Di Valentina Venturini
teologa ed educatrice presso la sede di Busto Arsizio dell’Ufficio Educazione Mondialità
L’estate è finalmente arrivata e per molti questa stagione porta con sé il periodo del riposo e delle vacanze. Chi ne ha la possibilità organizza almeno un viaggio, ed è proprio di questo che vorrei parlare. Di viaggi la Bibbia ne è piena ma – non so perché – in questi giorni mi continua a risuonare in testa una canzoncina per bambini: “Giona nella balena, felice fu (felice fu) benché in prigion (benché in prigion)”.
Sono così andata a rileggermi il breve libro del profeta Giona (Yonàh), davvero originale nell’insieme dei libri profetici. Si tratta infatti di un piccolo racconto senza alcun contesto storico preciso che, fin da subito, è chiaro nell’intento di presentarsi come una storiella edificante, intrisa dell’assurdo e dell’umorismo tipici del mondo ebraico, atta a istruire e far riflettere il lettore di ogni tempo.
Il libro di Giona racconta la storia di un uomo che ignora la chiamata del Signore e intraprende, pur di scappare da questo compito, un viaggio che alla fine lo riporterà all’inizio del suo cammino senza ottenere alcun successo, almeno ai suoi occhi. Tanto da avere l’ardore di lamentarsi con Dio che, come diremmo oggi, lo “rimetterà al suo posto” riportandolo alla giusta proporzione che lo sguardo di un uomo dovrebbe avere su ciò che accade attorno a lui.
La fuga impossibile: quando pensiamo di nasconderci da Dio
Giona però si mise in cammino per fuggire a Tarsis, lontano dal Signore. Scese a Giaffa, dove trovò una nave diretta a Tarsis. Pagato il prezzo del trasporto, s’imbarcò con loro per Tarsis, lontano dal Signore.
Giona viene interpellato dal Signore che gli affida un compito chiaro: andare nella grande città di Ninive e annunciare che la loro malvagità è giunta alle orecchie del suo Signore. Suo di Giona, perché Ninive era la capitale del regno assiro e riconosceva altri dei. Come fece notare il teologo ed esegeta André Feuillet, se il re d’Assiria si fosse realmente convertito, ne avremmo traccia nei documenti assiri nonché nella Bibbia: questa è un’ulteriore prova della non storicità del racconto ma della sua funzione educativa.
Torniamo al nostro protagonista: uno dei tratti distintivi del profetismo biblico è proprio la doppia chiamata da parte del Signore. La prima chiamata a volte non viene ascoltata, altre volte il profeta ascolta ma non capisce, altre ancora il profeta agisce, ma non in maniera adeguata alle richieste. Qui Giona scappa. Nientemeno!
Già Mosè (cfr. Es 3) e Geremia (cfr. Ger 1) si erano sottratti alla prima chiamata del Signore perché non si sentivano adeguati al compito; invece Giona scappa perché forse non condivide la richiesta del suo Signore. Nella sua fuga c’è una certa ironia, tipica della letteratura ebraica: c’è un israelita che, pur conoscendo il Dio dei suoi padri e la sua potenza, pensa di potersi nascondere semplicemente cambiando paese, andando su un’altra costa del Mediterraneo.
E noi? Secondo me tutti, almeno una volta nella vita, abbiamo provato a nasconderci dallo sguardo divino: quando le cose iniziavano a farsi difficili, le responsabilità troppo gravose, le nostre mancanze troppo evidenti o le conseguenze delle nostre azioni troppo gravi. È molto infantile, ma anche molto umano: vuol dire provare a evitare gli impegni presi, rompere le promesse fatte, ricercare la guerra al posto della più difficile pace. Insomma, nascondersi dallo sguardo divino vuol dire venir meno alla nostra vocazione di essere immagine e somiglianza di Dio, la vera essenza della nostra umanità.
