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Tutti abbiamo bisogno di perdono | Lettere dalla storia

Può capitare che l’occasione per capire il perdono di Dio sia offerta da pochi, preziosi sacchi di riso rubati e restituiti. Ce lo racconta questa lettera d'archivio di padre Cesare Pesce dal Bangladesh

Anni Ottanta. Il contesto è quello di un piccolo villaggio in Bangladesh, Pathorgata, e la voce narrante è quella di padre Cesare Pesce, responsabile della missione ai tempi del “fattaccio” narrato.

Muore un ladro – racconta padre Cesare – un poveraccio che si arrangiava. Ma siccome l’arte è arte, anche quella del rubare, la “passa” ai figli; poveri come lui, solo un po’ più maldestri. Che pensano bene di approfittare dei festeggiamenti della notte di Pasqua per rubare i sacchi di riso della missione. Il missionario non ci mette molto a scoprire i colpevoli. I quali confessano e promettono di restituire il maltolto. Ma… non può finire così.

 

In foto: padre Cesare Pesce con alcuni bambini in Bangladesh

L’eredità di un ladro

Abdullah. Un bel tipo, alto, segaligno, estroverso. Per me era un piacere passare un po’ di tempo libero ad ascoltare i suoi racconti di imprese rocambolesche, di furfanterie in cui lui, il genio indiavolato, riusciva sempre a uscirne libero e pulito. Quando parlava, ti sembrava di aver davanti il ladrone buono, che rubava per i suoi figli, per aiutare i poveri.

Quando morì, partecipai anch’io al suo funerale. Ricordo, mentre il moulvi canticchiava le sure del Corano, che io, muto, dritto come un palo presso il cadavere, dicevo al Signore: «Questo qui è come quello là, ch’era alla tua destra in quel brutto giorno. Ricordi? Pigliati anche questo. Amen». Abdullah se n’era andato povero così com’era venuto al mondo, lasciando in eredità ai suoi figli il segreto della sua arte.

E difatti, eccoli, poco tempo dopo, pronti a farne uso.

Il furto e le indagini

Pasqua. Mezzanotte. Alleluia! Alleluia! Un migliaio di fedeli gridano la loro gioia a Cristo risorto, le campane squillano, il cane abbaia da forsennato. Tutti lieti… anche quei quattro fuori dalla chiesa, protetti da quel frastuono. Bastò un quarto d’ora perché il piano venisse eseguito a perfezione. Così un quintale di riso dell’orfanotrofio della missione, senza alcuna ricevuta, cambiò di padrone. Mi domandai subito chi potesse essere in grado di ideare, organizzare e portare a termine un colpo simile!

«Apri gli occhi, Cesare», mi dicevo. Qui non è necessario il commissario Maigret! Una decina di giorni dopo il fattaccio, al mercato, poco lontano dalla missione, uno dei miei uomini, improvvisatosi poliziotto, rivolgeva la parola a un mercante fasullo: «Bello questo riso. Qualità n° 5, vero? Che strano, in questi paraggi è introvabile!».
«L’ha importato mio zio da Paridpur. Lo compri?».

E negli occhi del ladruncolo, scoperto letteralmente con le mani nel sacco, il guizzo d’una stella cadente…

Il patteggiamento

Le bugie hanno le gambe corte: lo sanno anche qui in Bangladesh. Di buon mattino trovo in veranda quattro donnette ansiose di parlarmi. Attacca la prima: «Siamo venute a dirti che i nostri mariti non hanno rubato il riso». L’altra continua: «Ti prego, non informare la polizia, altrimenti quei diavoli verranno qui a picchiarli!».
«Per un quintale o due di riso», mi sfotte la più arcigna delle quattro. «Nel silos ce n’è ancora un mucchio!».

Le spedisco a quel paese, e penso al modo di trovare un’uscita da questo labirinto; non troppo ignominiosa per me, cioè per non passar da fesso, e nello stesso tempo non eccessivamente dannosa per queste poveracce. Non voglio certo seguire il consiglio dei soliti santoni sempre pronti a deprecare le colpe altrui per poi nascondere o giustificare le proprie magagne. L’amico Sindaco, tutto sommato non troppo favorevole alla polizia, m’ispira maggior fiducia. Insieme “combiniamo” un incontro per la sera.

 

In foto: padre Cesare Pesce in Bangladesh

Il processo

La Corte è seduta: il Sindaco fa da giudice, io da accusatore derubato, i quattro accusati. Come spettatori, più che avvocati difensori, due ispettori scolastici arrivati per caso in giornata a visitare le numerose scuole locali. Tutto si svolge pacificamente: dopo alcuni blandi tentativi di girare intorno alla verità, i quattro poveracci si dichiarano colpevoli, promettono di restituire l’equivalente del riso rubato e domandano perdono.

Il Sindaco, dopo una ramanzina che fa loro accapponare la pelle peggio delle vergate che s’aspettavano, si rivolge a me: «Che vuoi farci? Se li mandiamo in prigione con tutta la trafila del tribunale e della polizia, bisognerà che tu mantenga poi le loro mogli e bambini perché sono certo che nessuno li aiuterà. Tu, perdonali. A far loro mantenere la promessa di non rubare più, almeno alla missione, ci penso io».

«Benissimo! – rispondo io – Secondo il Vangelo dei cristiani li perdono! E Allah ci benedica tutti!».

A questo punto, con mia grande sorpresa, il Sindaco si fa portare una corda.

La punizione e il perdono

«Accidenti, mi dico, sta a vedere che ora questo li pesta seguendo la sharia (la legge islamica)». Sono perplesso, quasi impaurito. Ma no: l’amico Sindaco non è un integralista… Mette in fila indiana i quattro ladruncoli. Ad ognuno fa stringere con la mano destra la corda e lui, in prima fila, con il capo della stessa corda stretta nella mano destra, li invita imperiosamente a ripetere, parola per parola, ciò che lui detterà. Inizia in arabo, ma i poveretti non conoscono quella loro lingua sacra (sono come alcuni miei cristiani cattolici romani che non sanno fare neppure il segno della croce…). Il Sindaco traduce alla lettera in bengalese, e i quattro ripetono, adagio adagio, come i bambini dell’asilo. Magnifico! È il nostro vecchio Mea culpa, mea maxima culpa.

Eccoli, i fieri figli del prode e indimenticabile Abdullah. Uno spettacolo! Bello, bello davvero! Commosso, sono tentato di mettermi anch’io in fila e stringere nella mia mano quella corda che ci unisce. In fondo, tutti abbiamo bisogno del perdono di Dio.

 

A cura di Isabella Mastroleo
Responsabile Biblioteca Pime

Entusiasta e poeta della vita: così era padre Cesare Pesce, nelle parole di chi lo ha conosciuto. Originario di Novi Ligure, arriva come missionario in Bangladesh nel 1948 e vi rimane fino al 2002, anno della sua morte: 54 anni spesi per il popolo bengalese con la gioia nel cuore, nonostante difficoltà e sofferenze. Gioia ed entusiasmo che trasmette nei suoi numerosi scritti di vita missionaria. Li trovate in Biblioteca, pubblicati sulle riviste del Pime o raccolti nei testi scritti da e su di lui.

 

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