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Immersi in un mondo di condivisione | Secondo le Scritture

Troppo spesso dimentichiamo che la missione non è un dare ai poveri o un insegnare a chi non sa. La vera condivisione esiste solo quando non è unilaterale, ma a doppio senso. Intervista a una famiglia missionaria in Brasile

Se nel mese scorso abbiamo provato ad individuare alcune caratteristiche che il Vangelo di Matteo ci consegna per poter essere missionari secondo l’invito del Risorto, questo mese, che è il mese dedicato alla vocazione missionaria della Chiesa da circa un secolo, vorrei proporre la storia di Margherita e Gianluca che hanno accolto quell’invito in maniera radicale mettendosi al servizio di una periferia di Manaus, città del nord del Brasile. Margherita, nonostante la nascita appena due settimane fa del loro secondogenito, ha accettato di fare una chiacchierata con me e per questo la ringrazio tantissimo.

Partiamo da voi: chi siete?

Siamo una famiglia, sposati dal 2019, e proveniamo dalla diocesi di Treviso. Ci siamo conosciuti frequentando il “Gruppone missionario” un’associazione di volontariato nata alla fine degli anni ‘80 dalla famosa Ong Mato Grosso.

Nato tra le iniziative della diocesi, nel tempo il Gruppone missionario ha perso il legame con la dimensione spirituale e ha accolto diverse persone che non si riconoscevano tanto in una fede comune quanto negli ideali di giustizia e solidarietà. La stessa dinamica caratterizza anche la nostra famiglia: io, Margherita, a mio modo, mi colloco in un percorso di fede e mi sento parte della Chiesa, mentre Gianluca possiamo definirlo agnostico, ma si riconosce nei valori del Gruppone e sente forte la responsabilità nei confronti di chi è svantaggiato; entrambi quindi crediamo non solo che si debba aiutare l’altro, ma soprattutto che siamo chiamati a incontrare e condividere perché – e questo è il cuore del nostro percorso – possiamo migliorare le cose solo pensandoci parte di un mondo più grande. Diventa allora necessario riconoscersi non solo in grado di dare, ma anche bisognosi di ricevere dagli altri, di accogliere quei cosiddetti poveri che vengono marginalizzati da un sistema di cui noi stessi facciamo parte.

Come siete arrivati in Brasile?

Prima di arrivarci abbiamo entrambi fatto delle esperienze singolarmente: io a 19 anni ero già stata in Brasile sempre grazie al Gruppone. Gianluca invece è stato sei mesi in Africa con Emergency, dove si è occupato della logistica di un ospedale in Sierra Leone durante l’epidemia di Ebola. Quando ci siamo sposati avevamo entrambi il desiderio di ripartire per un periodo più lungo perché crediamo che questo decentrarci, uscire dal nostro contesto e dalla nostra comfort zone sarebbe stato importante per la famiglia che volevamo costruire.

Per noi missione è questo: uscire da noi stessi e cercare di farci incontro all’altro con umiltà e rispetto, senza pensare di dover esser per forza noi a dover dare, insegnare, fare. E questo è possibile partendo ma non solo, poiché la chiamata a essere missionari è rivolta a tutti e va accolta ovunque ci si trovi, senza bisogno di cambiare contesto. È necessario andare incontro all’altro come Gesù ha fatto e ci ha insegnato a fare.

In quale modo, quindi?

Non sentendosi il centro del proprio agire, del proprio fare e pensare, non pensandosi migliori. Prima di tutto bisogna dare valore all’altro e sentirsi responsabili dei bisogni del fratello vicino e di quello lontano. C’è chi lo fa per motivi di fede e chi perché semplicemente crede sia giusto.

Tutti quei verbi che hai messo nell’articolo del mese scorso li sentiamo poco nostri: o meglio, condividiamo la tua interpretazione attuale, che prende le distanze da quello che è stata in passato la missione (andare a battezzare), però ci sono alcune azioni che sentiamo lontane, una su tutte insegnare. Possiamo condividerlo solo vedendoci non tanto come coloro che arrivano e calano dall’alto conoscenze per qualche motivo migliori, quanto come persone che insegnano qualcosa agli altri e al contempo imparano da essi. Il verbo nel quale, invece, ci riconosciamo di più è andare: andare verso, decentrarci, incontrare, farci piccoli e consapevolizzarci. Per noi cambiare contesto vuol dire avere più consapevolezza di quello che succede nel mondo e non sentirci gli unici riferimenti possibili.