Essere veramente umani: il richiamo alla nostra dignità
Un filosofo molto bravo, che ho avuto il piacere di ascoltare più volte in università, disse che secondo lui “quando incontreremo Dio non ci chiederà quante domeniche siamo andati in chiesa o se abbiamo osservato di nascosto il décolleté della segretaria, ma quante volte ci siamo comportati da uomini e donne veramente umani“. Cosa vuol dire?
Se essere fedeli alla nostra umanità significa provare ad essere imago Dei, forse essere umani vuol dire cercare di rientrare nella famosa categoria degli “operatori di pace” del discorso della montagna nel vangelo secondo Matteo (cfr. Mt 5,9).
Per essere operatori di pace non basta “non fare la guerra” – altrimenti andrebbe bene anche sottrarsi alle sfide della vita, alle chiamate del Signore come Giona – ma è necessario partecipare attivamente con le energie che, di volta in volta, possediamo. Non possiamo sempre essere al massimo, ma non dobbiamo neppure cadere nella tentazione di nasconderci o scappare quando le nostre energie sono al minimo. Ciascuno di noi, in qualsiasi condizione si trovi, può dare il suo contributo per un mondo più giusto e migliore.
Il tikkùn olàm: riparare il mondo con le nostre azioni
A questo proposito richiamo il bellissimo concetto ebraico di tikkùn olàm, come spiegato su joimag.it da Silvia Gambino:
L’espressione tikkun olam si traduce letteralmente come “riparazione del mondo”, ma – precisa Tzvi Freeman su Chabad.org – le due parole che la compongono includono una molteplicità di significati: “Tikkun è spesso tradotto come riparazione. Ma nella Bibbia ebraica e nell’antico codice normativo della Mishnah può significare anche migliorare, aggiustare, preparare, o semplicemente fare qualcosa con. […] Tikkun olam, perciò, letteralmente significa fare qualcosa al mondo che non solo ripari i suoi danni ma anche che lo migliori, preparando il suo accesso allo stato ultimo per il quale esso fu creato”.
L’uso dell’espressione tikkun olam nel contesto dell’impegno per la giustizia sociale prende piede durante gli anni Cinquanta. Come per i rabbini del tempo della Mishnah, si tratta sempre di rendere il mondo “più abitabile e abitato”, ma non più (o non più solo) attraverso le mitzvot (i precetti) e lo studio della Torah, bensì portando avanti battaglie a favore dell’uguaglianza, dell’ambiente, dell’aiuto ai più deboli.
Non fuggire alla chiamata del Signore vuol dire lavorare perché il mondo da lui creato possa diventare un posto migliore, mettendo a frutto ciò che sappiamo fare nella maniera più onesta possibile: dal fare la torta per i nipoti allo sperimentare una nuova cura per il cancro. Tutto concorre al bene di coloro che amano Dio, scriveva san Paolo (cfr. Rm 8,28).
La tempesta che coinvolge tutti: le conseguenze della nostra fuga
Ma il Signore scatenò sul mare un forte vento e ne venne in mare una tempesta tale che la nave stava per sfasciarsi. Intanto Giona, sceso nel luogo più riposto della nave, si era coricato e dormiva profondamente.
Giona non corrisponde al disegno che Dio aveva su di lui e decide di scappare: così facendo mette in pericolo tanti altri che nulla c’entravano con lui. La conseguenza del nostro volerci ritirare da noi stessi e dalle nostre capacità, sovente ricade anche su coloro che ci circondano.
Questo succede molto spesso anche in famiglia, il luogo in cui spesso ci sentiamo più sicuri e, quindi, anche liberi di esprimerci. Per esempio sfogandoci per situazioni estranee alla vita familiare. All’estremo, la nave della nostra famiglia può arrivare vicina allo sfasciarsi. E magari capita anche che noi, come Giona, ci rintaniamo il più possibile dentro di noi – nel luogo più riposto della nave – per dormire come nulla fosse, illudendoci di essere tranquilli e al sicuro, consapevolmente o meno, senza renderci conto della tempesta che fuori impazza.
