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Dialogo: l’arte di amare le differenze

Gli episodi di dialogo tra le culture nelle Scritture ci mostrano che non è uniformando le differenze che ci si incontra. Anzi, trovarle e valorizzarle è il modo migliore per entrare in comunicazione

È sotto gli occhi di tutti come oggi risulti più che mai urgente riuscire a dialogare con religioni, culture e usi diversi dai nostri. Se in Italia la religione cristiana appartiene ai più, soprattutto nella confessione cattolica, e la religione ebraica, oltre ad essere la base su cui il cristianesimo si innesta, è presente sulla nostra penisola da circa due millenni, la diffusione sempre più importante dell’Islam e quella, più timida ma in aumento, delle religioni e filosofie orientali richiede una riflessione seria e attenta sulle modalità per entrare in dialogo gli uni con gli altri.

Ci sono punti di incontro più naturali o semplici e altri nei quali ognuno resta fermo sulle proprie posizioni, poiché la reciproca comprensione risulta davvero ostica. La sfida consiste proprio nell’ordire relazioni costruttive, restando consapevoli delle differenze e dei punti di scontro, che non per questo devono diventare ostacoli insormontabili, ma anzi occasioni per apprezzare l’unicità dell’altro.

Differenze e terreni comuni

Pensiamo, per esempio, al fondamento del Cristianesimo, la Trinità: Dio è unico e trino ovvero composto dal Padre, origine di tutto e inaccessibile, dal Figlio, generato della stressa sostanza del Padre e resosi conoscibile nella persona di Gesù di Nazaret, e lo Spirito Santo, l’amore continuo che i due si scambiano, non meno Dio delle altre due persone. La faccenda è complessa! Senza entrare nel dettaglio di secoli e secoli di pensiero filosofico e teologico sviluppatosi in seno alla chiesa cattolica (e specifico cattolica perché, per esempio, nella chiesa ortodossa certi tipi di indagine speculativa non sono incoraggiati), risulta però chiaro come questo sia, al contempo, punto di incontro e scontro.

Entrando, per esempio, in dialogo con il mondo induista, nel quale il divino è uno ma si manifesta in molteplici modi, il principio trinitario ci offre un ottimo aggancio (per approfondire si veda il lavoro immenso di Raimon Panikkar). Al contrario, con le altre due religioni monoteiste questo principio si presenta come un ostacolo davvero arduo da sormontare. Però nella religione islamica la figura di Gesù è importante perché è considerato il più grande profeta dopo Maometto e addirittura sua madre, Maria, compare nel Corano. Con l’ebraismo invece, abbiamo in comune la fede nelle stesse scritture (il canone degli scritti ebraici, il TaNaK, che comprende la Torah, i profeti e gli altri scritti, coincide quasi totalmente con il nostro Antico Testamento) e la consapevolezza sempre più profonda che Gesù era un ebreo, cose che sono un ottimo campo di confronto.

In questa operazione di raffronto il rischio, che è sempre dietro l’angolo, è duplice: da una parte si rischia di irrigidirsi sulle proprie posizioni senza lasciarsi provocare dalle nuove istanze pluraliste, che ci permetterebbero di rileggere la tradizione, ove possibile, in ottica più dialogante e moderna; dall’altra, però, con l’obiettivo di dialogare e comprendersi a vicenda, si rischia di perdere la propria specificità e annacquare ciò che caratterizza la propria religione o cultura, in nome di un terreno comune “umano”. Quest’ultimo è un vero e proprio rischio di “globalizzazione”, tale e quale a quello che si pone a ciascuno di noi ogni giorno: possediamo tutti gli stessi oggetti, vestiamo allo stesso modo e mangiamo le stesse cose delle persone che vivono in Giappone o in Canada.

Gli stranieri nelle scritture

Riguardo la Scrittura, trovare degli episodi di incontro tra culture diverse è molto più semplice di quello che si crede: questo avviene fin dall’inizio con Abramo. E i personaggi che non appartengono al popolo d’Israele, ma che ne influenzano la storia e il pensiero non sono rari: Rut e Giobbe, per fare solo due esempi.

