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Chi sono i miei fratelli? Ripensare la famiglia alla luce del Natale

Di Valentina Venturini
teologa ed educatrice presso la sede di Busto Arsizio dell’Ufficio Educazione Mondialità

Natale con i tuoi, Pasqua con chi vuoi. Forse un tempo, ma sicuramente oggi le modalità di riferirsi alle feste cristiane sono cambiate e si sono consolidate nuove forme e tradizioni, non per forza da bollare come moderniste o atee. I tempi cambiano, il modo di credere cambia, le persone anche. Questa progressiva secolarizzazione della nostra società è una sfida che i cristiani, ma le persone credenti in generale, devono raccogliere; non per iniziare nuove crociate o per scavare un fossato tra “noi e loro” ma per riappropriarsi sempre più del sapore delle feste della propria religione riscoprendone il significato più autentico. E, perché no, rinvenire tracce e direttrici che ci collegano anche a coloro che ci sembrano più lontani. Come fa Gesù nel brano che segue.

Entrò in una casa e si radunò di nuovo attorno a lui molta folla, al punto che non potevano neppure prendere cibo. Allora i suoi, sentito questo, uscirono per andare a prenderlo; poiché dicevano: “È fuori di sé”. Ma gli scribi, che erano discesi da Gerusalemme, dicevano: “Costui è posseduto da Beelzebùl e scaccia i demòni per mezzo del principe dei demòni”. Ma egli, chiamatili, diceva loro in parabole: “Come può satana scacciare satana? Se un regno è diviso in sé stesso, quel regno non può reggersi; se una casa è divisa in sé stessa, quella casa non può reggersi. Alla stessa maniera, se satana si ribella contro sé stesso ed è diviso, non può resistere, ma sta per finire. Nessuno può entrare nella casa di un uomo forte e rapire le sue cose se prima non avrà legato l’uomo forte; allora ne saccheggerà la casa. In verità vi dico: tutti i peccati saranno perdonati ai figli degli uomini e anche tutte le bestemmie che diranno; ma chi avrà bestemmiato contro lo Spirito santo, non avrà perdono in eterno: sarà reo di colpa eterna”. Poiché dicevano: “È posseduto da uno spirito immondo”. Giunsero sua madre e i suoi fratelli e, stando fuori, lo mandarono a chiamare. Tutto attorno era seduta la folla e gli dissero: “Ecco tua madre, i tuoi fratelli e le tue sorelle sono fuori e ti cercano”. Ma egli rispose loro: “Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?”. Girando lo sguardo su quelli che gli stavano seduti attorno, disse: “Ecco mia madre e i miei fratelli! Chi compie la volontà di Dio, costui è mio fratello, sorella e madre”.  (Mc 3, 20-35)

Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?

Gesù allarga i suoi orizzonti famigliari. Le famiglie, in quel contesto storico-culturale, erano molto più grandi di quelle odierne delle nostre latitudini e i cugini venivano spesso chiamati “fratelli” e “sorelle”. Ma quando lo informano che ci sono sua madre e i suoi parenti, Gesù rilancia con una risposta spiazzante: Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli? Spero per la povera Maria che non l’abbia sentito!

Per fortuna Luca, nel suo vangelo, descrive una Maria molto meditativa, dal cuore docile e profondo: per ben due volte, nel secondo capitolo, al versetto 19 e al 52, la dipinge in uno stato di meditazione interiore. È molto bello il versetto 19: “Maria, da parte sua, serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore.”

Creare simboli per pregustarne l’essenza

Nell’originale greco il verbo “meditare” è espresso con il verbo sumbállousa (συμβάλλουσα), formato dal prefisso sun che significa con, insieme, e dal verbo ballo, gettare. Dall’unione di queste due parole nasce anche ‘simbolo’, poiché gettare insieme qualcosa vuol dire creare un simbolo, un’unione tra due significati, tra un segno e un senso.

Allora possiamo tradurre, in maniera molto più poetica, che “Maria, da parte sua, plasmava simboli nel suo cuore”. Consideriamo il simbolo in maniera teologica, ovvero non un semplice segno che rimanda ad un significato, ma un qualcosa che è già anticipazione di quel qualcos’altro a cui tende. Pensiamo all’Eucaristia: l’ostia è un simbolo in senso pieno, poiché rimanda al corpo di Cristo ma è già sua presenza effettiva.

Anche il Natale dovrebbe essere così: presenza vera dell’incarnazione, qualcosa che possiamo sperimentare e toccare con mano. Allora Maria, prima teologa cristiana della storia, non si sarà neppure tanto meravigliata di quella secca risposta di suo figlio, poiché era anche IL Figlio.

