, per primi, iniziato a parlare di società generative, che promuovono modi di agire e pensare capaci di dare vita in maniera dinamica, creativa, produttiva e responsabile.
Generatività viene da generare, che etimologicamente è collegato a termini quali ‘generosità’, ‘genialità’, ‘genitore’, ‘genesi’, ‘gente’, ‘genuino’, ‘originale’, ‘ingegno’. La radice latina gen esprime l’idea di qualcosa che ‘viene alla luce’, ‘germoglia’ e che è capace di durare nel tempo lasciando un segno, fino a creare una tradizione (come nel caso di una gentes, cioè di una famiglia).
Ancora più espressiva è la radice greca – gignomai – che significa essere, far essere, far accadere. Cioè la capacità, tipicamente umana, di mettere al mondo. Ben al di là dell’aspetto biologico (il mettere al mondo un figlio) “generare” è espressione di quella energia interna che apre le persone al mondo e agli altri, così da metterle in grado di agire efficacemente e contribuire creativamente a ciò che le circonda. Facendo essere, la generatività ci fa essere.
Spronata da questi spunti, ho rintracciato in alcuni episodi del Vangelo l’idea di “sguardo che genera”, ma la ricerca in realtà è stata molto facile, poiché ogni volta che Gesù incontra qualcuno il suo sguardo è generativo. Il difficile è stato scegliere su quali brani soffermarmi. Ne ho scelti tre.
Pescatori di uomini
Un giorno, mentre, levato in piedi, stava presso il lago di Genèsaret e la folla gli faceva ressa intorno per ascoltare la parola di Dio, vide due barche ormeggiate alla sponda. I pescatori erano scesi e lavavano le reti. Salì in una barca, che era di Simone, e lo pregò di scostarsi un poco da terra. Sedutosi, si mise ad ammaestrare le folle dalla barca. Quando ebbe finito di parlare, disse a Simone: “Prendi il largo e calate le reti per la pesca”. Simone rispose: “Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti”. E avendolo fatto, presero una quantità enorme di pesci e le reti si rompevano. Allora fecero cenno ai compagni dell’altra barca, che venissero ad aiutarli. Essi vennero e riempirono tutte e due le barche al punto che quasi affondavano. Al veder questo, Simon Pietro si gettò alle ginocchia di Gesù, dicendo: “Signore, allontanati da me che sono un peccatore”. Grande stupore infatti aveva preso lui e tutti quelli che erano insieme con lui per la pesca che avevano fatto; così pure Giacomo e Giovanni, figli di Zebedèo, che erano soci di Simone. Gesù disse a Simone: “Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini”.
Luca 5, 1-10
In questo brano lo sguardo di Gesù è generativo prima di tutto in senso fisico poiché, sulla sua parola, i pescatori tirano a riva reti “che si rompevano” da quanto erano colme di pesci.
La prima azione che Gesù compie consiste nel vedere le due barche. Eiden, nell’originale greco, è il verbo usato per connotare l’azione di chi osserva attentamente e vede le cose come stanno. Gesù non sta guardando l’orizzonte e per caso scorge quelle due barche, ma le guarda con consapevolezza perché in esse e nei loro conducenti individua gli strumenti importanti per veicolare il messaggio di cui è portatore. Un messaggio che pare avere due orizzonti temporali differenti ovvero un primo, più immediato, del quale non sappiamo nulla ma che leggiamo viene trasmesso oralmente alle folle lì presenti; e un secondo di più ampia portata (che arriva fino a noi!) e che si servirà anche delle bocche di Simone, Giacomo e Giovanni: Simone, ci viene detto infatti, non sarà più solo un pescatore di pesci ma anche di uomini.
Ecco una delle più famose espressioni del Vangelo, che però è anche una delle più enigmatiche: cosa significa essere pescatore d’uomini?
