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Abramo: un viaggio lungo 4000 anni | Secondo le Scritture

Quando Abramo accoglie l'invito di Dio a lasciare la propria terra comincia un lunghissimo viaggio. Che è ancora in corso attraverso i suoi discendenti di tre religioni e che ci insegna a credere nell'uomo oltre che nel divino

❮❮ Vattene dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre, verso la terra che io ti indicherò. Farò di te una grande nazione e ti benedirò, renderò grande il tuo nome e possa tu essere una benedizione. Benedirò coloro che ti benediranno e coloro che ti malediranno maledirò, e in te si diranno benedette tutte le famiglie della terra.
Genesi 12, 1-9 ❯❯

Così entra in scena il personaggio di Abramo, dopo il racconto della sua discendenza e delle sue vicende legate alle scelte di Terach, suo padre. La presentazione è scarna poiché il narratore biblico non ci dice quali siano le motivazioni che hanno portato Dio a scegliere quest’uomo, a differenza di quello che succede qualche capitolo prima con Noè, presentato come uomo giusto e integro.

Quello che intuiamo è un suo forte legame con la famiglia di origine in quanto viene detto che Terach prese suo figlio Abram, il nipote Lot e Sarai, la moglie di Abram, per stabilirsi in Carran: sembra di avere davanti un padre dispotico che prende decisioni non solo per sé, ma anche per gli altri membri della famiglia. E questo pare riflettersi anche nelle prime righe dell’invito che Dio rivolge ad Abram: lo esorta a lasciare la terra, la parentela e la casa del padre – ovvero tutto quello che aveva conosciuto e posseduto fino a quel momento, sottolineato dall’uso costante del pronome possessivo “tuo, tua” – per andare verso una terra che non solo è sconosciuta, ma che non sarà neppure “sua”. Perché pare che Abramo la potrà solo vedere (nell’ebraico troviamo proprio il verbo vedere: “verso la terra che io ti farò vedere”).

Dio, Abramo, gli altri

Ecco allora la prima indicazione che possiamo ricavare dalle parole di Dio: per essere benedizione tra le nazioni è necessario rompere la logica del possesso, della sottomissione a persone o modelli preesistenti, per scoprire la propria vera vocazione acconsentendo a un disegno che non si comprende, che forse non si comprenderà mai fino in fondo, e che quindi resterà sempre aperto ad una dose di incertezza che richiede affidamento, fede, costanza e coraggio.

Se Abramo accetta di corrispondere a questa promessa di grandezza e benedizione, allora la sua vita si aprirà agli altri, sviluppandosi in tutto il suo potenziale. Infatti, nella seconda parte dell’invito divino, troviamo un triangolo di relazioni tra Abramo, Dio e gli altri: io -Dio- ti benedirò, tu -Abramo- sarai benedizione per gli altri che saranno in te benedetti a loro a volta. Paul Beauchamp, nel celebre L’uno e l’altro testamento, scrive «Che cosa significa “benedire colui che è stato scelto”, se non sfuggire al tranello della gelosia?».

Forse è proprio questo che Dio chiede ad Abramo: cambiare mentalità, rompere con la storia precedente – in effetti, a parte Noè, l’umanità precedente non brilla per storie personali e scelte compiute- e aprirsi sinceramente all’altro per poter inaugurare un tempo davvero nuovo, quello in cui tutte le famiglie della terra saranno benedette in lui.

Il viaggio di Abramo e dei suoi figli

E qui parte il viaggio di Abramo che, più avanti, si sentirà fare due vere e proprie promesse da parte di Dio: una discendenza numerosa e una terra. Sappiamo che Abramo avrà due figli, Ismaele avuto da Agar sua schiava, e Isacco che nascerà da Sara, la moglie che da sterile diventa feconda. La tradizione rintraccia in questo momento la nascita dei due popoli semiti per eccellenza: il popolo arabo da Ismaele e quello ebraico da Isacco. Sappiamo che i due figli, stando alla storia biblica, si separano a causa della gelosia di Sara, ma essi si ritrovano al momento della sepoltura di loro padre. Scrive Rav J. Sacks nel suo libro Non nel nome di Dio: «I due fratellastri sono insieme davanti alla tomba del padre. Non c’è ostilità tra di loro. I loro sentieri futuri divergono, ma non c’è conflitto tra di loro, né sono in competizione per l’amore di Dio, che li abbraccia entrambi».

