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Con il cuore in attesa

I quaranta giorni che la liturgia ci offre per prepararci alla festa della Pasqua di Risurrezione sono un’occasione preziosa per purificare il nostro cuore e le nostre menti in modo da fare spazio alla novità assoluta del Risorto.

Eppure, ogni anno, il Triduo pasquale arriva trovandomi impreparata e puntualmente mi ritrovo a domandarmi come mai. Possibile che questi quaranta giorni siano passati così velocemente? Possibile che sia riuscita a ritagliarmi solo qualche misero momento, oltre alla messa domenicale, per (non) prepararmi al momento più pregnante dell’anno cristiano?

La bulimia dell’Occidente

Questo è davvero il leitmotiv della mia vita spirituale tanto che potrei registrare la confessione pre pasquale e premere play ogni anno senza dover aggiungere molto altro. Il lavoro, la famiglia, altri impegni personali… e la vita spirituale passa sempre in secondo, terzo piano.

La vita in questo millennio deve sempre essere così piena di cose che quando non lo è la riempiamo noi: i social, le serie tv, le varie app, lo sport. Sembra che le nostre generazioni siano impaurite dal silenzio, dai cosiddetti momenti morti, dallo stare fermi.

Dobbiamo riempire ogni attimo con qualcosa: mentre aspettiamo la metro guardiamo le notizie, mentre viaggiamo in treno leggiamo un libro o guardiamo un film sul tablet o, addirittura, lavoriamo; mentre siamo in giro col cane telefoniamo all’amica o al fratello o ai genitori; insomma, viviamo il presente ma non siamo davvero lì. C’è sempre un nuovo podcast da ascoltare, una nuova borsa da cercare online, una nuova vacanza da pianificare, un nuovo medico da trovare… ma una nuova veste per il nostro cuore sembra non essere urgente.

Continuiamo ad ingerire riempitivi delle nostre vite salvo poi accorgercene senza riuscire a fermarci per invertire rotta: le società occidentali sembrano ormai affette da bulimia dilagante.

La Samaritana assetata

Il nostro cuore non ha pace. È interessante che in ebraico, una lingua della quale mi sono innamorata qualche anno fa, la parola “pace” che tutti conosciamo – shalom– è direttamente collegata all’idea di completezza. Infatti l’aggettivo shalem significa proprio “completo, intero”: la pace si trova quando ci sentiamo completi, quando non continuiamo a cercare il pezzo mancante. Questo mi fa pensare al brano della seconda Domenica di Quaresima ovvero quello della samaritana al pozzo:

Rispose Gesù: “Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; ma chi beve dell’acqua che io gli darò, non avrà mai più sete, anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna”. “Signore, gli disse la donna, dammi di quest’acqua, perché non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua”.  (Gv 4, 13-15)

La Samaritana mi pare proprio rappresentativa della condizione degli uomini e delle donne dei Paesi occidentali del nostro tempo: alla ricerca di un’acqua che non faccia più venire sete, in modo da mettersi l’anima in pace una volta per tutte, da non dover più recarsi al pozzo ad attingere. La bellezza di questo brano del Vangelo di Giovanni è data anche dalla profonda ironia che lo permea, donando al lettore alcuni doppi sensi tutti da analizzare e capire.

I doppi sensi nel Vangelo

Il primo è legato al luogo. Siamo ad un pozzo, e vi ritroviamo un uomo e una donna da soli: tutto fa pensare ad una proposta di matrimonio poiché quello è uno degli scenari-tipo, come individuato dal critico R. Alter, che ci arrivano dalle storie del primo testamento. Mosè riceve in moglie Sefora mentre si reca al pozzo in Esodo/Shemot 2, 16-21 e prima di lui anche Giacobbe e Rachele in Genesi/Bereshit:

Egli [Giacobbe] stava ancora parlando con loro, quando arrivò Rachele con il bestiame del padre, perché era una pastorella. Quando Giacobbe vide Rachele, figlia di Làbano, fratello di sua madre, insieme con il bestiame di Làbano, fratello di sua madre, Giacobbe, fattosi avanti, rotolò la pietra dalla bocca del pozzo e fece bere le pecore di Làbano, fratello di sua madre. Poi Giacobbe baciò Rachele e pianse ad alta voce. (Gen 29, 9-11)

Giovanni sembra conoscere questa tradizione e non pare voglia subito sgombrare il campo da eventuali incomprensioni; anzi, sembra ricamarci attorno per far crescere questa attesa che poi Gesù trasformerà, come sempre, ribaltando le aspettative umane per donare una nuova interpretazione: lui non è lì per offrirsi in dono a quella precisa donna, ma per farsi conoscere quale profeta prima e messia poi, ovvero offrendo se stesso non ad una persona sola ma a tutta l’umanità.

Il secondo doppio senso, più esplicito e semplice, è quello legato al tipo di acqua che i due cercano: Gesù parla di un’acqua che non fa più venire sete alludendo ad altro – sé stesso, il rapporto col Padre…- mentre la donna è ancora legata ad una lettura immediata e semplice, pensa a un’acqua speciale che però resta pur sempre acqua.  

Infine, l’ultimo doppio senso è nei versetti che seguono questo episodio:

Intanto i discepoli lo pregavano: “Rabbì, mangia”. Ma egli rispose: “Ho da mangiare un cibo che voi non conoscete”. E i discepoli si domandavano l’un l’altro: “Qualcuno forse gli ha portato da mangiare?”. (Gv, 4,31-33)

I discepoli, similmente alla samaritana, usano un registro immediato, semplice, mentre il Maestro uno simbolico di più ampia portata che, ancora una volta, pone le distanze tra Gesù e noi.

La distanza da colmare

E questa distanza, se riusciamo a fermare il nostro istinto malato di riempire i vuoti, il nostro desiderio di frivolezze e vanità, forse la colmiamo: un cuore in pace, libero e in ascolto, può godere di qualche momento di lucidità che gli permette di intravedere, fosse anche solo sullo sfondo, quel banchetto fatto di acqua e pane che saziano per l’eternità.

Se ci mettiamo in ascolto potremo scorgere e incontrare un piccolo segno pasquale rivolto a ciascuno di noi discepoli, in maniera personale, che andrà ad affiancare il grande dono della Risurrezione. Dono che neppure quest’anno l’umanità sembra pronta a riconoscere, ma di cui avrebbe immensamente bisogno. 

Donaci un cuore libero che ricerchi la pace, Signore, e noi saremo ancora capaci di stupirci delle cose semplici, silenziose e genuine che passano troppo spesso in sordina nella nostra vita.

Buona Pasqua di Resurrezione a tutti!

 

Di Valentina Venturini
teologa ed educatrice presso la sede di Busto Arsizio dell’Ufficio Educazione Mondialità

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