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Una famiglia di fratelli tutti

Capiamo chi siamo non restando chiusi tra di noi, ma andando incontro al prossimo, inviati in un mondo grande, senza confini. L'omelia del cardinale Zuppi al Congressino

Quanto è vero che uscire da noi stessi – e mi sembra che Papa Francesco abbia una certa insistenza per tutte le comunità ad uscire – ci aiuta ad essere comunità! Non è vero il contrario, come uno potrebbe immaginare… Qualcuno pensa addirittura di proteggere la Chiesa chiudendosi. È la paura che fa pensare così. Quando si è deboli, quando si è davvero vecchi, si fa così. Al contrario, capiamo chi siamo non restando chiusi tra di noi, ma andando incontro al prossimo, inviati in un mondo grande, senza confini. Oggi qui ne abbiamo tanti pezzi, anche quei pezzi che non sono fisicamente qui, i tanti fratelli e le tante sorelle sparsi per il mondo.» 

Perché Gesù ci ha mandato fino agli estremi confini, quelli che si aprono sempre davanti a noi, come la vita. Ovviamente non è solo un problema geografico. Anche perché per molti di noi conoscere ci ha decentrato. Ha compiuto quella rivoluzione copernicana per cui smetto di essere egocentrico, e trovo finalmente chi sono, smettendo di pensarmi al centro di tutto. Non è più il mondo che gira intorno a me, ma capisco chi sono capendo che c’è qualcun altro intorno a cui giro, o con cui giro insieme. Abbiamo capito chi siamo guardando la vita dall’altra parte, quella di coloro che noi non vedevamo e che pure esistono. E non smettiamo mai di scoprirlo e di scoprirli.

E non si vedono a distanza, in remoto, ma in presenza; come i nostri fratelli e le nostre sorelle che non restano a distanza, ma vanno in presenza. Questa è la grande forza dei missionari: la presenza, con quello che comporta di legami veri. Per cui da un punto preciso della Terra si diventa davvero universali. E quanto aiutate la Chiesa tutta a mettersi, tutta, per strada! Voi che in un qualche modo per strada e per le strade del mondo ci siete da sempre! Dentro le situazioni, a volte drammatiche, nelle quali restate per amore di Dio e del prossimo, di Gesù e dei suoi fratelli più piccoli, della Parola e della prassi. Della concretezza che dalla Parola deve nascere perché essa non resti vuota, per metterla in pratica, come chiesto a completamento dell’ascolto. Senza la pratica, l’ascolto della Parola non vale nulla. Possiamo studiarla e pronunciarla bene, ma non vale nulla. 

 

❮❮ L’amore allarga, non chiude; accoglie, non respinge. L’amore cristiano riconosce anche nel nemico il mio prossimo. Ecco la missione oggi. E la croce è portare proprio l’amore più grande, annunciarlo, viverlo con la vita. ❯❯

Oggi è la festa della vita, di tutta la vostra comunità e delle vostre comunità. E quella della Chiesa che, come dicevo all’inizio, è sempre una famiglia allargata. Tende, la Chiesa, qualche volta a chiudersi; ma non smette di generare figli e fratelli, anche in età avanzata, e non perde la voglia di trasmettere il suo amore, quello che ha ricevuto dallo Spirito Santo, come Maria. Quel Cristo che fate nascere in tante situazioni e in tanti cuori.

Siete una realtà che contiene le famiglie di sangue e anche di quell’altro sangue dei cristiani, nel quale il Verbo ci fa nascere. Perché da Dio siamo generati. E siete un legame straordinario, o meglio… dovrebbe essere ordinario. Una famiglia nel mondo. Ma una famiglia. Non possiamo e non potete diventare l’albergo, quello che vuol dire la fine della famiglia, giustamente rivendicato dalle nostre mamme quando il tasso di estraneità diventava eccessivo. E sarebbe preoccupante se questa madre smettesse di fare questa rivendicazione perché vorrebbe dire che la famiglia è diventata davvero un condominio. E questo tradirebbe la sua stessa identità.

 

Il cristiano è sempre un figlio e un fratello, mai unico. Se uno pensa di essere unico è perché non si accorge di tutti quanti gli altri. Ma qualche volta, in quell’egocentrismo di prima, uno pensa di essere l’unico. Mentre il cristiano è un fratello universale, cioè… “Fratelli tutti”. La grande visione che Papa Francesco ci ha offerto, che a mio parere riassume tanto della vostra vocazione e che la riapre, per tutti e anche per voi.

Da poco è stato canonizzato Charles de Foucauld, che si identificò con gli ultimi perché si comincia da lì per arrivare a tutti. Siamo davvero universali se siamo dei poveri, non viceversa. Perché l’attenzione ai poveri non è una gentile concessione per qualche opera di bene, ma è accogliere e riconoscere Gesù. Che, peraltro, ci ha affidato la madre, ci dà la gioia di averla – e quanto dà gioia avere una madre così – ma ce l’ha affidata perché la custodissimo, per farla conoscere, per difenderla, insomma per amarla.