Quando, esattamente, avete deciso di partire e come vi siete organizzati?

Il sogno di partire ci ha accompagnato fin da subito, quindi poco dopo il matrimonio abbiamo cercato di capire come realizzarlo. Abbiamo deciso che questa esperienza sarebbe dovuta durare almeno tre anni perché avremmo dovuto lasciare casa e lavoro: stare via di meno non avrebbe avuto senso. Nel frattempo stavamo aspettando la nostra prima bimba, Lia; dopo la sua nascita con alcuni amici del Gruppone abbiamo cercato di capire a quale dei progetti avremmo potuto portare un miglior contributo; alla fine è stata scelta la realtà del Movimento Comunitário Vida e Esperança di Manaus.

Abbiamo portato questa nostra volontà anche in diocesi, abbiamo fatto la convenzione come fidei donum e abbiamo iniziato il percorso di formazione missionaria specifica. Nel frattempo ci siamo organizzati: per prima cosa abbiamo svuotato la casa. Alcuni amici ci hanno offerto uno spazio, dove attualmente ci sono ancora tutte le nostre cose, e altri ci hanno ospitati da fine agosto a fine novembre 2022, quando, dopo il lunghissimo tempo necessario per avere tutti i visti, finalmente siamo partiti.

Quale realtà avete incontrato?

Viviamo in una periferia della città di Manaus che sostanzialmente è una favela, anche se qui non si chiama così. Collaboriamo con l’associazione Vida ed Esperança che si occupa di educazione e prevenzione educativa con bambini e adolescenti in situazioni di fragilità.

Il servizio offerto si chiama “scuolina” e assomiglia al nostro doposcuola. Si parte offrendo rinforzo scolastico, perché alcuni bambini hanno difficoltà a ottenere i documenti e non vanno a scuola, mentre chi ci va trova un’offerta formativa di qualità molto scadente: le classi sono piene zeppe di studenti e gli insegnanti non riescono a stare dietro a tutti, considerando anche il fatto che spesso fanno tripli turni per sopperire alla mancanza di personale. Insomma, nelle scuoline si fa alfabetizzazione, ma principalmente si ha l’obiettivo di dare ai bambini e alle loro famiglie un supporto con una grande valenza educativa, si cerca di insegnare a vivere bene con gli altri, a condividere, trasmettendo così valori relazionali e di convivenza pacifica.

Si fanno anche laboratori con i genitori per riflettere sul modello educativo non violento, contrastando i grandi problemi del narcotraffico, della violenza sessuale e di quella domestica. C’è anche un centro per i ragazzi più grandi dove vengono offerti corsi di vario tipo come chitarra, calcio, capoeira e informatica, con l’intento da un lato di trasmettere competenze specifiche, e dall’altro di agganciare queste famiglie per trasmettere loro una cultura della pace e della condivisione, dell’aiuto reciproco, della legalità e del rispetto, che qui spesso mancano. Inoltre si offrono una merenda o un pasto e si cerca di seguire le famiglie, aiutando le meno abbienti con ceste alimentari basiche. Questa associazione cerca in sostanza di prendersi carico a 360 gradi, come può, di queste famiglie, accompagnandole verso una vita che possa essere più degna, indipendente e rispettosa dell’altro e dell’ambiente.

Cosa ti ha colpito di questa associazione?

Il fatto che si tratti di un’istituzione completamente brasiliana: tutti quelli che ci lavorano, collaboratori compresi, sono brasiliani. Non è una missione “dei bianchi”, calata dall’alto per i poveri, ma è un’associazione che, anche se nata grazie alla mediazione di un padre italiano che è stato qui 13 anni, è riuscita in poco tempo a camminare sulle sue gambe e a finanziarsi quasi in autonomia.

