Fuori dalla tomba vuota
Secondo i quattro racconti della vita di Gesù, è grazie alle discepole che oggi la Chiesa esiste: se loro non avessero annunciato la vacuità del sepolcro e l’incontro col Risorto, oggi forse non saremmo qui a parlare di quel Nazareno che, al di là della propria appartenenza o non appartenenza religiosa, ha indiscutibilmente cambiato la storia. Nel Vangelo di Matteo si parla di Maria di Magdala e di un’altra Maria; in quello di Marco di Maria di Magdala, Maria di Giacomo e Salome; in quello di Luca di Maria di Magdala, Giovanna e Maria di Giacomo; e in quello di Giovanni troviamo solo Maria di Magdala.
Il personaggio che certamente troviamo fuori dalla tomba di Gesù di Nazaret è Maria di Magdala, e vale la pena riportare il brano di Giovanni che la presenta come la prima testimone della Risurrezione di Gesù:
Maria invece stava all’esterno, vicino al sepolcro, e piangeva. Mentre piangeva, si chinò verso il sepolcro e vide due angeli in bianche vesti, seduti uno dalla parte del capo e l’altro dei piedi, dove era stato posto il corpo di Gesù.
Ed essi le dissero: “Donna, perché piangi?”. Rispose loro: “Hanno portato via il mio Signore e non so dove lo hanno posto”. Detto questo, si voltò indietro e vide Gesù che stava lì in piedi; ma non sapeva che era Gesù.
Le disse Gesù: “Donna, perché piangi? Chi cerchi?”. Essa, pensando che fosse il custode del giardino, gli disse: “Signore, se l’hai portato via tu, dimmi dove lo hai posto e io andrò a prenderlo”.
Gesù le disse: “Maria!”. Essa allora, voltatasi verso di lui, gli disse in ebraico: “Rabbunì!”, che significa Maestro! Gesù le disse: “Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre; ma và dai miei fratelli e dì loro: Io salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro”.
Maria di Magdala andò subito ad annunciare ai discepoli: “Ho visto il Signore” e anche ciò che le aveva detto.
La sera di quello stesso giorno, il primo dopo il sabato, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, si fermò in mezzo a loro e disse: “Pace a voi!”. (Gv 11,19)
Possiamo soffermarci su alcune parole che fanno di lei la prima missionaria della storia e che spero possano guidare anche noi, per diventarlo a nostra volta.
Maria invece stava all’esterno
Quell’avverbio “invece” contrappone Maria a Pietro e Giovanni che, pur avendo visto il sepolcro vuoto su avviso della stessa Maria, “se ne tornarono di nuovo a casa”. Questa frase così corta mi trasmette tutta la tristezza e lo smarrimento che quei due uomini stavano sicuramente provando: erano forse i due con il legame più speciale col Maestro. Pietro era in qualche modo il referente del gruppo, e Giovanni nientemeno che il discepolo amato. Il primo vede le bende in terra e il sudario deposto con cura, ma della sua sensazione non sappiamo nulla; di Giovanni invece sappiamo che visse un moto istintivo, di pancia, perché gli bastò entrare nel sepolcro vuoto per vedere e credere. Allora, se “vide e credette”, corse certamente a chiamare gli altri per dirglielo! E… invece no. L’autore del vangelo ci dice che “non avevano ancora compreso la Scrittura”. Ecco lo smarrimento, il vuoto interiore, il credere incerto e dubbioso, il dolore per la perdita dell’amico, le promesse del liberatore di Israele disattese e morte con lui, il non avere neppure più un corpo su cui piangere. Questo fa venire voglia di starsene chiusi in una casa, in se stessi, in un rifugio dal caos interiore ed esterno. Invece Maria sta fuori, all’aperto. Sembra una donna forte: piange col capo chino sul sepolcro per la mancanza del suo Signore, ma decide di restare lì, di non isolarsi chiudendosi in un luogo fisico e spirituale, ma restando aperta alla Storia, che intuisce portare ancora un seme di speranza. E questi semi non tardano a fiorire.
Cosa vuol dire per noi “stare all’esterno”? Una prima lettura potrebbe essere in chiave laica, ovvero un invito anche a coloro che sono all’esterno delle gerarchie della Chiesa. Questi anni di lavoro al Pime mi hanno permesso di incontrare tanti volti di laici che hanno assaggiato davvero la missione. Ma, in generale, stare all’esterno penso significhi non fermarsi davanti alle difficoltà e alle sconfitte, ma trovare la forza e il coraggio per restare fuori, visibili e raggiungibili dagli altri e dagli eventi. Penso ai tanti missionari che stanno letteralmente sulle strade, tra la gente che magari non ha mai sentito parlare di Gesù o che lo vede come un personaggio lontano, occidentale: questi sono molto più simili a Maria di Magdala di quanto si possa pensare.