Ma tutto ciò che Gesù ha detto lo ha voluto condividere con noi per renderci partecipi della Verità e, molto più spesso di quanto possiamo credere, per spronarci a fare le medesime cose. Anche in queste parole, forse, siamo chiamati a fare lo stesso, a domandarci chi è davvero la nostra famiglia. Forse siamo chiamati ad avere legami molto più ampi, forse la famiglia nucleare come si è sviluppata nell’ultimo secolo in occidente è troppo piccola per noi, forse siamo chiamati ad assaggiare quella comunione che ci aspetta nell’aldilà già in questa vita.

In tanti altri Paesi le famiglie sono molto più grandi di mamma, papà e figli. Non solo nonni e zii ma interi villaggi: in Guinea Bissau c’è un proverbio che dice “il bambino quando è nel ventre materno è della famiglia, ma dopo la nascita è di tutto il villaggio”.

Allora la famiglia può essere molto più grande. Possiamo essere fratelli e sorelle nella fede e, se tutti siamo immagine e somiglianza di Dio, tutti siamo fratelli e sorelle nell’umanità. Se solo ci ricordassimo di questo sarebbe un immenso dono, oltre che una grande certezza. 

Quando la famiglia fa male

A questa affermazione si potrebbe obiettare che la vita non è sempre così bella. È vero: la famiglia non è sempre il luogo sicuro che dovrebbe essere, anzi, capita che si riveli il posto dove prendono vita i comportamenti più deplorevoli. Secondo un’indagine dell’AGIA (Autorità Garante per l’Infanzia e dell’Adolescenza) l’87% dei minori viene maltrattato da un famigliare. E, di riflesso, la Bibbia è piena di esempi familiari discutibili: pensiamo a Caino e Abele, ad Abramo che presenta sua moglie Sara come sorella per poter entrare in Egitto (cfr Gen 12,12) o a Giacobbe che inganna il padre per carpire la benedizione che sarebbe spettata a suo fratello Esaù (cfr Gen 27,19).

Come fare quindi a tenere insieme questi dati e il quinto comandamento “Onora tuo padre e tua madre, perché si prolunghino i tuoi giorni nel paese che ti dà il Signore, tuo Dio” (cfr Es 20,12)?

Il prof. Rota Scalabrini, durante una delle sue bellissime lezioni sul Pentateuco, si soffermò proprio su questo. Disse che onorare il padre e la madre non vuol dire “volere loro bene”, amarli e rispettarli: come possiamo amare e rispettare un padre ubriaco che ci picchia o una madre che ci ignora perché magari siamo nati da una gravidanza indesiderata? Semplice: non si può. Allora questo comandamento è valido solo per chi è stato abbastanza fortunato da nascere e crescere in una famiglia “funzionale”? Ma le dieci parole che Dio ha consegnato al popolo di Israele, e che noi abbiamo ereditato grazie a Gesù, valgono per ogni uomo e ogni donna. Come può, allora, questo comandamento, valere per tutti?

La parola onore, in ebraico kavod, ha la stessa radice di “pesante”, kaved: forse rendere onore a qualcuno è un fatto importante, pesante? Forse questo comandamento è pesante, il più pesante di tutti: Shimon bar Yockhai disse: “la più difficile di tutte le mitzvot (precetti) è onora tuo padre e tua madre” (Tanchuma, Ekev 2).

Onorare il padre e la madre, allora, potrebbe voler dire riconoscere a loro la “pesantezza” del passaggio che ha portato alla mia esistenza. A loro, che hanno reso tangibile la volontà di Dio di crearmi. Dio mi ha voluto e tessuto fin dal grembo di mia madre, ecco perché devo onorare questa volontà, al di là di tutto. Allora vivere autenticamente la mia vita impegnandomi per il bene è il modo di onorare la loro azione, fosse anche solo quella di avermi concepito. Così posso onorare i miei genitori, qualsiasi sia stata la mia storia personale e, così posso “prolungare i miei giorni” dando il giusto rispetto a me, alla mia vita e a Dio.

Il migliore augurio che quindi possiamo farci – e che possiamo estendere a tutti, allargando così i nostri orizzonti e rendendo il Natale una festa che ospita ogni uomo e ogni donna – è una frase del beato Clemente Vismara, missionario del Pime che ha vissuto nella foresta birmana (attuale Myanmar) dal 1924 al 1988:

La vita è fatta per esplodere, per andare lontano.

Dovunque sia il nostro ‘lontano’, lasciamoci contaminare dalla luce del bambino e cerchiamo il modo più affine a noi per diffonderla, affinché tutti si sentano nostri fratelli e sorelle, oltre le differenze, oltre le distanze, oltre ogni pregiudizio. La Luce è una, che il Natale renda una anche l’umanità. Auguri di cuore!

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