Cosa fate voi, nello specifico?

Gianluca fa il tecnico elettricista e in generale si occupa della logistica e dell’organizzazione… diciamo che è un po’ un tuttofare! Qui ogni due per tre si rompe qualcosa quindi è sempre impegnato! Il suo profilo si definisce man mano che il tempo passa e nuove idee nascono: ora per esempio si sta pensando di organizzare un corso professionalizzante per formare gli adolescenti a diventare tecnici degli impianti di aria condizionata, una figura molto richiesta da queste parti, in modo che possano accedere a lavori più legali del traffico di droga.

Per me che sono pedagogista ed educatrice si era pensato a qualcosa a contatto con i bambini perciò avevo iniziato a partecipare a una scuolina affiancando un’educatrice locale. Poi però sono rimasta incinta la mia partecipazione è stata minore e, a causa del rallentamento imposto dalla cura di Lia e del piccolo Leonardo, non mi sono ancora occupata di un progetto tutto mio. Siamo qui come famiglia quindi le nostre energie devono essere anche per i nostri bimbi. Stiamo cercando di capire come potrò contribuire tenendo conto di tutto. Lo spirito con cui siamo qui è quello di camminare con la gente del posto, farci guidare da loro che conoscono la situazione e possono dirci qual è il modo migliore di andare avanti: noi siamo a disposizione e creeremo il nostro percorso tutti insieme.

Una sensazione, un’emozione o una esperienza che porti nel cuore

Rispondere a questa domanda è tutt’altro che facile perché si potrebbe rispondere di tutto e al contempo essere banali. L’impatto con questo ambiente non è stato facile perché è stato davvero un “bagno di realtà”: per quanto una persona possa essere informata sul mondo, anche sulle situazioni molto lontane dalla sua vita, esserne immersi è una cosa diversa rispetto al leggerlo sui giornali. E ne siamo immersi in una forma che è comunque privilegiata: abbiamo un’assicurazione sanitaria, una casa dignitosa, l’acqua corrente, dei soldi per il cibo e per i vestiti, insomma non ci manca nulla. Le persone che vivono qui invece sono tutte in situazioni di disagio e marginalità: partendo dalle molte famiglie che si separano, ricompongono, e separano di nuovo, in cui spesso c’è violenza fisica su donne e bambini e tanto machismo, fino ad arrivare al narcotraffico che coinvolge quasi tutti, a volte i figli adolescenti che iniziano a spacciare, a volte gli adulti stessi che sono tossicodipendenti e quindi negligenti nei confronti dei famigliari, o talmente indebitati da aver venduto anche la propria casa.

Tutti vivono in condizioni molto umili, ma tanti sono ai limiti della decenza: spesso hanno una casa col tetto in eternit, composta da una sola stanza in cui vivono in dieci, dormendo per terra o su un unico materasso sul pavimento, senza acqua (quando c’è è inquinata) e con fognature a cielo aperto. Inoltre ci sono grandi lacune nei sistemi sanitario ed educativo. Insomma, ti rendi conto che la maggioranza della popolazione mondiale vive situazioni simili o peggiori, senza occasione di riscattarsi per povertà culturale o mancanza di possibilità. E questo fa male. Noi viviamo in una bolla dove abbiamo tutto quello che ci serve e anche di più, dove di base abbiamo dei buoni servizi, mentre qui manca tutto. Trovarsi di fronte a sistemi tanto grandi di ingiustizia, collegati a meccanismi globali di tipo economico, sociale e politico, lascia spiazzati e fa sentire molto fragili.

Però stiamo percependo anche una grande forza grazie ad alcune persone che, partendo da storie di questo genere, sono riuscite a riscattarsi e cercano di aiutare gli altri. Il primo strumento che hanno è quello educativo: bisogna far aprire gli occhi davanti a certi meccanismi, rendendo consapevoli le persone e facendo loro capire che ci sono altri modi di vivere, più giusti e dignitosi. Ecco, vedere queste persone forti, coscienti e piene di passione ci dà speranza per un futuro migliore qui e in ogni angolo del pianeta.

 

Di Valentina Venturini

 

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