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Per dirvi grazie | Lettere dalla storia

Quando un incontro tra culture riesce bene è merito tanto di chi va quanto di chi accoglie. In questa lettera padre Franco Cagnasso ringrazia tutti coloro che hanno "fatto spazio" ai missionari nel proprio Paese, nella propria cultura e nella propria religione

L’incontro con culture diverse, per quanto affascinante, può non essere facile. Affinché non si trasformi in scontro e conflitto, richiede curiosità, attenzione e pazienza, da una parte e dall’altra. Lo sanno bene i missionari, che dell’incontro con gli altri hanno fatto una scelta di vita.

Ma non diamo per scontato che le difficoltà e i meriti per la riuscita di un incontro positivo e arricchente stiano tutti dalla parte di chi va, del missionario “eroico” che sceglie di lasciare l’Italia, le proprie abitudini, lingua, cultura per andare a vivere con altri popoli e in altri Paesi.

Anche chi accoglie, ascolta e “fa spazio” ha i suoi meriti.

Questa bella lettera di padre Franco Cagnasso ci aiuta a riflettere a riguardo. Oltre ai lunghi anni trascorsi in missione in Bangladesh, padre Franco è stato anche, tra il 1983 e il 2001, superiore generale del Pime. E ha avuto così l’occasione di viaggiare e visitare diverse missioni. In questa lettera, il suo “grazie” alla gente che ha incontrato.

Carissimi,
ho avuto tante occasioni per conoscervi quasi tutti, per incontrarvi (qualcuno anche più volte) e per essere vostro ospite. Mi attendono altri sei anni di servizio in Italia, e ho deciso di scrivervi, prima di incontrarvi nuovamente, come spero.

A chi sto scrivendo?

Sì, esattamente a voi. Non ai missionari, i quali sono già abituati a ricevere le mie lettere, ma alla gente delle tante parrocchie, scuole, ospedali, uffici, villaggi, ospizi, collegi, fattorie, strade, città dove i missionari del Pime lavorano. Non soltanto ai cristiani, naturalmente, ma a tutti, perché i missionari sono mandati a tutti.

Molti di voi non sanno leggere ma non importa, si facciano aiutare da chi ha studiato: non mancano, infatti, maestri e professori fra quelli che riceveranno questa mia.

Siete un po’ in tutto il mondo: dal Giappone, il “Paese del Sol Levante”, alle incantevoli isole della Papua; dalla modernissima Hong Kong alle infinite risate del Bangladesh; dalle montagne della Birmania alle savane dell’Africa; dal maestoso Rio delle Amazzoni fino a Detroit, capitale americana dell’automobile. Oltre, naturalmente, all’Italia e a tanti altri posti.

Perché vi scrivo?

L’altro giorno ho riletto il capitolo 10 del Vangelo secondo Matteo, dove c’è il «Discorso Missionario» di Gesù. È un discorso rivolto agli apostoli e io l’ho meditato tante volte, perché mi riguarda direttamente. Questa volta, però, mi sono accorto che parla anche di voi, e in modo molto chiaro.

 

Gesù, infatti, non ci manda certo a spasso o a vedere panorami e monumenti, ci manda da voi. Vuole raggiungervi, e ci incarica di farvelo sapere; si interessa di voi e dobbiamo dimostrarvelo con i fatti.  Gesù sa bene che molti non accolgono il Vangelo, e che c’è persino chi perseguita i missionari e li uccide. Io, però, non mi rivolgo a loro (che nemmeno leggerebbero questa lettera!), ma a voi che accogliete i missionari, che siete “persone degne” (Mt 10,11) di cui possiamo fidarci, che ricevete la pace promessa dal Signore.

Non voglio farvi delle prediche, ma soltanto dirvi un bel grazie!

Lo faccio spesso quando visito le missioni e ho occasione di incontrarvi, e quasi sempre mi accorgo che ne rimanete stupiti: non pensate neanche di meritarlo.

Lo meritate invece!

Vado in una parrocchia alla periferia di Manila e vedo una splendida chiesa, un gran numero di gruppi e associazioni che funzionano per catechesi, aiuto agli studenti, sostegno reciproco fra i poveri, appoggio alle famiglie, evangelizzazione dei lontani, organizzazione delle feste, cura del canto e della liturgia… e dieci anni fa non c’era niente. Tutti dicono: «Che bravi i missionari del Pime, sono venuti qui e dal nulla hanno messo insieme tutte queste cose!».

