La curiosità e l’attenzione per gli altri sono tratti caratteristici di chi fa della missione la propria scelta di vita. Tanto più se ci si trova in Bangladesh, dove la religione di Stato è quella islamica, ma sono presenti anche numerose minoranze che seguono tradizioni culturali e religiose diverse. Tra queste la principale è l’induismo.
Missionario curioso e attento è padre Luigi Pinos (1921-2016), che, nei suoi 52 anni di vita in Bangladesh, si avvicina e dialoga quotidianamente con musulmani, indù e tribali. Ma si preoccupa anche di trasmettere a noi le scoperte derivategli da quegli incontri, scrivendo e raccontando con brio e una buona dose di umorismo aneddoti e scene di vita vissuta.
Parabola indù
Il parlare in parabole non è una novità per questi popoli, anzi sono le parabole il mezzo preferito per esprimere le loro idee. Per quanto poi riguarda i misteri e i miracoli, essi li accettano senza difficoltà: una religione che si rispetti non può essere priva di questi ingredienti.
E qui vi voglio offrire un piccolo saggio di parabole bengalesi. La prima viene dal mondo induista: in essa sentirete come fu che un sannyassi (santone indù) andò a finire irrimediabilmente all’inferno.
Il brav’uomo non era un santone falso (si dice che in India i santoni siano otto milioni; fra tanti, si sa, non possono mancare i gabbamondo). Egli genuinamente si sforzava di tenersi libero da ogni macchia di peccato e a questo scopo viveva solitario in meditazione e in severo ascetismo ai bordi di una foresta. Ecco però che anche per lui arrivò il giorno della prova.
Era immerso in meditazione, accoccolato davanti alla sua capannuccia, quando, improvvisamente, la pace immensa che lo circondava venne interrotta da uno scalpiccio precipitoso. Si voltò e vide un uomo che correva affannosamente verso di lui; il poveretto, che era inseguito da una masnada di ladroni, cercava un nascondiglio e, vista la capanna del santone, vi sgattaiolò dentro. Ma ecco i ladroni: «Dov’è l’uomo?» intimarono.
Il santone pensò: «Se dico la verità, il poveretto è morto. Se dico che è fuggito nella foresta, sono io che mi macchio di bugia». Decise di mostrare di essere un santone muni (silenzioso) e non accennò alla minima risposta. I ladroni però non mancarono di dare un’occhiata all’interno della capanna; videro il malcapitato, lo acciuffarono e, derubatolo di tutto, lo scannarono. A suo tempo anche il santone venne a morire e fu condannato all’inferno, colpevole di omicidio. Come mai… lui? Sì, non c’è che dire, nel mondo di là i conti si fanno in modo diverso che in quello di qui. Di là si trovò che il suo ascetismo era egoista: aveva amato di più la propria perfezione personale che la vita stessa del prossimo.
Ho trovato questa parabola nel testo scolastico per l’istruzione religiosa indù e mi piacque molto perché ho sempre avuto l’impressione che l’ascetismo induista appunto non addossi impegni sociali a chi lo pratica.
Non vi dispiacerà ora sentire anche una parabola islamica.
Parabola islamica
Un fachiro (santone musulmano), nel suo continuo peregrinare da un santuario all’altro, usava spesso ottenere ospitalità presso una famiglia di brava gente. In particolare era la donna di casa che lo trattava con estrema venerazione e si raccomandava alle sue preghiere e benedizioni: il fatto era che la poverina si struggeva dal dolore per la sua sterilità. Il fachiro ogni volta le dava un mondo di benedizioni e assicurazioni che, vedrai, entro l’anno… L’anno passava e il fachiro ritornava solo per trovare la donna sempre più triste e sterile che mai. Alla fine egli si sentì così umiliato per l’inutilità delle sue benedizioni che per vari anni, nei suoi pellegrinaggi, evitò di fermarsi alla casa della donna sterile. Un giorno comunque, quasi senza pensarci, vi si presentò e cosa non vede? La donna che culla un bellissimo bambino. Magnifico, però… come mai? Non tardò a saperlo.
L’anno prima un vagabondo era passato di lì e la donna lo aveva sfamato. Nel ripartirsene, quello le aveva detto: «Sii felice!». «Come posso esser felice, gemette lei, se non ho bambini?». «Li avrai», la rassicurò il vagabondo riprendendo la strada e, sissignori, il primo bambino non aveva tardato ad arrivare.
A sentire la cosa il fachiro si rabbuiò tutto in viso e non vedeva l’ora di ritrovarsi da solo in preghiera per esprimere ad Allah il proprio risentimento: quanto e quanto egli aveva pregato per la felicità di quella donna, ma nulla era mai successo! Adesso, invece, un rozzo vagabondo apre la bocca, dice una parola e la donna ottiene la grazia!
Rispose Allah: «Un giorno, dal ciglio della strada, un povero paralitico ti aveva chiesto l’elemosina. Tu gli rispondesti: “Non vedi che non ho nulla? Vuoi forse il sangue delle mie vene?”. Poco dopo passò davanti allo stesso paralitico anche colui che tu chiami un rozzo vagabondo. Anche a lui il paralitico stese la mano; ebbene, il vagabondo, fermatosi, rispose: “Vedi, non ho nulla, ma se potessi ti darei il sangue che ho nelle vene”. Caro fachiro mio, il parlare di quel vagabondo mi piace assai e appena egli apre bocca io non posso trattenermi dal prestargli attenzione!».
Per chiarire un po’ la cosa, aggiungerò che i sannyassi e i fachiri, oltre che persone di vita ascetica, di solito sono anche ferrati nelle rispettive scritture e nella saggezza delle rispettive culture. Invece la classica immagine di un vagabondo di questi paesi è quella del pover’uomo che ha un po’ dello sbandato, del mendicante, del fannullone e dell’eterno convalescente: non ha casa, mangia e vive come può. In questi ultimi anni, il numero dei vagabondi quaggiù è stato in aumento per un’aggiunta curiosa di nuovi venuti. Dicono i giornali che uno stuolo di circa 18 mila giovani (e non più giovani) occidentali, maschi e femmine, vivono sulle gradinate degli edifici pubblici delle grandi metropoli dell’India. Questi vagabondi di lusso erano venuti quaggiù perché disgustati dalle magagne dell’Occidente e, di fatto, sono venuti ad aumentare quelle dell’Oriente.
A cura di Isabella Mastroleo
Responsabile Biblioteca del Pime
Il testo riportato è tratto dal libro “Taraganj. Il mercato delle stelle” (Varallo : Centro Libri Punto di Incontro, 1991). Lo trovate, con altri testi di padre Pinos, nella Biblioteca Pime e potete richiederlo scrivendo a biblioteca@pimemilano.com
Lo spettacolo su padre Pinos
Domenica 21 aprile alle ore 17 va in scena “Il mercato delle stelle”, spettacolo teatrale tratto dalle lettere di padre Pinos e dedicato alla sua figura. Attraverso la narrazione della sua storia scopriamo un popolo, quello bengalese, al quale ha dedicato la sua vita. Uno spaccato di missione, che ci parla ancora oggi.
Lo stesso giorno, alle 20.30, il concerto gospel a cura del coro One Spirit Inside porta sul palco del Teatro Pime musica, energia ed emozioni per sensibilizzare sulla campagna Bangladesh24. Cucire storie, tessere relazioni.

