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In Costa d’Avorio sulla spinta del Concilio Vaticano II

L'approvazione del decreto Ad Gentes dà nuova forza alle iniziative missionarie delle diocesi. Gorizia inizia in Costa d'Avorio un cammino che incrocerà quello del Pime

Dicembre 1965: il Concilio Vaticano II si avvia alla conclusione. È l’ultima occasione per approvare il decreto Ad gentes, mentre la Chiesa si interroga sui cambiamenti in atto: il tramonto del colonialismo, l’indipendenza di molti Paesi asiatici e africani, la valorizzazione delle culture non europee e delle religioni non cristiane, la crescita delle Chiese nei vari continenti.

Sette versioni del testo e cinque anni di lavoro non erano bastati per giungere a una sintesi condivisibile.

Il 7 dicembre 1965, ultimo giorno del Concilio Vaticano II, il decreto Ad Gentes passa con 2.394 voti favorevoli e solo 5 contrari: «Lo Spirito Santo c’è davvero!» è il commento a caldo del cardinale Agagianian, prefetto di Propaganda Fide.

Il documento definiva la Chiesa per «sua natura missionaria», chiamata ad annunciare il Vangelo a tutti i popoli attraverso l’inculturazione e la collaborazione con le organizzazioni umanitarie impegnate nei Paesi in via di sviluppo.

Una sollecitazione che mobilita le diocesi e le parrocchie.

Gorizia: una diocesi che dona se stessa

Gorizia e il suo vescovo, monsignor Pietro Cocolin, ne sono un esempio significativo: «Le Chiese locali devono maggiormente preoccuparsi delle Chiese che iniziano la loro Missione tra tante difficoltà, delle Chiese perseguitate o che vivono nella miseria e nella fame, che sono sprovvedute di mezzi umani certe volte indispensabili» sosteneva nell’ottobre del 1967.

La collaborazione con i padri del Pime, che operavano nel loro seminario di Cervignano del Friuli, contribuisce a sensibilizzare i fedeli: «La Chiesa ha bisogno di scoprire Dio amore rivelatosi nel Cristo, ha bisogno di amarsi di più e che tutti i membri si sentano più uniti dal formidabile vincolo che è l’amore… Il mondo attende da noi questo segno per credere nella Chiesa e nel Cristo».

Per questo Cocolin invita Raoul Follereau a Gorizia, accogliendo la sua proposta di costruire una trentina di abitazioni nel lebbrosario di Manikrò, nella diocesi di Bouaké, in Costa d’Avorio. Partono le sottoscrizioni ma soprattutto si aprono i primi campi di lavoro per raccogliere carta, stracci e ferrivecchi da vendere per le missioni. Un’esperienza di fatica, di preghiera e di crescita che segnerà intere generazioni di giovani.

Al rientro dal suo terzo viaggio in Africa, monsignor Cocolin rompe gli indugi: «Non possiamo accontentarci di dare qualcosa a questa gente, dobbiamo dare noi stessi, dobbiamo venire qui a condividere la vita di questa gente per portare ad essa l’annuncio della salvezza». Come gesto concreto propone la fondazione di «una missione» in Costa d’Avorio: «La Chiesa di Bouaké ringrazia tutti per la generosità dimostrata, i lebbrosi di Manikrò ci conoscono; i pagani e i cristiani dei villaggi ci attendono. Nella loro voce sentiamo Cristo che ci chiama».

La prima missione a Kossou

A Kossou, nella diocesi di Bouaké, i tecnici di Impregilo stavano costruendo una grande diga sul fiume Bandama. Accanto al villaggio ivoriano, ne era sorto uno per i tecnici e le loro famiglie. L’imminente partenza del suo cappellano sembra al vescovo un segno dei tempi e Kossou viene scelto come base di partenza della missione goriziana.

Monsignor Cocolin chiede e ottiene la collaborazione del Pime, con cui definisce responsabilità e competenze di concerto con monsignor Duirat, vescovo di Bouaké. Responsabile della missione è designato padre Gennaro Cardarelli del Pime, buon conoscitore della realtà locale essendo arrivato in Costa d’Avorio alla fine del 1972.

