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L’importanza di non lavorare

Allora Dio, nel settimo giorno portò a termine il lavoro che aveva fatto e cessò nel settimo giorno da ogni suo lavoro. Dio benedisse il settimo giorno e lo consacrò, perché in esso aveva cessato da ogni lavoro che egli creando aveva fatto. (Genesi/Bereshit 2,2-3)
Questo mi sembra il primo precetto etico che incontriamo nella Bibbia a proposito del tema del lavoro e, più in generale, della vita buona. Dio in persona istituisce un giorno per il riposo. L’onnipotente stesso, dopo aver creato cieli e terra e tutto quello che contengono, pone un limite alla sua potenza e consacra un tempo dedicato a contemplare la sua opera.

Il settimo giorno creato da Dio viene vissuto, nella tradizione ebraica, di sabato/Shabbat che è sospensione del tempo regolare perché anticipazione del tempo messianico (questo si riflette anche nella lingua ebraica, che non assegna un nome ai giorni della settimana dalla domenica al venerdì). Successivamente il cristianesimo identificherà quel tempo messianico nel tempo inaugurato dalla Resurrezione del Cristo, che viene celebrato e ricordato ogni domenica, il dies del Signore.

Venerdì, sabato, domenica

Il prezioso volume “The Chumash” (Mesorah Pubblications ltd.), curato da rabbì Nosson Scherman e del quale David Pacifici ha tradotto una parte, riguardo a quei versetti della Genesi riporta:

Versetto 2:
Aveva completato … cessò. Queste due parole hanno diverse connotazioni. La prima indica che l’opera di Dio della Creazione era stata completata, ed in effetti lo era; nulla di nuovo fu infatti creato dopo i primi sei giorni. La parola astenersi, invece, fa pensare che l’opera era stata interrotta, rimandata, ma non finita. Essa è rivolta agli esseri umani, e ci dice che c’è sempre ancora da fare, ma l’Uomo deve sospendere il suo lavoro creativo quando giunge lo Shabbat (Gaon di Vilna).

 

Versetto 3:
Benedisse … e santificò. Dio benedì lo Shabbat con abbondante bontà, poiché in esso c’è un rinnovo della forza fisica procreativa ed una superiore possibilità di ragionamento ed esercizio dell’intelletto. Lo santificò in quanto nessuna opera fu fatta in esso (Ibn Ezra). Dio avrebbe benedetto lo Shabbat, in futuro, con una doppia razione di manna il venerdì in suo onore; e lo avrebbe santificato non fornendo la manna lo Shabbat stesso (Midrash). Il significato letterale del verso è che lo Shabbat è santificato al di sopra del normale corso della attività fisica in questo mondo. Normalmente la gente deve lavorare per guadagnarsi da vivere, ma di Shabbat il lavoro è proibito, ed anche così lo Shabbat è un giorno che è benedetto con più cibo e più gioia del resto della settimana (Or HaChaim).

Al di là delle differenze tra Shabbat e domenica, quello che mi preme sottolineare è la medesima connotazione etica che viene attribuita al concetto del riposo che appartiene non al tempo quotidiano, ma al tempo straordinario del divino.

Riporto anche la seguente spiegazione del giorno di Shabbat presente su ucei.it (il sito delle comunità ebraiche italiane):

L’uomo per sei giorni lavora e si dedica soltanto a cose “materiali”, in questo giorno, invece senza l’ossessione dell’attività produttiva deve dedicarsi a se stesso, alla comunità, alla società, per stare con i propri familiari e gli amici, a studiare e riposare. Se durante i giorni lavorativi l’uomo tende a vivere secondo le modalità dell’avere, in un certo senso “l’uomo è solo ciò che ha”, il sabato prevale la modalità dellessere e luomo è ciò che è”.

Questo è il principio primo, unica modalità con la quale il nostro vivere diventa di qualità e non di quantità. E non è questione di Shabbat, domenica o venerdì: quale che sia il giorno di riposo della religione o della cultura di appartenenza, la questione centrale è il riconoscere che l’uomo ha bisogno di arrestare la sua opera non solo per recuperare le forze fisiche e le energie vitali, ma per riequilibrarsi potendo dedicarsi alle relazioni famigliari e di amicizia, a sé stessi, alla cultura e, se credente, alla preghiera.