L’espressione originale, in realtà, non contiene l’idea della pesca ma suona più o meno così “Non temere! D’ora in poi tu prenderai vivi degli uomini”. Infatti il verbo usato da Luca è zogréo composto da zoos -vita- e agréo –catturare- come per dire che Simon Pietro non dovrà più catturare pesci che, ovviamente, muoiono nel momento in cui escono dall’acqua, ma catturerà, in senso figurato, delle persone non per farle morire ma, al contrario, per farle vivere. La forza che genera vita passa da Gesù a Simone, che è a sua volta chiamato a cambiare vita: non più pescatore nel mare per donare morte (e il mare è, nella simbologia del Primo Testamento, il luogo oscuro del male) ma discepolo di Gesù sulla terra ferma per generare vita con parole, gesti e sguardi. Simon Pietro, quindi, è il primo che, nonostante il peccato che egli stesso confessa sulle ginocchia di Gesù, si sente rigenerato a nuova vita grazie ad uno sguardo che si è posato su di lui.
Da peccatrice a testimone
Giunse pertanto ad una città della Samaria chiamata Sicàr, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio: qui c’era il pozzo di Giacobbe. Gesù dunque, stanco del viaggio, sedeva presso il pozzo. Era verso mezzogiorno. Arrivò intanto una donna di Samaria ad attingere acqua. Le disse Gesù: “Dammi da bere”. I suoi discepoli infatti erano andati in città a far provvista di cibi. Ma la Samaritana gli disse: “Come mai tu, che sei Giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?”. I Giudei infatti non mantengono buone relazioni con i Samaritani. Gesù le rispose: “Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: “Dammi da bere!”, tu stessa gliene avresti chiesto ed egli ti avrebbe dato acqua viva”. (…) “Signore, gli disse la donna, dammi di quest’acqua, perché non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua”. Le disse: “Và a chiamare tuo marito e poi ritorna qui”. Rispose la donna: “Non ho marito”. Le disse Gesù: “Hai detto bene “non ho marito”; infatti hai avuto cinque mariti e quello che hai ora non è tuo marito; in questo hai detto il vero”. Gli replicò la donna: “Signore, vedo che tu sei un profeta. (…)”
Giovanni 4, 5-19
Siamo nei pressi dell’attuale Nablus, nel cuore desertico della Cisgiordania. Andare al pozzo verso mezzogiorno vuol dire scegliere il momento più caldo della giornata. Perché? Forse la samaritana non aveva voglia di incontrare nessuno: la fama di una donna che ha una relazione irregolare dopo altri cinque matrimoni, non dev’essere delle migliori. Quindi, c’è una donna che vuole essere lasciata in pace e si nasconde dalle altre persone. Con suo stupore però al pozzo, proprio a quell’ora della giornata, trova un’altra persona: che sia un altro emarginato? Addirittura si tratta di un giudeo, un uomo e che improvvisamente rivolge la parola a lei che è donna, samaritana e dalla vita personale chiacchierata. Cosa sta succedendo?
La risposta della donna, in effetti, è un po’ sulla difensiva. In tono quasi di sfida, chiede “Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?” E probabilmente, tra le righe, avrebbe voluto dire “Dai uomo giudeo, dimmelo che sono una poco di buono, che faccio scappare i mariti. Perché interpellarmi? Sono abituata e pronta alla paternale, procedi pure!”.
Invece quell’uomo le dice che anche lei, se lo volesse, potrebbe conoscere il dono di Dio e avere accesso all’acqua “viva”, che riesce a placare ogni sete. “E quest’acqua è qui anche per te. Anche per te che so che benissimo che hai avuto cinque mariti e ora vivi in una situazione irregolare”.
Il rapporto che Gesù ha stretto con la samaritana l’ha trasformata: improvvisamente l’ha resa degna. Degna di andare al pozzo anche nell’orario mattutino, davanti alle altre donne. Degna di poter attingere a quell’acqua speciale che avrebbe placato ogni sete, compresa quella del suo cuore troppe volte ferito da tante relazioni finite e ora impaurito nel prendere un nuovo impegno (“quello che hai ora non è tuo marito”). Degna di stare lì e parlare con quel giudeo. Lo sguardo di Gesù l’ha trasformata: da donna che si nascondeva a donna che corre e si espone dicendo che c’è un uomo – il Messia, forse? – che sa tutto di lei e che tutti dovrebbero andare a conoscere. E Giovanni, al termine di questo episodio, ci dice che “Molti Samaritani di quella città credettero in lui per le parole della donna che dichiarava: “Mi ha detto tutto quello che ho fatto”. La trasformazione è stata totale: da donna immorale a testimone fruttuoso.