Anche lo stesso Gesù, nella sua predicazione, si lascia influenzare da una donna straniera: se leggiamo il vangelo secondo Marco, ci accorgiamo che i primi sei capitoli sono dedicati alla predicazione verso il popolo di Israele. Infatti, la prima moltiplicazione dei pani al capitolo sei si conclude così:

Tutti mangiarono e si sfamarono, e portarono via dodici ceste piene di pezzi di pane e anche dei pesci.” (Mc 6, 42 – 43)

Qui le dodici ceste alludono alle 12 tribù di Israele: le parole e i gesti di Gesù non sono solo per i presenti ma anche per tutto Israele. Invece, al capitolo otto, la storia si conclude diversamente: “Così essi mangiarono e si saziarono; e portarono via sette sporte di pezzi avanzati.” (Mc 8, 8). Qui gli avanzi riempiono sette sporte e sette è il numero dell’universalità, della completezza: la predicazione è ora rivolta a tutti. Cosa troviamo in mezzo a questi due racconti? Il capitolo sette che racconta l’incontro tra Gesù e la donna siro-fenicia:

“Ora, quella donna che lo pregava di scacciare il demonio dalla figlia era greca, di origine siro-fenicia. Ed egli le disse: “Lascia prima che si sfamino i figli; non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini”. Ma essa replicò: “Sì, Signore, ma anche i cagnolini sotto la tavola mangiano delle briciole dei figli”. Allora le disse: “Per questa tua parola và, il demonio è uscito da tua figlia”. (Mc 7, 26-29)

Gesù è molto duro nei confronti di questa donna, doppiamente straniera in quanto presentata come greca di religione e siro-fenicia di provenienza. Essa è audace: irrompe sulla scena e chiede aiuto per la figlia posseduta, pur sapendo di avere davanti un maestro ebreo il quale, sostanzialmente, le dice che la sua presenza è per i figli di Israele e non per i pagani, apostrofati come “cagnolini/cani”. Si tratta di un termine molto duro, ma non è difficile immaginarlo applicato al “nemico” in tante situazioni anche odierne. Gesù qui non è xenofobo o razzista, semplicemente sottolinea che il destinatario della sua missione si trova altrove: e, cosa spiazzante, questa donna lo sa.

Essa non si ribella né pare offesa dalle parole del Maestro, semplicemente le accetta e le ribalta, con l’astuzia che solo le situazioni più disperate ci regalano: è vero, non sono una dei figli ma un cagnolino e come tale mi accontento delle briciole, non ambisco al pane perché so che anche le briciole mi sfameranno. Le sue parole rivelano una grande umiltà e una grande fede: le briciole ci bastano? O vorremmo sempre sedere nelle prime file? Questa straniera ci insegna che bastano, tanto che Gesù sembra essere sorpreso da quella sua fermezza e la accontenta. Non solo guarisce la figlia come lei aveva chiesto, ma cambia prospettiva: ora la sua missione è universale. L’incontro con questa donna lo muta profondamente e lo rende consapevole della portata originaria della sua missione: solo facendosi interrogare da una donna, pagana e straniera (tre categorie non proprio di potere e prestigio a quell’epoca – e non solo) Gesù comprende davvero chi è e che senso ha la sua vita.

San Paolo: tentativi di dialogo in Grecia

Un altro brano che parla di dialogo interculturale riguarda la predicazione di Paolo nell’areopago di Atene: certo, l’intento di Paolo era anche quello di convertire qualche ateniese alla nuova religione, ma possiamo comunque leggerlo come un tentativo di dialogo.

Anche certi filosofi epicurei e stoici discutevano con lui e alcuni dicevano: “Che cosa vorrà mai insegnare questo ciarlatano?”. E altri: “Sembra essere un annunziatore di divinità straniere”; poiché annunziava Gesù e la risurrezione. Presolo con sé, lo condussero sull’Areòpago e dissero: “Possiamo dunque sapere qual è questa nuova dottrina predicata da te? Cose strane per vero ci metti negli orecchi; desideriamo dunque conoscere di che cosa si tratta”.