I marinai: la saggezza di chi sa fare le domande giuste
Per destarci improvvisamente, alle volte, è necessario che arrivi qualcuno da fuori a domandarci che diamine abbiamo fatto per essere arrivati a tanto. Qui emergono le bellissime figure dei marinai compagni di Giona, uomini buoni e giusti: non chiedono subito al forestiero la sua origine etnica, ma prima si informano sul suo mestiere, sulla città e il paese di provenienza e, solo alla fine, gli domandano il popolo al quale appartiene.
Sembrano cercare punti di contatto, come se l’appartenenza etnico-religiosa fosse un’informazione di second’ordine per comprendere la situazione. Da qui emerge l’universalità della storia: i marinai, pagani, e poi gli abitanti di Ninive, anch’essi pagani, sono personaggi positivi che sembrano tornare a Dio ancora più profondamente di Giona.
Molte volte per scuoterci, per farci rendere conto di una situazione e spingerci ad agire per risolverla, bastano delle parole buone, delle domande sincere che ci guidino sulla strada giusta senza pregiudizi né precomprensioni. Altre volte, invece, è necessario un arresto brusco, una porta sbattuta in faccia anche in malo modo, ovvero qualcuno che ci butti in mare.
Nel ventre della balena: morte e rinascita spirituale
Mettere alle strette qualcuno, farlo scegliere tra due opzioni estreme, non ascoltare o non perdonare: spesso non vorremmo farlo, ma ci rendiamo conto che è l’unica strada rimasta per far sì che una persona trovi la via d’uscita. I marinai non sono coloro che risolvono la situazione, gettando in mare il passeggero straniero; sarà Giona stesso che, una volta nella pancia del pesce (il testo originale non parla di balena), invoca e prega Dio, in modo da poter uscire dalla catastrofe che ha creato con le sue stesse mani, a suon di sotterfugi e superficialità.
Giona resterà nel pesce per tre giorni e tre notti, tempo che si rifà alla credenza del tempo secondo cui l’anima del defunto restava vicino al corpo per tale periodo prima di allontanarsene definitivamente. Stare per più di tre giorni in una situazione di “morte” vuol dire essere morti definitivamente. Questo dettaglio dei tre giorni ovviamente viene riletto dal cristianesimo in ottica cristologica.
Ma allora perché Giona resta nel pesce proprio per quel periodo? Perché il Giona che ne esce è una nuova versione di sé, uno che, mentre si trova nel momento più buio e basso della sua vita, prega il suo Signore. È grazie alla sua conversione, al suo ritorno a Dio, che viene rigettato dalla balena e si mette a disposizione per andare a Ninive ad annunciare la sua distruzione.
La conversione incompiuta: quando Dio ci sorprende
La conversione di Giona però non è ancora completa. Sembra infatti deluso da Dio quando questi non mette in atto ciò che aveva minacciato: Ninive non viene distrutta perché Dio resta colpito dalla conversione dei suoi abitanti. Il testo ci dice che Giona “ne provò grande dispiacere e ne fu indispettito”. La prende sul personale, sembra accusare il Signore di averlo fatto muovere dalla sua città e vivere tutta l’avventura in mare per poi cambiare idea circa la condanna minacciata.
Il profeta non si affida completamente a Dio, che ha piani diversi dai suoi. Non è disposto ad accettarli. È davvero un modello di ciascuno di noi: spesso invochiamo il Signore nel bisogno e ci mettiamo a sua disposizione, ma quando si tratta di rinunciare alle nostre convinzioni ci serriamo nuovamente dentro di noi; lo slancio che avevamo provato si secca e si ritrae per riportarci ad una situazione più confortevole, in linea con le nostre aspettative e opinioni.
La lezione della pianta di ricino: attaccamento e distacco
Ma Dio, che ha usato misericordia con Ninive, con i suoi abitanti e persino i suoi animali è anche paziente con il suo profeta. Così gli offre una lezione preziosa attraverso una pianta di ricino che gli pone sul capo per tenerlo al riparo: dopo una notte Dio fa seccare la pianta e fa tornare il caldo sopra la testa di Giona.