Lavoro e società

È dal 1998 che in Italia i negozi in città turistiche o con particolari condizioni economiche possono avere deroghe per le aperture domenicali e durante le festività; nel 2011 è entrato in vigore il decreto Salva-Italia che prevede la possibilità di avere esercizi commerciali aperti 7 giorni su 7 e senza limiti di orario. Al di là dell’impatto su economia e occupazione, che non ho le competenze per analizzare, sotto gli occhi di tutti è il vantaggio che ne è derivato a grandi marchi, catene in franchising e centri commerciali a dispetto dei piccoli commercianti. Sul piano etico-sociale, invece, ciò che è impattante sono i messaggi che vengono veicolati: tutti i giorni sono uguali, il profitto al primo posto, il lavoro viene prima dei rapporti personali.

Ovviamente ci sono lavori che non conoscono giorni di riposo fissi (penso alla sanità, alla ristorazione, al trasporto, ecc.), ma aver esteso questo concetto anche ad altre categorie forse non ha giovato: quante persone lavorano nel commercio e non possono mai organizzare una domenica al parco con gli amici o un pomeriggio al museo con i figli perché lavorano.

Basta passare la dogana e andare in Svizzera per scoprire un altro stile di vita perché, a parte qualche eccezione, di norma i negozi e i supermercati di domenica sono chiusi e il sabato l’orario è ridotto; eppure non penso che le persone non abbiamo il cibo in casa o vadano in giro con i pantaloni bucati: semplicemente fanno la spesa il sabato o in settimana dopo il lavoro. In questo modo anche la società veicola l’importanza del riposo e del tempo da dedicare a sé stessi e alle relazioni che ci fanno stare bene, che siano in famiglia o con gli amici.

Date a Cesare quel che è di Cesare

Cosa dice il Vangelo del rapporto tra società e Dio? Andiamo al celeberrimo passo che ritroviamo in tutti i Sinottici, qui nella versione di Matteo:

“Dicci dunque il tuo parere: È lecito o no pagare il tributo a Cesare?”. Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: “Ipocriti, perché mi tentate? Mostratemi la moneta del tributo”. Ed essi gli presentarono un denaro. Egli domandò loro: “Di chi è questa immagine e l’iscrizione?”. Gli risposero: “Di Cesare”. Allora disse loro: “Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio”. (Mt, 22,17-21)

Nella Palestina romana ogni cittadino doveva versare un tributo, il census, che veniva pagato con una speciale moneta che riportava il busto dell’imperatore in carica (Tiberio, in questo periodo storico) e l’iscrizione Tiberius Caesar Augusti Filius Augustus Pontifex Maximus ovvero “Tiberio Cesare augusto figlio del divino Augusto sommo sacerdote”. Come sappiamo, nell’Impero romano l’imperatore era divinizzato ed è su questo punto che Gesù, con la sua risposta, mette un limite: date a Cesare quello che è suo – ovvero la tassa, che quindi non viene riconosciuta come un sopruso, bensì come un atto lecito – ma niente di più, di certo non il riconoscimento di una qualche sua caratteristica divina.

In generale possiamo interpretare questo passo come la concessione del diritto di esistenza di una forma di governo, che quindi va rispettata dal punto di vista amministrativo, ma attenzione a concedere a questa tutto il resto. Il governatore (leggasi anche l’economia, il lavoro, la globalizzazione, il diritto…) non è un dio; Dio è uno e solo a lui deve andare il nostro tutto, solo a lui dobbiamo obbedienza totale.

Quindi se siamo chiamati a rispettare le leggi dello stato e a partecipare alla sua vita in maniera attiva per migliorarlo, rendendolo più umano e sano, dobbiamo però anche stare attenti a non perdere di vista la legge di Dio che è espressa nella Bibbia/Torah e rimarcata da Gesù nei Vangeli. Scrive E. Cuvillier nel suo commento al Vangelo di Marco: “Restituire a Cesare ciò che è di Cesare significa non fare di Cesare un dio, cioè un’istanza politica che determina il senso ultimo dell’esistenza”.

E quindi torniamo a quanto scritto all’inizio: cosa ci dicono dire le Scritture sullo stile da tenere nel mondo del lavoro? Di fermarci per riposare e contemplare la nostra opera, così come fece Dio stesso che, con l’osservanza del riposo, limitò anche la sua potenza: avrebbe potuto fare tutto secondo la sua esclusiva volontà, invece si è fermato. Siamo noi più potenti di Dio? Se non rallentiamo mai potremmo cadere nella tentazione di pensarci supereroi o semi-dei ai quali tutto deve essere restituito, non molto lontani dai cesari romani; invece dobbiamo accontentarci di una monetina, perché tutto il resto è per la gloria di Dio.

 

Di Valentina Venturini
teologa ed educatrice presso la sede di Busto Arsizio dell’Ufficio Educazione Mondialità

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