È vero, sono bravi. Ma che cosa avrebbero fatto se non avessero trovato tante, tantissime persone disposte a riceverli, a collaborare, a dare tempo, energie, denaro, a fare comunità con loro? Poveri e ricchi, avvocati, professori, casalinghe e operai hanno aperto il loro cuore e le loro case ai missionari, ed è nata una Chiesa, quella fatta di cemento, ma soprattutto quella fatta di persone.

Bisogna dunque dire un bel grazie, una volta ogni tanto, anche a tutti loro.

A volte poi trovo una ragione particolare per ringraziarvi, la vostra pazienza.

Padre Giovanni s’arrabbia facilmente, e all’inizio vi ha spaventati, pensavate che fosse mezzo matto perché nella vostra cultura l’autocontrollo è importantissimo, lo si assimila fin da bambini, Eravate sconcertati, ma avete avuto pazienza, e pian piano avete capito che non è né matto né cattivo; vi vuol bene, si preoccupa per voi, vorrebbe che tutto fosse perfetto e per questo a volte perde le staffe, strilla, minaccia… Voi lo lasciate sfogare girando alla larga, aspettate che passi la bufera e continuate a stimarlo. Grazie!

E suor Luisa? È lì da trent’anni ma proprio non è dotata per le lingue e quando incomincia a parlare vi chiedete se sta usando l’italiano, l’inglese, la vostra lingua o il vostro dialetto. Ma poi, piano piano, si fa luce anche in quella sgrammaticata confusione di parole e voi riuscite a capire che cosa vuol dirvi, vi intendete, e arrivate persino a fare delle lunghe chiacchierate, mentre insegna taglio e cucito nel laboratorio della missione, e a confidarvi con lei quando avete un problema. Grazie!

Per non parlare della giovane coppia di volontari che è stata fra voi tempo fa. Sono arrivati pieni di buona volontà ed entusiasmo, volevano mettere a posto il mondo intero in tre anni. Sorridenti, pronti ad aiutare tutti, ma con una gran fretta di fare e una terribile ingenuità. Certi loro atteggiamenti poi vi lasciavano sconcertati: mano nella mano quando uscivano, carezze e sorrisi fra loro anche davanti a voi… Queste cose nel vostro Paese non si usano!

Ma li avete accolti, li avete lasciati fare, avete visto che sono simpatici, che hanno un grande cuore, che qualcosa di buono possono insegnarlo. Quando è nato il loro primo bimbo lo avete festeggiato più dei vostri stessi bimbi, e ora che sono ripartiti li ricordate con affetto e nostalgia. Grazie!

Ho detto prima che non mi rivolgo soltanto ai cristiani, e lo ripeto. Spero che anche voi buddisti, indù, musulmani, fedeli di religioni tradizionali possiate sentire il mio grazie. In molti posti infatti potreste benissimo cacciarci via, se voleste; invece ci fate spazio. Quanti di voi ci hanno insegnato le lingue, hanno aiutato a trovare un terreno per la chiesa o la scuola, hanno insegnato a rispettare i cristiani, hanno fatto amicizia! Qualche volta, certo, per interesse o per curiosità, ma spesso in voi si è realizzata quella parola di Gesù che dice: «Chi avrà dato anche solo un bicchiere di acqua fresca a uno di questi piccoli, perché è mio discepolo, in verità vi dico, non perderà la sua ricompensa» (Mt 10,42). Quanti “bicchieri di acqua fresca” ci avete dato, e quante volte ci avete stupito perché, pur non essendo cristiani, avete rispetto per noi che considerate “uomini e donne di Dio”!

Potrei andare avanti a lungo, ricordando mille esempi ed episodi. Non voglio stancarvi e finisco, perché so che mi avete capito. Vi chiedo solo di continuare, vi saluto con tanto affetto e riconoscenza e, come ci raccomanda Gesù, a tutti rivolgo un saluto di pace.

 

A cura di Isabella Mastroleo
responsabile Biblioteca Pime

La lettera di padre Franco Cagnasso è contenuta nel libro La missione comincia dal cuore (ed. Emi, Bologna, 1998)Scoprilo nella Biblioteca del Pime.

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