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Rinascere dall’alto | Secondo le scritture

Che senso ha confessare i propri peccati a una persona in carne ed ossa, se Dio conosce già il nostro cuore? La risposta la troviamo nell'incontro tra Gesù e Nicodemo e ci insegna a svuotarci del nostro ego per lasciare posto allo Spirito

In questi ultimi giorni, l’ennesima tragedia avvenuta nel nostro Mar Mediterraneo, da sempre fonte di scambi di merci e culture, ci ha fatto molto parlare di “partenze”. Ma, a ben vedere, questo lasciare Paesi martoriati da guerre e povertà non è davvero una partenza, quanto piuttosto un tentativo di ripartenza da comprendere

Concentriamoci perciò sul tema delle “ripartenze”, iniziando con un passo del Vangelo di Giovanni: il colloquio tra Gesù e Nicodemo.

❮❮ Vi era tra i farisei un uomo di nome Nicodemo, uno dei capi dei Giudei. Costui andò da Gesù, di notte, e gli disse: “Rabbì, sappiamo che sei venuto da Dio come maestro; nessuno infatti può compiere questi segni che tu compi, se Dio non è con lui”. Gli rispose Gesù: “In verità, in verità io ti dico, se uno non nasce dall’alto, non può vedere il regno di Dio”. (Gv 3,1-3) ❯❯

La notte

Questo incontro avviene di notte: forse perché Nicodemo, uno dei capi dei giudei, non voleva farsi vedere con Gesù di Nazaret, un personaggio troppo scomodo e troppo radicale per poterlo interrogare senza attirare le critiche da parte dei suoi. Oppure possiamo leggere questa notte come immagine di un cammino verso Gesù qui ancora timido, in fieri, che avrà ancora bisogno di un lungo discernimento per poter diventare una vera e propria fede cristologica, senza più timore di essere espressa pubblicamente (come avverrà con l’unzione del corpo di Gesù prima della sepoltura in Gv 19,39).

Non dimentichiamo che in Giovanni la notte ha un significato ben preciso: è il luogo delle tenebre e le tenebre rappresentano ciò che si oppone alla fede nel Figlio di Dio. Quindi Nicodemo, esempio del credente che arriva alla fede tramite un cammino tortuoso e lungo, è inizialmente ambiguo; così come pare ambigua la risposta di Gesù che parla della necessità di “nascere dall’alto”.

Rinascere dall’alto

Come spiega Mons. Vignolo, questa strana espressione di Gesù vuole sovvertire l’affermazione di Nicodemo che aveva tentato di ingabbiarlo in una categoria precostituita: quella del maestro (generico, per altro, in quanto non parla di Gesù come il maestro ma come un maestro). Questo è quello che, forse, queste parole vogliono insegnare al lettore di ogni tempo: per comprendere Gesù non è possibile partire da categorie nostre, pre-comprese e sistematizzate, ma dobbiamo aprirci alla sua novità radicale.

Ancora di più: per accedere al regno di Dio è necessario lasciarsi continuamente sorprendere, facendoci plasmare dallo Spirito che supera le nostre possibilità e comprensioni.

Mi sono dunque chiesta come questo sia possibile per ciascuno di noi, credenti imperfetti nella Chiesa imperfetta del 2023, nel tentativo di aderire a una serie di ritualità e dottrine cristallizzate che a volte sembrano esaurire la nostra religiosità, atrofizzando una ricerca sincera, sofferta e intensa, del nucleo incandescente del kerygma cristiano. Ovvero: com’è possibile, per noi, oggi, rinascere dall’alto o, usando un altro termine, “ripartire”? La risposta (ovviamente!) non l’ho trovata, ma c’è un atto, compiuto soprattutto in questo periodo di Quaresima, che penso possa essere un momento per provare ad accedere a questa nuova condizione “spirituale” di cui parla Gesù: il sacramento della riconciliazione.

Il sacramento della riconciliazione

Il diritto canonico, quell’insieme di norme che regola la vita dell’istituzione-Chiesa, prevede che ci si debba accostare a questo sacramento per confessare i peccati gravi, almeno una volta all’anno. E poi? Abbiamo assolto al nostro obbligo in quanto “bravi cristiani” e siamo a posto? Come viviamo questo sacramento, ossia questo segno efficace e tangibile della Grazia di Dio?

Tante volte ci accostiamo al confessionale con un substrato di arroganza che ci porta a pensare che, in fondo, “chissà cosa avrò mai da confessare di così grave”. Questo potrebbe anche portarci a non assolvere a tale obbligo, neppure quella volta all’anno. Oppure possiamo sentirci a disagio per quello che abbiamo fatto e quindi non riusciamo a superare la nostra vergogna nel dover raccontare ad un’altra persona il nostro errore, la nostra brutta caduta. Penso siano situazioni che ognuno abbia vissuto almeno una volta, portando così ad auto censurare la propria possibilità di “rinascita dall’alto”. Intrappolati in un vortice di presunzione, mista a sentimento di onnipotenza, mista a vergogna per il male inflitto agli altri, e quindi a noi stessi, difficilmente ci mettiamo in gioco dando allo Spirito carta bianca per risollevarci. Dovremmo imparare a vivere il sacramento della riconciliazione come un’occasione propizia per riconciliarci con il Dio Trinità, il suo popolo – la Chiesa – e noi stessi.

Segni concreti per corpi concreti

A volte pensiamo anche che, in fondo, non ci sia bisogno di raccontare “i fatti propri” ad un altro uomo perché Dio conosce già il nostro cuore: possiamo avere un rapporto diretto con lui, senza intermediari umani che si impiccino della nostra vita privata… vero.

Però se aderiamo alla Chiesa, ovvero il popolo di Dio che cammina verso la pienezza del Regno, non possiamo non lasciarci interrogare dalla saggezza della tradizione che ci precede. Forse per poterci veramente sentire riconciliati con Dio e con noi c’è bisogno di un intermediario in carne e ossa; forse per ottenere la Grazia di Dio e il perdono che viene dalle sue profondità non è sufficiente colloquiare con la divinità nel nostro cuore, perché noi esseri umani siamo fatti anche di carne, siamo un corpo concreto che si relaziona con il mondo e con gli altri esseri viventi passando, primariamente, da tale corpo. Ecco perché è probabile che la tradizione della Chiesa abbia pensato a una confessione auricolare con un intermediario terreno nella figura del sacerdote: siamo anime insufflate del respiro divino, ma siamo anche corpi che hanno bisogno di segni tangibili.

Non per nulla il Figlio si è incarnato e, una volta assunta la condizione di Risorto, colui che davvero e definitivamente è rinato dall’alto, lo troviamo a chiedere del pesce arrostito ai suoi (cfr. Lc 24, 41) affinché essi credano ai propri occhi.

Se mettiamo in dubbio l’efficacia della nostra corporeità e la sua trasfigurazione per poter ripartire plasmati dallo Spirito, mettiamo in dubbio non solo la realtà fenomenologica della nostra esistenza, ma anche l’intera vicenda di Gesù di Nazaret e quindi il nostro essere cristiani.

Il mio augurio è, quindi, che questa Pasqua di Resurrezione sia davvero un’occasione per ripartire con nuovo slancio, nuova consapevolezza e il coraggio di svuotare noi stessi dal nostro ego, lasciando spazio a quel vento “che soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene e dove va”.

Buona Pasqua di ripartenza!

 

Di Valentina Venturini
teologa ed educatrice presso la sede di Busto Arsizio dell’Ufficio Educazione Mondialità

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