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Che vada bene, che vada male… | Lettere dalla Storia

Il giovane padre Aristide Pirovano parte per il Brasile per avviare la presenza del Pime nel gigante sudamericano. Sarà un viaggio pieno di difficoltà, eppure quei giorni di fatiche pongono le basi per una straordinaria esperienza di missione

Novembre 1946. Inizia da Genova il lungo viaggio dei primi tre missionari destinati dal superiore generale a fondare la missione del Pime in Brasile. Proprio un viaggio “alla spera in Dio”, diremmo oggi.

I tre sono padre Attilio Garrè, rientrato dalla Cina, e due giovani alla loro prima esperienza missionaria, padre Giuseppe Maritano e padre Aristide Pirovano. È quest’ultimo a raccontare, anni dopo, le disavventure di quel viaggio, durato oltre un mese, e l’arrivo nella grande città di San Paolo, di notte, dove nessuno li attende, non hanno un posto per dormire né qualcosa da mangiare. Le premesse non sono le migliori, eppure…

Partiamo in novembre. Molta gente di Erba, in camion o in corriera, viene a Genova per salutarmi. La nostra nave era brasiliana, si chiamava Almirante Alessandrino e vista da fuori sembrava proprio un bel bastimento. Saliamo sulla nave: p. Garrè con una semplice valigetta in mano e senza un soldo in tasca, come era nel suo stile; io e Maritano con quattro valigie a testa e le tasche imbottite di soldi, regalo di parenti e amici.

La nave era un disastro: cibo abbondantissimo ma immangiabile, una sporcizia incredibile; noi dormivamo a prua, in un camerone che ospitava 300 uomini, senza un ventilatore e con un unico rubinetto di acqua dolce per lavarsi. Erano più i giorni che non ci si lavava che quelli in cui ci si lavava; ci sciacquavamo la faccia intingendo le dita in un bicchiere d’acqua. Due bambini sono addirittura morti di vaiolo e sulla nave c’è stata una mezza rivoluzione che siamo riusciti a evitare sostituendo i due cuochi brasiliani con dei napoletani. Ma le cose non sono andate molto meglio. Solo il pane era meraviglioso e io e Maritano mangiavamo del gran pane con un bicchiere di vino.

Arrivati al porto di Santos avrebbe dovuto venirci a prendere una ricca famiglia amica di p. Garrè. Finalmente verso metà dicembre arriviamo a Santos. Ci attardiamo un po’ a bordo, in attesa della famiglia che ci avrebbe accompagnato a San Paolo. Ma alla dogana, in nostra attesa, c’era solo un servitore che ci ha comprato i biglietti del treno sul quale poi ci ha caricato. Abbiamo viaggiato dal mattino alla sera, senza né bere né mangiare nulla.

 

Arrivati a San Paolo, ci fermiamo alla stazione in attesa sempre di quella benedetta ricchissima famiglia. Ma non arriva nessuno.
– Aspettiamo un po’ – dice p. Garrè – Poi semmai potremmo andare a chiedere ospitalità ai padri di don Orione. Io ero molto amico di don Orione. –

Era già buio.
– P. Garrè, prendiamo un taxi e andiamo da questi padri. Ormai non arriva più nessuno. –
– Spendere i soldi per un taxi? Mai! –
Garrè era genovese, e da buon genovese era sempre attento al borsellino. Finalmente riesco a convincerlo a prendere un taxi: – Io ho dei soldi. Non si preoccupi, i soldi sono fatti per essere spesi! –
Ci infiliamo nel taxi con le valigie e via!

Mentre stiamo andando, il superiore vede una chiesa illuminata: – Che chiesa è? –
– Dei padri Sacramentini – risponde il taxista.
– Oh, i padri Sacramentini! Ma io li conosco… Andiamo da loro. –
E ci fermiamo. I Sacramentini ci guardano, ci sorridono, ci abbracciano e… dopo che il taxi se n’era andato, ci dicono dispiaciuti: – Non abbiamo posto per ospitarvi, tutte le notti qui abbiamo gente per l’adorazione e i letti sono occupati. –
– E allora che facciamo? –
– Andiamo da don Orione. –
Un giovanotto bello robusto che era lì per l’adorazione si offre di accompagnarci.
– Bene – dico – Prendiamo un taxi. –
– No! – si oppone p. Garrè – Un altro taxi no! –

 

Io e Maritano eravamo rotti di stanchezza: era dicembre, il periodo più caldo dell’anno in Brasile, eravamo assetati, digiuni dal mattino e pieni di valigie. Guidati dal ragazzo, partiamo dalla chiesa di S. Ifigenia, attraversiamo il centro di San Paolo per andare a prendere il tram in plaça de Bandeira. Il ragazzo, un mezzo Ercole, ci ha portato alcune valigie, ma non so come io e Maritano siamo riusciti a raggiungere il tram, con due valigie per ciascuno che pesavano almeno 30 chili! Intanto p. Garrè, col suo valigino con dentro appena due camicie, andava tranquillo e spedito.

Prendiamo il tram che sono già le 10 di sera. A un certo punto il ragazzo guarda fuori dal finestrino e dice: – È qui! –
Il tram si ferma e scendiamo in quella che allora era la parte più povera di San Paolo. Il giovanotto si guarda in giro e poi dice con rammarico: – No è più su… Dopo quella salita… –
Come abbiamo fatto a far quella salita, non so. Finalmente arriviamo alla casa dei padri di don Orione. Non c’era campanello e il ragazzo, com’era in uso allora, incomincia a battere le mani per richiamare l’attenzione degli abitanti della casa. E batti, e batti, e batti. Io e Maritano, nell’attesa, ci sediamo sul marciapiede. Finalmente si apre una finestra al secondo piano, e una voce assonnata chiede: – Chi è? –
– Sono padre Garrè, del Pime, un amico di don Orione. Non potete offrirci ospitalità per stanotte? –
Tra il padre alla finestra del secondo piano della casa e p. Garrè incomincia un lungo dialogo. Chiacchiera e chiacchiera, la voce dall’alto a un certo punto ha un’ispirazione: – Bè, salite un momento. –
– Maritano – bisbiglio al mio compagno – noi restiamo giù. Guarda che scala! Se poi questo non ci ospita dobbiamo ridiscendere con le valigie! –
Garrè sale, resta ancora un po’ a chiacchierare, poi si affaccia alla finestra.
– Ehi, voi due, venite su! –
Era ormai mezzanotte.
Quel povero prete di don Orione non aveva nemmeno la cucina, riceveva il cibo da un’osteria lì vicino.
– Avete fame? – ci chiede ospitale.
– Caspita! È da stamattina che non mangiamo. –
– Ho solo del guaranà (una bevanda non alcolica) e due banane. –

Così abbiamo mangiato due banane in tre. Per dormire c’erano due stanze, una con il letto senza materasso, l’altra con due letti. P. Garrè sì impossessa subito della prima. lo e Maritano entriamo nella seconda, ci gettiamo stravolti sul letto e poi ci guardiamo in faccia. Mi accendo una sigaretta e ne offro una anche a Maritano, che non fumava, ma per l’occasione l’accetta. Poi ci siamo messi a cantare, ma sottovoce per non disturbare: Che la vaga ben, che la vaga mal, che la vaga semper inscì (che vada bene, che vada male, che vada sempre così).

Questo è stato l’inizio della missione in Brasile.

 

 

A cura di Isabella Mastroleo
responsabile Biblioteca Pime

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