Il mio Signore
L’utilizzo dell’aggettivo possessivo è dolcezza vera, amore puro, ancor più perché accompagnato dall’articolo determinativo. Non un mio signore qualunque, ma “IL mio Signore”, proprio lui, quello con il quale mi avete vista sotto la croce e per le strade della Galilea. Maria è una donna coraggiosa: sappiamo che durante le ultime ore terrene di Gesù avevano cercato di catturare anche i suoi amici, quindi non sorprenderebbe vederla rinchiusa in casa anche per questioni di incolumità. Invece lei sta all’esterno del sepolcro e non ha timore nel dire a due sconosciuti che l’uomo deposto in quella tomba era la persona che lei amava e che era disposta a seguire fino alla fine. Il missionario è colui che è capace di testimoniare chi è il suo Signore, anche in una regione straniera. Straniera come la terra era diventata per Maria dopo la morte della persona per lei più importante. E questo il missionario non lo fa perché ha qualche capacità particolare, ma perché affida il suo lavoro, la sua vita tutta, a Dio, e il Suo Spirito lo sorregge e gli dà la forza di perseverare nella testimonianza, anche quando questa è silenziosa e discreta.
Ma non sapeva che era Gesù
Ma come: Gesù era il suo Signore, e lei non lo riconosce? Che innamorata sarà mai questa? In realtà Giovanni usa questo espediente per farci capire che quello era sì Gesù, ma non era più come prima, poiché era Risorto, e questo lo rendeva così nuovo e diverso che la stessa Maria non riusciva a identificarlo. Solo sentendo il suo nome pronunciato dalla voce del suo Signore potrà finalmente vederlo per quello che è: Gesù risorto. Quando Maria si sente riconosciuta nel suo intimo, solo allora potrà a sua volta riconoscere.
Qualche mese fa lessi un breve articolo di uno psicologo che affermava che, nel momento della scelta del nome di un bambino, se i genitori non riescono proprio a trovare un accordo, allora è meglio dare il nome preferito dalla mamma. Questo perché la sfumatura della voce mentre pronunciamo un nome che ci piace o che non ci piace viene inconsciamente percepita, quindi un bambino può in qualche modo recepire una traccia più amorevole se chiamato con un nome scelto dalla mamma. Che sia vero o meno è bello pensare che quando sentiamo pronunciare il nostro nome da qualcuno che ci ama è come se arrivassero a noi delle vibrazioni positive; e quando chi lo pronuncia è il Signore che ci ama sopra ogni cosa, quella voce non può che farci aprire gli occhi, facendo scattare in noi il riconoscimento più profondo di noi stessi e di ciò che ci appartiene, fede e relazioni comprese. Laddove gli occhi non funzionano spesso interviene il cuore, che riesce a discernere più saggiamente e autenticamente. Penso che il missionario debba chiedere allo Spirito Santo di farsi voce altrettanto profonda e calda, tanto da saper chiamare le persone che incontra arrivando al loro cuore per trasmettere amicizia, fratellanza e l’amore del Vangelo anche quando non è esplicito.
Trattenere
Gesù chiede spesso, nei vangeli, di non essere trattenuto da singole persone, ingabbiato in determinate situazioni o precomprensioni o ancora etichettato secondo le categorie umane. Anche alla sua cara discepola Maria di Magdala dice la stessa cosa: non è Risorto per essere trattenuto solo da lei, ma è Risorto per tutti. La tentazione di trattenere il Signore solo per noi, per il nostro gruppo, la nostra chiesa o la nostra comunità è sempre lì sulla soglia; riuscire a soddisfare la richiesta universalista che Gesù stesso, e prima di lui alcuni profeti, hanno avanzato diventa spesso una sfida molto dura.
In passato l’idea di missione era sovente legata a quella di conversione: si andava in un territorio, si predicava il Vangelo, si creava una chiesa e si aiutava chi aderiva ad essa. Si misurava la fruttuosità di una missione con il numero di battezzati. Ma così non stiamo un pochino trattenendo il Signore? Diciamo alle persone che per poterlo incontrare devono per forza aderire ad una delle sue comunità. Invece penso che il missionario debba compiere azioni e scambiare sguardi che fanno trasparire l’amore di Dio per l’uomo al di là della propria appartenenza a questo o a quel gruppo religioso o culturale. Sarà poi la persona oggetto di tali attenzioni a chiedersi, se lo vorrà e ne avrà la possibilità, quale sia la fonte di quell’atteggiamento, arrivando eventualmente a voler diventare parte della Chiesa.
Va’ e di’
Andare e dire. Gesù rivolge a Maria due richieste tipicamente missionarie poiché colui che parte è chiamato ad andare nel posto indicato per dire qualcosa che tenga in vita la speranza nel cuore di ogni essere umano. E se questa speranza ormai si è spenta, forse si tratta di andare e dire che c’è qualcuno che è lì per tutti coloro che lo vogliono: ancora prima del Dio di Gesù o di qualunque altra divinità, si tratta del missionario stesso con la sua umanità limitata, ferita, imperfetta, ma che sa mettersi in gioco spendendosi in tutte le sfide che gli si presentano davanti.