Da qui si potrebbe partire per fare un lungo e articolato discorso sul dialogo tra ebraismo, islam e quel cristianesimo che si andrà ad innestare nel solco della storia di Israele, ma non sarebbe la sede adatta. Certamente, però, possiamo ancora dire qualcosa sulla figura di Abramo quale padre delle tre grandi religioni monoteiste e quindi figura eccellente per iniziare un confronto sincero e di speranza. Il nome del patriarca Abramo è un possibile punto di partenza per il dialogo tra i tre mondi, vicini ma sempre molto in contrasto, tanto da aver dato il nome agli accordi tra Israele, Emirati Arabi Uniti e Bahrein, stipulati nell’estate del 2020 per dare l’avvio alle relazioni diplomatiche tra Israele e Bahrein. Altra occasione nella quale il nome di Abramo ha giocato un ruolo importante è stato lo storico viaggio di Papa Francesco in Iraq nel marzo 2021. Tra le varie tappe, l’incontro interreligioso tra il Papa e il Grande Ayatollah Al Sistani, guida della corrente più numerosa dell’Islam sciita, si è svolto nella piana di Ur. È da questo antico luogo che, secondo tradizione è partito Abramo con la sua famiglia.

Al di là dei dettagli storici o tradizionali, che non inficiano la portata della vicenda, con Abramo e la sua incondizionata fiducia in un Dio “nuovo” che lo ha scelto per manifestarsi inizia un viaggio lungo millenni. Che ha portato a tante conquiste, ma anche incomprensioni.

 

Credere nell’uomo

Cosa può insegnarci la storia di Abramo? Che le difficoltà ci sono, che non sempre partiamo da una posizione vantaggiosa per intraprendere il nostro cammino di fede, che se ci mettiamo in ascolto scopriamo che Dio, da noi, a volte vuole cose grandi, apparentemente fuori dalla nostra portata, ma che se ci affidiamo dischiudono in noi una forza che non pensavamo di avere.

Pensiamo all’episodio della legatura di Isacco: che Dio crudele quello che chiede al suo servo fedele di sacrificare l’unico, tanto sperato figlio! Invece scopriamo che si tratta dell’ennesima prova di fedeltà richiesta a colui che sarà padre di una moltitudine numerosa come le stelle del cielo, colui che il Signore stesso, grazie alla sua ostinata fede, aveva già riconosciuto come giusto (cfr. Gen 15,6). Ma questo episodio può anche proporci un secondo punto di vista, come insegna lo scrittore ed esegeta ebreo Haim Baharier «Abramo ha condotto il figlio lì per il timore di Adonai. La sua è una paura elaborata. Il timore è una forma elaborata del rispetto. Cos’è questo monte [si riferisce al monte Moria dove sarebbe dovuto avvenire il sacrificio] allora? La prova di Abramo la conosciamo, ma quella di Isacco? La prova di Isacco è la resistenza. Questo ci porta a pensare che dopo quello che si è subìto, si possa credere nuovamente nell’uomo».

 

 

Credere nuovamente nell’uomo vuol dire dare credito a quell’alleanza che Dio stabilisce proprio con Abramo e la sua discendenza: un patto che insegna che ognuno di noi può cooperare, partecipare al dono di Dio che ci precede e dischiude la nostra possibilità di collaborazione, ma che da me può anche essere implementato, aggiustato e ampliato. Dio, scegliendo l’umano dotato di libero arbitrio come partner per stringere la propria alleanza di pace per tutti (in ebraico la parola “shalom” non solo vuol dire pace, ma è anche legata al concetto di completezza, del tutto), si apre al rifiuto, alla sconfitta e al dover, eventualmente, ricominciare da capo.

Questa partecipazione attiva al progetto divino è ben radicata nel pensiero cristiano, propriamente in quello cattolico, che chiede all’uomo di impegnarsi qui ed ora per la riuscita del Regno di Dio inaugurato dalla vicenda di Gesù di Nazareth; ma una concezione simile, di cooperazione umana, la troviamo anche nella storia ebraica nella tradizione del Tiqqun ‘olam, che esorta l’umanità a compiere azioni che possano perfezionare il mondo. E anche il Corano offre esempi che vanno nel senso dell’affidamento a Dio, accostandovi però, con responsabilità, anche il proprio impegno: «Devo legare il mio cammello – affinché non si allontani e non vada perduto – e affidarmi a Dio, oppure devo lasciarlo libero e affidarmi a Dio?” Al che il Profeta rispose: “Legalo e affidati a Dio”.»

L’ospitalità di Abramo

Concludo riportando le parole che Papa Francesco ha pronunciato al termine del suo intervento durante il già citato incontro interreligioso sulla piana di Ur nel marzo 2021, che ci offrono uno spunto ulteriore per capire come orientare il nostro comportamento seguendo le orme di Abramo:

«Fu proprio attraverso l’ospitalità, tratto distintivo di queste terre, che Abramo ricevette la visita di Dio e il dono ormai insperato di un figlio (cfr Gen 18,1-10). Noi, fratelli e sorelle di diverse religioni, ci siamo trovati qui, a casa, e da qui, insieme, vogliamo impegnarci perché si realizzi il sogno di Dio: che la famiglia umana diventi ospitale e accogliente verso tutti i suoi figli; che, guardando il medesimo cielo, cammini in pace sulla stessa terra».

 

 

Di Valentina Venturini
teologa ed educatrice presso la sede di Busto Arsizio dell’Ufficio Educazione Mondialità

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