Il 6 gennaio del 1973 i missionari in partenza per la Costa d’Avorio ricevono nel duomo di Gorizia il Crocifisso e il Vangelo: don Gioacchino Raugna e don Luciano Vidor, sacerdoti diocesani; suor Fidenzia Martini, suor Pieralba Bianco e suor Dores Villotti della Suore della Divina Provvidenza e due laici, Giuseppe Burgnich e Gianna Pradel.

Dopo tre giorni di viaggio e un periodo di ambientamento iniziano la loro esperienza missionaria a Kossou: catechesi e formazione di catechisti, un dispensario, una scuola materna, una scuola per falegnami e una di taglio e cucito.

 

In foto: Giuseppe Burgnich, direttore della scuola tecnica di Kossou

La frenata

Il rientro dei tecnici italiani muta profondamente la situazione: «Kossou sembra un villaggio morto e abbandonato… Ora non c’è rimedio e siamo costretti a vivere da poveri missionari – scrive padre Cardarelli – tagliati fuori come al tempo dei pionieri… Ma sono contento di soffrire come mai ho sofferto neppure nell’Amazzonia la sete, il caldo, la difficoltà della lingua, l’isolamento…».

Monsignor Aristide Pirovano, Superiore Generale del Pime, giunto in visita insieme al vescovo di Gorizia lo conferma: «Kossou è un buco e io non posso inviare altri missionari del Pime, perché mi sembra che la zona non sia sviluppabile».

Non è una ritirata, ma una realistica valutazione delle risorse disponibili e del modo migliore per utilizzarle. La sua esperienza e la sua autorevolezza convincono sia monsignor Vital Yao, da poco vescovo di Bouaké, che il vescovo Cocolin.

 

La seconda fase

Nel dicembre del 1975 arrivano in Costa d’Avorio padre Giovanni De Franceschi del Pime e don Flaviano Scarpin della diocesi di Gorizia, con tre Suore della Divina Provvidenza (Armida Zulianello, Alessandra Bellotto, Natalia Napolano), una sorella laica, Marcella Dametto, e Fabio Mussi, fratello laico del PIME.

Forze indispensabili per affrontare la sfida di assumere la guida della parrocchia di Nimbò, alla periferia di Bouaké: 40.000 abitanti di etnia baoulé, per la maggior parte animisti, distribuiti su un’area di 1.000 chilometri quadrati, con 103 villaggi sparsi nella savana.

È il passo decisivo per il radicamento della missione. Preludio all’arrivo nel 1980 della missione aperta a Sakassou dalla diocesi di Belluno-Feltre in collaborazione con il Pime, dove vengono inviati don Vito De Bastiani e don Claudio Sacco. Un altro impegno gravoso e al tempo stesso coinvolgente: i cattolici sono un migliaio su una popolazione di otre 55.000 abitanti. La presenza di scuole elementari e superiori consente di programmare una diffusa catechesi per i giovani e al tempo stesso di avere tempo e risorse per quella dedicata agli adulti e alla formazione dei catechisti.

Sono alcuni degli abbondanti frutti prodotti in Costa d’Avorio da quel documento approvato in extremis dal Concilio Vaticano II. Non a caso padre Piero Gheddo scriverà: «Siamo testimoni di un intervento prodigioso, miracoloso, dello Spirito Santo per salvare il decreto Ad Gentes».

 

di Ezio Meroni
ricercatore presso l’Ufficio Beni Culturali del Pime

In occasione dei 50 anni di presenza del Pime in Costa d’Avorio, abbiamo chiesto a Ezio Meroni, ricercatore presso l’Ufficio Beni Culturali, di raccontare la storia dell’Istituto in questo Paese partendo dalle fonti storiche dell’Archivio generale Pime (Fondo Costa d’Avorio), Mondo e Missione, Quaderni di Inforpime e dalla Biblioteca Pime.

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