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Non eroi ma testimoni

Cosa significa essere martiri? Vuol dire mostrare sprezzo del pericolo o non avere paura della morte? Padre Massimo Casaro riflette sul senso del martirio e sulla modalità di vivere le relazioni che lo genera

La richiesta di Dio: somigliargli

Certo non è facile prendere le distanze da questa istintiva identificazione. Quella che sovrappone immediatamente il missionario, soprattutto se martire, all’eroe. Ma non è così. Non può essere così. Perché il martire ha una sua specifica fisionomia, quella che si esprime nella forma della testimonianza. Testimonianza di una Vita riconosciuta, perciò condivisa. Leggiamo in Giovanni: «Noi abbiamo riconosciuto e creduto all’amore che Dio ha per noi. Dio è amore e chi sta nell’amore dimora in Dio e Dio dimora in lui» (1Gv 4,16).

Dunque solo chi sta nell’amore crede. Infatti Dio che è amore e a questa precisa identità liberamente aderisce con tutto sé stesso amando, agli uomini che lo accolgono chiede che s’impegnino nella somiglianza. È stata questa l’ubbidienza del Figlio il quale ha fatto la volontà del Padre perché l’ha riconosciuto come tale in relazione a sé, e in ragione di questa esperienza ha modulato il suo rapporto con gli uomini in un modo da essere, di questa “indole” divina, perfetta trasparenza. Per questo troviamo scritto: «In verità, in verità vi dico, il Figlio da sé non può fare nulla se non ciò che vede fare dal Padre: quello che egli fa, anche il Figlio lo fa. Il Padre, infatti, ama il Figlio, gli manifesta tutto quello che fa e gli manifesterà opere ancora più grandi di queste e voi ne resterete meravigliati» (Gv 5,19-23).

E per la stessa ragione, all’apostolo Filippo che gli chiedeva: «Mostraci il Padre e ci basta» (Gv 14,8), Gesù ha risposto: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me ha visto il Padre. Come puoi dire: Mostraci il Padre? Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me; ma il Padre che è in me compie le sue opere. Credetemi: io sono nel Padre e il Padre è in me; se non altro, credetelo per le opere stesse» (Gv 14,9-11).

Due diversi tipi di obbedienza

Gesù, infatti, ha ubbidito perché, da uomo, si è impegnato nella somiglianza (Cfr Eb 5,8). È precisamente questo impegno che consente agli uomini di riconoscere Gesù come il loro prototipo, cioè colui che sta nell’ubbidienza alla propria identità filiale/fraterna.

Per questo ubbidire alla “volontà” di Dio senza ubbidire alla sua verità, cioè ubbidire a Dio a prescindere dal Figlio, cosa sempre possibile agli uomini, significherebbe re-instaurare quel rapporto di dominio che Dio, sulla croce, ha radicalmente e definitivamente confutato. Non dobbiamo, infatti, dimenticare che è proprio questo tipo di “ubbidienza” che rende possibile il coinvolgimento di Dio nelle scelleratezze umane. E la storia, anche la storia cristiana, ampiamente lo testimonia.

il potere dell’uomo

C’è, infatti, un modo di pensare Dio che dà potere all’uomo e un modo di saperlo che glielo toglie, o meglio, glielo restituisce purificato. Precisamente a questa indole del potere, quella che ci è stata consegnata dal Dio di Gesù, si riferisce Olivier Clément, là dove osserva:

«Ogni uomo per il fatto stesso della sua esistenza, detiene un potere, è potere. Ogni uomo si afferma di fronte al nulla e di fronte all’altro. In virtù del suo essere stesso, egli esercita un’azione sul suo ambiente e sul mondo. Il racconto simbolico delle origini, nella Genesi, sottolinea questo potere: “Dio disse: facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza, … e domini” (Gen 1,26). “Dio creò l’uomo a sua immagine… maschio e femmina li creò. Dio li benedisse e disse loro: … riempite la terra, soggiogatela e dominate…” (Gen 1,27-28). Il vocabolario della sovranità non deve essere interpretato qui nella prospettiva della nostra caduta, cioè di una violenza distruttrice, ma in una prospettiva eucaristica, di trasfigurazione. In quel dono di un potere creatore risiede la somiglianza originaria dell’uomo con Dio. Una forza buona, vivificante, gli viene offerta. La paternità/maternità che assicura al bambino gli apprendimenti indispensabili – e innanzi tutto quello del linguaggio – tra l’ascesi e la tenerezza, la distanza e la vicinanza; il potere nella società, per assicurare un minimo d’ordine e di pace, che permetterà la trasmissione di una cultura, di una memoria, e dunque la volontà di un avvenire comune; la conoscenza e la creatività come tensione alla bellezza e alla spiritualizzazione del mondo – tutto questo è potere, sovranità dell’essere, come il libero slancio di un cavallo o la forte stabilità di un albero. Con in più, nell’uomo, la coscienza e il linguaggio, il linguaggio come apertura di coscienza, capacità di fare del mondo un’offerta e una condivisione, un dialogo degli uomini tra di loro e con Dio».

l’obbedienza nei rapporti

Potremmo, credo, identificare in questa volontà di risignificazione del potere umano la ragione della strenua opposizione che Gesù ha dovuto subire nel corso della sua vita pubblica. Il Dio di Gesù, infatti, lascia agli uomini solo il potere di dare la vita, mentre loro, i suoi oppositori, tutti gli oppositori, a qualunque nazione o popolo appartengano, a qualunque principio o ragione s’appellino, vogliono solo quello di potersela garantire.

In effetti, ubbidire alla volontà di Dio senza ubbidire alla sua verità, equivale ad affermare sé stessi. Ebbene, in questo, precisamente in questo il martire è un testimone. Non fa cose e non mostra sprezzo del pericolo. Sta semplicemente dentro i rapporti nello stesso modo in cui lo è stato il suo Signore. Nessuna struttura sociologica prevede un essere la cui intera esistenza sarebbe ridotta a pura teofania. E tuttavia è l’unica cosa seria perché mette fine all’assurdità e pone un Altro come sigillo sul cuore del mondo (Evdokimov).

 

di padre Massimo Casaro
missionario del Pime, Responsabile Ufficio Beni Culturali del Pime

Foto di copertina: Martirio di Santo Stefano, Lorenzo Lotto

 

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