Tutti gli Ateniesi infatti e gli stranieri colà residenti non avevano passatempo più gradito che parlare e sentir parlare. Allora Paolo, alzatosi in mezzo all’Areòpago, disse:”Cittadini ateniesi, vedo che in tutto siete molto timorati degli dei. Passando infatti e osservando i monumenti del vostro culto, ho trovato anche un’ara con l’iscrizione: Al Dio ignoto. Quello che voi adorate senza conoscere, io ve lo annunzio. Il Dio che ha fatto il mondo e tutto ciò che contiene, che è signore del cielo e della terra, non dimora in templi costruiti dalle mani dell’uomo né dalle mani dell’uomo si lascia servire come se avesse bisogno di qualche cosa, essendo lui che dà a tutti la vita e il respiro e ogni cosa. Egli creò da uno solo tutte le nazioni degli uomini, perché abitassero su tutta la faccia della terra. Per essi ha stabilito l’ordine dei tempi e i confini del loro spazio, perché cercassero Dio, se mai arrivino a trovarlo andando come a tentoni, benché non sia lontano da ciascuno di noi. In lui infatti viviamo, ci muoviamo ed esistiamo, come anche alcuni dei vostri poeti hanno detto: Poiché di lui stirpe noi siamo. Essendo noi dunque stirpe di Dio, non dobbiamo pensare che la divinità sia simile all’oro, all’argento e alla pietra, che porti l’impronta dell’arte e dell’immaginazione umana. Dopo esser passato sopra ai tempi dell’ignoranza, ora Dio ordina a tutti gli uomini di tutti i luoghi di ravvedersi, poiché egli ha stabilito un giorno nel quale dovrà giudicare la terra con giustizia per mezzo di un uomo che egli ha designato, dandone a tutti prova sicura col risuscitarlo dai morti”. Quando sentirono parlare di risurrezione di morti, alcuni lo deridevano, altri dissero: “Ti sentiremo su questo un’altra volta”. Così Paolo uscì da quella riunione.” (At 17,18-33)

Rispettare e ascoltare

Anche se era difficile trovare un termine comune dal quale partire, Paolo lo ricerca in quello che vede attorno a sé, nella tradizione religiosa di coloro che sta incontrando; e da lì parte. Con un colpo da maestro, quale era, riesce a trovare un aggancio per volgere il discorso a suo favore mostrando come, in fondo, il Dio del quale egli parlava non era così contrastante con la tradizione greca. Certamente il suo atteggiamento è un po’ ardito poiché, nel dialogo tra religioni, l’intento non deve essere quello di ricondurre le tradizioni e le religioni altrui alla propria che “tutto comprende” per poi, in fondo, sperare nella conversione dell’uditorio. L’obiettivo primario deve, invece, essere quello di rispettare la cultura religiosa di chi incontro senza secondi fini (comprensibili ai tempi di Paolo e ancora oggi in auge in qualche religione o corrente) mettendosi in ascolto sincero e fecondo perché, come riconosceva San Giustino, padre della Chiesa, i Semi del Verbo sono presenti in tutte le culture, le religioni e le espressioni umane. È vero che Giustino, nel II secolo, cercò di costruire un ponte tra il Cristianesimo e la filosofia greca con intento apologetico, e che affermare che il punto di ricapitolazione delle religioni è nel Cristianesimo potrebbe essere visto come un abuso, ma di fatto ha proposto un modello che può dare il via a un dialogo.

Abbracciare le differenze

Insomma, l’equilibrio è davvero difficile da trovare, ma non per questo la sfida deve essere abbandonata. Soprattutto in questo periodo nel quale ci sentiamo tutti coinvolti in scontri e conflitti che hanno anche, tra i fattori scatenanti, quello religioso. La strada è lunga, piena di impedimenti e deviazioni che spesso ci riportano indietro, ma l’umanità in cammino deve impegnarsi nel trovare soluzioni creative che le permettano di superare tali ostacoli alla ricerca di un bene comune che non voglia “andare oltre” le differenze, ma abbracciarle e comprenderle. Per costruire un futuro dove c’è spazio per tutti e dove tutti possano sentirsi liberi di esprimere la propria fede in un contesto di rispetto e comprensione.

Di Valentina Venturini
teologa ed educatrice presso la sede di Busto Arsizio dell’Ufficio Educazione Mondialità

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