E quest’ultimo non la prende bene: “meglio per me morire che vivere”. Per una pianta secca? O forse perché la sua fede sta vacillando e si è attaccato a qualcosa di terreno che ora gli pare indispensabile? Sembra di intravedere un desiderio di morte che percorre tutta la vicenda: Giona scappa da Dio (figurativamente cerca la morte), poi chiede di essere buttato in mare e, infine, esprime chiaramente il suo desiderio di farla finita.
Chi ha letto altre mie riflessioni su questo blog sa che sono affascinata dal significato delle piante nel racconto biblico, quindi sono andata a cercare, sul solito libretto di C. Boureux Le piante nella Bibbia e la loro simbologia, informazioni sulla pianta di ricino. Lui cita solo questa occorrenza e scrive che il termine ebraico – qiqayon – ha iniziato ad essere tradotto con “ricino” dal medioevo; una traduzione che gli si addice poiché è una pianta che “cresce bene e produce un’ombra abbondante grazie ad una vegetazione lussureggiante che può raggiungere i quattro metri. Scommettiamo che il messaggio, per Giona, va ancora oltre. L’olio di ricino, estratto dai semi, ha benefiche virtù purgative e lassative, assai opportune, qui, per calmare l’amarezza e la paura che egli sente nelle viscere“.
Insomma, è la versione vegetale del grande pesce che permette di rinnovarsi: ma lì Giona era disposto a rimettersi in gioco mentre qui, davanti al destino infausto di questa bella pianta, Giona non ha le forze per tornare nuovamente a Dio, forse sconsolato, per l’ennesima volta, da come gira il mondo (basta vestirsi di sacco e digiunare per essere perdonati?).
La domanda finale: lo sguardo di Dio sulla creazione
Ma Dio non si scoraggia e vuole far riflettere Giona:
“Tu ti dai pena per quella pianta di ricino per cui non hai fatto nessuna fatica e che tu non hai fatto spuntare, che in una notte è cresciuta e in una notte è perita: e io non dovrei aver pietà di Ninive, quella grande città, nella quale sono più di centoventimila persone, che non sanno distinguere fra la mano destra e la sinistra, e una grande quantità di animali?”
Dio impartisce a Giona una lezione preziosa: quante volte ci disperiamo per qualcosa che non abbiamo fatto (o che abbiamo fatto, poco importa) e perdiamo di vista la compassione, la giustizia, i piani più grandi, i fatti che coinvolgono tante persone distanti e il creato intero?
Concludo notando una cosa molto interessante, che prima di me moltissimi altri hanno notato e approfondito sia nella tradizione religiosa e laica ebraica che in quella cristiana: il finale aperto. Poiché questo libro termina con una domanda. Il lettore resta sospeso, interrogato anche lui da Dio sulla sua umanità, sulla sua partecipazione ai dolori dell’umanità e sul suo impegno per la riparazione di questo mondo.
Come scrisse Elie Wiesel: “l’aspetto più commovente del libro è la sua fine, o piuttosto la sua mancanza di fine. Dio indica la pianta morta e fa a Giona la famosa e ingiusta domanda “tu provi dispiacere per la pianta e non vuoi che Io provi dispiacere per Ninive e il suo popolo e i suoi animali?” Il libro finisce con la parola di Dio il che è più che naturale: Dio si assicura sempre di avere l’ultima parola. Ma, caso unico, il libro finisce con una domanda, e questo è ciò che ci lascia stupiti e profondamente commossi. Quanti altri libri sacri ed eterni, ispirati e ispiranti, non hanno come ultima frase né un’affermazione né un ordine, e neanche una dichiarazione, ma hanno semplicemente una domanda?”.
Il viaggio di Giona è un viaggio alla scoperta di sé stessi, un viaggio di ritorno – teshuvà, in ebraico – a Dio e alla nostra umanità. Perché, per quanto difficile sia, per vivere bene da credenti è necessario comprendere e accettare che “I Miei pensieri non sono i vostri pensieri e le vostre vie non sono le Mie vie – oracolo del Signore” (Isaia 55,8).