Il giovane in ricerca
Mentre usciva per mettersi in viaggio, un tale gli corse incontro e, gettandosi in ginocchio davanti a lui, gli domandò: “Maestro buono, che cosa devo fare per avere la vita eterna?”. Gesù gli disse: “Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo. Tu conosci i comandamenti: Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non dire falsa testimonianza, non frodare, onora il padre e la madre”. Egli allora gli disse: “Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza”. Allora Gesù, fissatolo, lo amò e gli disse: “Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi”. Ma egli, rattristatosi per quelle parole, se ne andò afflitto, poiché aveva molti beni.
Marco 10, 17-22
Quando mi sono messa alla ricerca dei brani da riprendere per questo mese, questo è stato il primo al quale ho pensato. Probabilmente è per quello che il narratore ci dice circa le emozioni di Gesù davanti a quel ricco: “fissatolo, lo amò”. C’è qui un tale che riconosce in Gesù un maestro buono e lo rincorre perché afflitto da una preoccupazione grande (forse la più grande che tutti possiamo avere) ovvero cosa fare per avere la vita eterna.
Scopriamo poi che si tratta di un uomo giusto, che fin dalla giovinezza è stato abituato a seguire Dio e a rispettare la sua Legge ma, nonostante questo, una domanda lo abita nel profondo e lo rende inquieto e in ricerca. È un personaggio diametralmente opposto ai farisei, presentati sempre presentati come coloro che, essendo attenti a rispettare tutte le regole date dalla religione, pensano di essere già sulla buona strada. Quest’uomo invece capisce che non può tutto esaurirsi nel rispetto di alcune, seppur importanti, regole. Ci deve essere qualcos’altro che a lui ancora sfugge. Forse è questa ricerca così sincera che fa scorgere a Gesù qualcosa di speciale in lui. Il verbo usato è blepo, che indica uno sguardo “istintivo” che si potrebbe tradurre con “scorgere”, “accorgersi o notare qualcosa di particolare”; Mi immagino un Gesù indaffarato che sta partendo e che improvvisamente si vede avvicinato da un tale che gli fa la domanda per eccellenza. Allora si ferma all’improvviso, quasi incredulo, che una domanda di quella portata possa essere posta così di sfuggita, ma capisce di avere davanti una persona autenticamente in ricerca, che è sul cammino giusto, che si lascia inquietare e interrogare, che si mette in discussione. Lo fissa e scorge, in quegli occhi, una scintilla speciale: non può non amarlo. Gesù gli dà quindi la risposta che da tanto cercava, ovvero che non basta seguire le regole e la tradizione ma è necessario un cambiamento di cuore.
La questione riguarda la qualità del rapporto che abbiamo con la ricchezza, se vi siamo attaccati o no: possiamo essere ricchi di beni, ma se siamo “poveri di cuore” ovvero leggeri nel dare via ciò che abbiamo per aiutare gli altri, allora siamo un passettino più vicini al Regno di Dio. Se invece abbiamo anche poco ma quel poco riempie il nostro cuore – magari anche più delle persone a noi vicine – allora dobbiamo correggere la rotta. Quest’uomo non era ancora pronto a seguire Gesù, a farsi contagiare da quello sguardo che dona dignità e vera umanità; forse non era pronto a sentirsi guardare così, a lasciarsi amare come Gesù stava facendo.
È con la celebre parabola del buon samaritano (Luca 10) che Gesù ci spiega, regalandoci una sorta di libretto di istruzioni, come fare per costruire relazioni che, con l’amore, cambiano coloro che incontriamo rendendoli pienamente umani portatori di dignità:
Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e incappò nei briganti che lo spogliarono, lo percossero e poi se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e quando lo vide passò oltre dall’altra parte. Anche un levita, giunto in quel luogo, lo vide e passò oltre.
Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e n’ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi, caricatolo sopra il suo giumento, lo portò a una locanda e si prese cura di lui. Il giorno seguente, estrasse due denari e li diede all’albergatore, dicendo: Abbi cura di lui e ciò che spenderai in più, te lo rifonderò al mio ritorno. Chi di questi tre ti sembra sia stato il prossimo di colui che è incappato nei briganti?”. Quegli rispose: “Chi ha avuto compassione di lui”. Gesù gli disse: “Và e anche tu fa’ lo stesso”.
Di Valentina Venturini
teologa ed educatrice presso la sede di Busto Arsizio dell’Ufficio Educazione Mondialità