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La pace è un campo da coltivare

Parlare di pace è sempre difficile. Mi verrebbe da dire “oggi più che mai” ma, in fondo, quando l’umanità è stata tranquilla al punto da considerare la pace un tema scontato e banale?

Certamente oggi si sentono venti gelidi di guerra che spirano da (più) vicino e questo influenza maggiormente la nostra visione del mondo, ma purtroppo di pace non si è potuto parlare mai. Chiaramente i conflitti alle porte dell’Europa e in Terra Santa acutizzano la sensazione di incertezza e instabilità ma spero che possano anche essere occasioni per riflettere sulla precarietà del nostro modus vivendi, della nostra vita, della nostra conquistata pace (solo alle nostre latitudini e non per meriti diretti).

Mi farò guidare dall’immagine di Banksy dipinta su un muro di Betlemme, che ritrae la pace nelle sembianze di una colomba, ma con un bel mirino puntato contro un petto protetto da un giubbino antiproiettile. La pace, anche quella che noi pensiamo di star proteggendo, è sempre precaria perché sempre in pericolo e colui che sta puntando il fucile non è sempre un terrorista, un nemico, un invasato… ma potremmo essere noi.

 

La visione di Isaia

Ciò che Isaia, figlio di Amoz, vide riguardo a Giuda e a Gerusalemme.

Alla fine dei giorni,
il monte del tempio del Signore
sarà eretto sulla cima dei monti
e sarà più alto dei colli;
ad esso affluiranno tutte le genti.

Verranno molti popoli e diranno:
“Venite, saliamo sul monte del Signore,
al tempio del Dio di Giacobbe,
perché ci indichi le sue vie
e possiamo camminare per i suoi sentieri”.
Poiché da Sion uscirà la legge
e da Gerusalemme la parola del Signore.

Egli sarà giudice fra le genti
e sarà arbitro fra molti popoli.
Forgeranno le loro spade in vomeri,
le loro lance in falci;
un popolo non alzerà più la spada
contro un altro popolo,
non si eserciteranno più nell’arte della guerra.

Casa di Giacobbe, vieni,
camminiamo nella luce del Signore.

(Isaia 2,1-5)

Se dovessi immaginare un luogo dove regna la pace, lo immaginerei secondo questa visione del profeta Isaia: un monte, anzi il monte per eccellenza che è quello del Tempio al quale affluiscono tutte le genti (Sion nella Bibbia si riferisce al monte del Tempio e non a quello che oggi chiamiamo Monte Sion, a sud del quartiere armeno; più in generale, è una sineddoche per riferirsi alla città di Gerusalemme). Che bella immagine. Un luogo che oggi è esclusivista e fonte di discordia, in questa visione è universalista e abbraccia il mondo intero.

Rashi di Troyes, uno dei più famosi commentatori medievali del TaNaK (la Bibbia ebraica), commenta il versetto e sarà più alto dei colli così: “il miracolo che accadrà su quel monte sarà più grande dei miracoli del Sinai, del Carmelo e del Tabor”. Se quel monte riuscirà a far incontrare tutte le genti, come i fiumi si incontrano nel mare, allora sarà certamente il più grande di tutti i miracoli.

Uno sguardo veloce ai verbi che incontriamo nelle prime frasi di questo brano: essere eretto, affluire, venire, salire. Sono tutti verbi di movimento che restituiscono l’idea di una marcia centripeta, che raccoglie tutti e procede verso un unico obiettivo: camminare nei sentieri del Signore. Già si comprende che l’unico cammino possibile verso la pace deve procedere verso una sola meta; ben diverso da ciò che succede nel mondo delle divisioni e delle guerre dove si scappa, ci si divide, si lotta e ci si disperde, tutti movimenti che seguono una direzione centrifuga e opposta.

Una pace da coltivare

E qual è l’azione che secondo Isaia verrà compiuta non appena tutti avranno raggiunto la meta? “Forgeranno le loro spade in vomeri e le loro lance in falci”: gli strumenti di guerra si trasformeranno in strumenti agricoli, di pace. Ma c’è di più.