All’inizio del vangelo di Giovanni Gesù aveva già usato una coppia di verbi, rivolgendosi a Natanaele (Gv 1,45-54): “vieni e vedi”. Gesù ci invita ad andare a lui sempre in due tempi e la prima cosa che ci chiede di fare, per essere suoi discepoli, è quella di fidarci andando dietro a lui e solo dopo, vedendo, avremo delle conferme. Se prima vedessimo che fede sarebbe? Quello è il funzionamento della scienza: faccio un’ipotesi, la verifico e se vedo alcuni risultati allora credo. Con la fede è diverso: posso fare un’ipotesi e poi devo affidarmi. Le prove le avrò solo alla fine.
Faccio un esempio: domani prenderò il pullman per andare a lavoro. Consulto l’orario e, secondo quanto dice, la corsa dovrebbe passare alle 7.45. Allora ipotizzo che, con il traffico mattutino, il pullman passerà tra le 7.45 e le 8 quindi, dato che mi ci vogliono tre quarti d’ora per uscire, metto la sveglia alle 6.50 in modo da uscire alle 7.40 circa e avere 5 minuti per arrivare alla fermata vicino a casa. Il tutto è mosso da una fede ferrea: che domattina il pullman si avvii, che abbia sufficiente carburante, che l’autista si svegli per tempo e arrivi a lavoro in orario, che la mia sveglia suoni, che io ci metta i soliti 45 minuti per prepararmi e così via. La fede mi muove prima dell’evento: solo quando sarò alla fermata del pullman potrò verificare se quella mattina il pullman sarà passato, se lo avrà fatto in orario, se era pieno di studenti come mi aspettavo ecc. La fede ci muove ogni giorno, in tutto quello che facciamo, è qualcosa che appartiene strutturalmente all’uomo.
Ora, Gesù ci chiede di applicare anche a lui questo schema: io prima mi devo preparare e andare “alla fermata” per incontrare Gesù, dopo potrò verificare se era come mi aspettavo. E tutta la nostra vita deve essere protesa a questo quindi tale modello può diventare parametro di giudizio per ogni cosa che faccio: sto avendo fede in queste parole, persone, idee, valori, Dio? Sono disposto/a prepararmi per tempo prendendomi il rischio di verificare a posteriori oppure pretendo di trovare delle verifiche in anticipo? A Maria di Magdala succede la stessa cosa: certo, lei parte da un dato di fatto di enorme importanza perché il Risorto non solo lo ha visto, ma ci ha anche conversato. Però poi anche a lei viene fatta una richiesta di fede: deve andare e raccontare tutto. Proviamo a metterci nei suoi panni:
“Devo andare a dire a degli uomini, io donna non sposata, che il loro maestro, colui che è stato ucciso tre giorni fa e a causa del quale loro sono ricercati dalle autorità, in realtà è vivo. Lui ha parlato a ME. Una donna qualsiasi. Mi ha chiamata per nome. Io so che è lui. Ma se il dolore me lo avesse fatto immaginare? No… io so che non è stato così. Loro però potrebbero pensare che sono le isterie femminili o il mio troppo sentimentalismo a guidarmi. Ma poi cosa vado a dire? Scusate se disturbo, ma sapete quando Pietro e Giovanni se ne sono andati… ecco io sono rimasta e ho visto Gesù! All’inizio non l’ho proprio riconosciuto ma poi ho capito che era lui e mi ha chiesto di dirvelo.”
Povera Maria, portatrice di un messaggio così incredibile e unico nella storia! Penso ai primi missionari che mettono piede su una terra sconosciuta e a quanto, ancora una volta, somigliano a Maria di Magdala.
Venne Gesù e si fermò in mezzo a loro
Con questa affermazione sappiamo che Maria ha avuto il coraggio di andare a trasmettere agli altri discepoli quanto chiesto da Gesù. È stata la sua testimonianza ad aprire le porte al Risorto che è andato a portare nientemeno che la pace. In quanto cristiani e battezzati siamo tutti re, profeti e sacerdoti in Cristo e, quindi, missionari. Non essendo io missionaria in senso stretto posso solo augurare di cuore a tutti coloro che lo sono e lo saranno di poter avere come esempio lo slancio di Maria di Magdala, per far sì che Gesù entri nel cuore di tutti e per portare la pace vera, quella di cui il mondo non smette mai di avere bisogno. Che Gesù si fermi anche oggi in mezzo a noi.
Di Valentina Venturini
teologa ed educatrice presso la sede di Busto Arsizio dell’Ufficio Educazione Mondialità