Il coraggio del cammino

Scegliere di partire per un pellegrinaggio in pieno agosto, con uno zaino da 40 litri da portare sulle spalle, in un contesto geografico, quello del centro Italia, in cui gli Appennini sovrastano il territorio richiede coraggio e un pizzico di incoscienza. In più il cammino delle Terre Mutate che da Fabriano giunge all’Aquila è poco conosciuto e potrebbe nascondere qualche insidia, a differenza di Santiago de Compostela o Assisi, ben più noti e frequentati. Ci sono l’entusiasmo e l’intraprendenza di un giovane, ma rimane la consapevolezza che bisognerà fare i conti con la fatica del cammino, con i duri ritmi delle giornate e con la necessità di adattarsi ai luoghi; il tutto da vivere con altri giovani che non si è scelti.

Oltre al desiderio di (ri)mettersi in cammino nella fede, ecco cosa mi ha portato a questa partenza: il sapere di non essere il solo a pensare che dietro la fatica che un pellegrinaggio comporta c’è un di più. C’è un Incontro.

Quest’ultimo si è materializzato, passo dopo passo, nei compagni di viaggio e nei membri dell’équipe di volontari, ma soprattutto nei volti delle persone incontrate, di coloro che hanno vissuto il terremoto, e nei luoghi attraversati, sia quelli feriti dalle scosse e abbandonati, sia quelli in cui la natura si presentava in tutta la sua purezza e pace.

A volte, mentre camminavamo per le strade, le persone ci ringraziavano perché la nostra presenza era, testuali parole, «segno di speranza e di rinascita». Siamo passati per diversi paesi tra cui Camerino, Visso (in pieno Parco Nazionale dei Monti Sibillini), Norcia, Cascia in Umbria, Cittareale e Amatrice nel Lazio, e finalmente L’Aquila. In qualche modo tutti abbiamo percepito che il cammino, con le sue montagne, foreste, albe e tramonti, sole, foschia e pioggia…si è preso cura di noi. E noi ci siamo sentiti parte di tutto questo, proprio come ‘tessuti’ insieme. “Ricostruiamo” era il titolo-guida del pellegrinaggio, a dire che nel nostro cuore, a volte, ci sentiamo come dopo un terremoto: abbiamo il desiderio di ricostruire il nostro modo di stare in relazione prima di tutto con noi stessi, poi con gli altri e con la nostra spiritualità. O forse per dire che a volte abbiamo bisogno di riceverlo, uno scossone, perché addormentati dai tanti stimoli della società contemporanea che ci annebbiano, finendo per farci giocare al ribasso. “Ricostruiamo” vuol dire avere la volontà di mettere insieme i pezzi della nostra fragilità che la pandemia ha rivelato, abbattendoci un po’. “Ricostruiamo” vuol dire voler fare tutto questo insieme, non da soli, perché abbiamo intuito che il nostro desiderio di vita si accende e arde solo grazie alla presenza dell’altro; in questo senso abbiamo realizzato di essere compagni di viaggio. E, come cantava De Gregori, «due buoni compagni di viaggio non dovrebbero lasciarsi mai». In due settimane abbiamo sperimentato che la bellezza dell’avere fiducia in chi ti è accanto è accompagnata dalla fatica; e che la fatica, qualunque essa sia, se con-divisa con gli altri, si sente meno. E non fa più paura vivere la libertà, e quindi amare.

 

di Tommaso Albanese

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