Sarebbe bastato dire che spade e lance verranno distrutte (cfr. Is 9,4: “Poiché ogni calzatura di soldato nella mischia e ogni mantello macchiato di sangue sarà bruciato, sarà esca del fuoco”). Invece il profeta aggiunge qualcosa poiché la pace non è semplicemente assenza di guerra, ma richiede un impegno costante affinché possa essere duratura. Si tratta di un patto tra due parti che stabiliscono un confine.

Forse quello che sta succedendo tra Israele e Palestina ne è un esempio: prima del 7 ottobre in Israele non vi era la pace perché semplicemente non vi era la guerra. La questione palestinese era stata accantonata e ignorata dai leader politici (non solo di Israele). La pace non è stata coltivata: si è vissuto nell’illusione che l’assenza di conflitto bellico fosse sinonimo di pace e abbiamo visto cosa è successo. La bolla, ad un certo punto, è esplosa in faccia agli innocenti di entrambe le parti. Perché, come Isaia ci insegna, la pace va coltivata esattamente come facciamo con la terra: i vomeri dissodano la terra preparandola ad accogliere nuovi semi, le falci tagliano le erbe che soffocano il terreno e, al momento opportuno, permettono di raccogliere il grano maturo. Da qui il nostro dovere ad usare le risorse che abbiamo per la vita e non per la morte.

Questione di diversità

La cosa che più colpisce, in questi tempi, è che non solo la storia umana ci spinge a scegliere la guerra ma tutto ci orienta in quel senso: l’opinione pubblica, i social, tutto ci chiede di schierarci come allo stadio. O sei con me o contro di me. C’è il nero e c’è il bianco dimenticandosi che la vita è fatta, per lo più, di grigi. E di buonsenso. Appena iniziata l’invasione russa dell’Ucraina, abbiamo sentito di università che hanno annullato conferenze sulla letteratura russa. Oggi si discute di interrompere le partnership con le realtà israeliane. Se non fosse una sconfitta per la cultura e il pensiero (minimamente) complesso ci sarebbe da ridere. Qui non si tratta di mettere al bando la cultura, lo sport o la musica di un determinato Paese, ma di essere capaci di andare a fondo delle questioni informandosi in maniera appropriata. La pace la costruisco anche io, ogni giorno, nei luoghi fisici e digitali in cui vivo. Perché il Tempio/tempo del Signore chiede pazienza, ascolto, impegno, mitezza, studio, prudenza e pacatezza. Tutti toni che sono spariti dal dibattito pubblico.

Ma attenzione a non cadere neppure nella trappola di pensare che per fare questo si debbano eliminare tutte le differenze e le specificità: “Imagine there’s no countries- It isn’t hard to do- Nothing to kill or die for- And no religion, too”. Così cantava John Lennon, ma sarà questa la pace? Spero di no! Al di là dell’immaginare che non ci siano Paesi (non sono molto patriottica quindi non mi pare così grave ma la mia è una considerazione da europea agiata che ormai vede le lotte per l’affermazione della propria patria come qualcosa di lontano e novecentesco) ma immaginare che non ci siano religioni… eliminare ciò che ci differenzia è una scappatoia.

Isaia, e non solo lui, non parla di un futuro perfetto in cui ci sarà un unico popolo uniforme, ma parla di genti e popoli – goyim e ‘amim – al plurale, che saranno in grado, finalmente, di non farsi più la guerra a vicenda. Quindi ognuno con la sua lingua, la sua religione, la sua tradizione, la sua autodeterminazione. Questa è la vera sfida che ci attende: non un appiattimento su un unico orizzonte, come la globalizzazione auspica facendoci desiderare gli stessi oggetti. Un commento rabbinico a questo brano dice che il profeta non immagina un futuro senza confini o distinzione tra nazionalità, quindi ci saranno ancora conflitti internazionali, ma le nazioni non li risolveranno più tramite la guerra. La pluralità resterà perché è caratteristica intrinseca del genere umano.

Un ultimo appunto riguardo questa visione: essa inizia con la frase “alla fine dei giorni” suggerendo quindi una collocazione escatologica. Ma allora noi cosa possiamo fare nel nostro tempo? Siamo condannati a vivere sempre in subbuglio perché la pace sarà raggiungibile solamente alla fine dei tempi? In realtà l’originale ebraico non rimanda ad un futuro così lontano ma ad un futuro generico in quanto parla di “giorni successivi, giorni che vengono dopo” e questo avvicina quel momento al nostro tempo: ogni giorno può essere la vigilia di quei “giorni che vengono dopo” nei quali gli uomini troveranno altri modi per mettersi d’accordo senza ricorrere a guerre e violenza. Sta a noi impegnarci affinché quei giorni possano iniziare domani.

La versione di Michea

Vale la pena di concludere con l’oracolo parallelo che troviamo nel libro di Michea:

Egli sarà arbitro tra molti popoli
e pronunzierà sentenza fra numerose nazioni;
dalle loro spade forgeranno vomeri,
dalle loro lame, falci.
Nessuna nazione alzerà la spada contro un’altra nazione
e non impareranno più l’arte della guerra.

Siederanno ognuno tranquillo sotto la vite
e sotto il fico
e più nessuno li spaventerà,
poiché la bocca del Signore degli eserciti ha parlato!

(Michea 4,3-4)

Senza entrare nel dettaglio del legame tra i due brani (una delle ipotesi storico-critiche più accreditate ipotizza sia un brano indipendente collocato in Michea e successivamente in Isaia forse per supportare la funzione del Tempio nella Gerusalemme post esilica), il quarto versetto della pericope del libro di Michea rimanda ad una dimensione personale, domestica, che manca in Isaia. Quando la pace è vera ed è per tutti gli uomini, allora ciascuno si potrà sedere tranquillo al fresco dell’ombra del fico e della vite, entrambe piante che donano frutti succosi importanti nell’alimentazione mediterranea.

Michea ci invita a voltare lo sguardo verso di noi, a fare introspezione provando a rispondere ad una semplice (che semplice non è) domanda: io come mi comporto? Agito le acque che mi circondano oppure provo ad essere operatore di pace come chiede Gesù nel discorso della montagna? Certo, nel Vangelo non c’è la job description dell’operatore di pace, ed è proprio questo il bello. Ognuno di noi può farlo a suo modo, con la sua creatività, seguendo la sua storia e le sue inclinazioni: italiano, bengalese, ebreo, arabo, filippino, cristiano, ateo, di destra, di sinistra, russo, ucraino, giovane, vecchio, timido, sfrontato, pratico, intellettuale, israeliano, palestinese, sudanese, birmano, cinese, tibetano, apolide, buddista, turco, curdo, armeno, sikh, musulmano… l’importante è essere veri, sinceri e di buona volontà.

La strada verso il monte

Se anche io mi sento chiamare verso quel monte più alto di tutti gli altri colli, allora è arrivato il momento di deporre le armi (ovvero sotterfugi, ricatti, pettegolezzi, stereotipi, pregiudizi, indifferenza, violenza, presunzione, ecc.) e farne strumenti agricoli perché il campo della pace chiede costanti cure da tutti coloro che gli passano accanto.

San Paolo, che ammetto non essere tra le mie letture preferite, su questo ci dà un’importante lezione nella lettera a Tito, all’inizio del capitolo 3, consigliandoci come vivere per essere uomini di pace: non parlare male di nessuno, evitare le liti ed essere mansueti mostrando mitezza verso tutti gli uomini. Io lo faccio? Evito tutto questo e mostro mitezza verso tutti? Forse no, forse nessuno riesce a farlo completamente ma almeno sappiamo qual è la meta verso cui dobbiamo tendere per diventare davvero esseri umani.

 

Di Valentina Venturini
teologa ed educatrice presso la sede di Busto Arsizio dell’Ufficio Educazione Mondialità

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