❮❮ Che Dio ispiri questo ideale a ognuno di noi. E a tutti!

Ma sono loro che partono!

No, no, devi partire pure tu.

Ma io resto a casa!

Ma devi uscire pure tu! ❯❯

Sì, Charles de Foucauld, diceva «Pregate Iddio affinché io sia davvero il fratello di tutte le anime di questo Paese». Lui, piccolo e proprio per questo universale, ce lo ricorda: «Che Dio ispiri questo ideale a ognuno di noi». E a tutti!

Ma sono loro che partono!

No, no, devi partire pure tu.

Ma io resto a casa!

Ma devi uscire pure tu! Questa è la bellezza e la forza di questo momento che stiamo vivendo. Perché alcuni partono e esprimono questa realtà bellissima della vostra famiglia. Ma poi dobbiamo uscire tutti, dal nostro piccolo, per andare verso l’altro. «Gridare il Vangelo con la vita» scriveva sempre fratel Charles. Ecco che cosa significa essere cristiani, comunicare il Vangelo, in un mondo che ne ha un bisogno particolare. Quanto il mondo ha bisogno del Vangelo!

Quanto il mondo ha bisogno di fratelli tutti e quindi di persone, di uomini e donne che comincino ad essere fratelli tutti, un po’ come ha fatto Charlese De Foucauld. In un momento in cui ci si rinchiude nei localismi, nelle etnie, nel buio, nel miope e ingannevole pensarsi dei nostri, contro quelli dei loro. Quando in realtà alla fine non capiamo manco più chi sono i nostri, perché solo l’amore ci rende uniti. E l’amore allarga, non chiude; accoglie, non respinge. L’amore cristiano riconosce anche nel nemico il mio prossimo. Ecco la missione oggi. E la croce è portare proprio l’amore più grande, annunciarlo, viverlo con la vita. E incontrare e riconoscere nella sofferenza di tanti la domanda di un amore che liberi dalla condanna, che accenda una speranza nella vita delle persone. Così si comunica Cristo. Anche in questo la missione ci coinvolge tutti. E vogliamo, attraverso la nostra vita, che tutti possano riconoscere la bellezza di Cristo. 

In questo cammino della Chiesa italiana, aiutateci. Aiutateci a vivere questa dimensione larga, davvero universale, che aiuta a camminare nei luoghi in cui la Chiesa sta. Credo che questa famiglia, e la presenza di tanti in tante parti del mondo, ci abbiano aiutato a vivere di più dove siamo. E anche a evitare le inutili e pericolose distinzioni tra spirituale e materiale, tra verità e amore, tra misericordia e giustizia, tra parole e vita.

Per questo, come abbiamo ascoltato nella Parola del Signore, «Io cancello i tuoi misfatti e non ricordo più i tuoi peccati». Perché solo l’amore dona la vita e solo l’amore permette di capire e conoscere la grazia. Per questo l’annuncio del Vangelo è sempre liberante, comunica una vita più bella e fa conoscere la presenza di Dio, il perché e il per chi vivere. 

Versiamo, versiamo anche noi insieme a Dio, l’acqua sul suolo assetato, torrenti sul terreno arido. Quanta poca umanità troviamo intorno a noi. C’è tanto deserto. Che è spirituale, come ammoniva Papa Benedetto, ma è anche così umano. Quanta sofferenza, quanto sconforto, quanta ingiustizia perché gli uomini si pensano da soli e invece di aiutarsi diventano concorrenti. Un deserto, di sentimenti e di relazioni, prodotto da quei tanti virus che rovinano le vite degli uomini, che creano dipendenze, schiavitù, inimicizia, odi, ignoranza, che tanta violenza produce. 

Lasciamoci condurre dallo Spirito, perché siamo noi la sua discendenza, «la benedizione sui tuoi posteri», nonostante i nostri limiti. È questa famiglia di fratelli tutti che ci incoraggia, che riempie di lode e che aiuta anche quando sperimentiamo la solitudine, la fatica dell’incomprensione, la delusione. Corriamo, come dice l’apostolo, con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, tenendo fisso lo sguardo su Gesù, colui che è l’origine della fede e la porta a compimento. 

E lui che ci ha generato ed è lui che cerchiamo. Ed è proprio lo sguardo su Gesù che ci permette di correre, come quando uno è innamorato, perché è dentro di noi e davanti a noi. E se teniamo lo sguardo su Gesù lo riconosceremo nel prossimo e nel tabernacolo, nello spirituale – che ritroviamo così concreto, nelle tante situazioni nelle quali vi immergete – e in quell’essere, nella preghiera, insieme a Gesù. Ecco la volontà del Padre. Questa volontà compie anche la nostra.

Noi siamo nella condizione di Giovanni, come abbiamo ascoltato nel Vangelo: riconosciamo Gesù presente, ma sappiamo anche che deve venire, lo indichiamo. E allo stesso tempo abbiamo sempre bisogno di essere raggiunti, nel dubbio e nella fatica, dalla risposta di Gesù: «Guarda! I ciechi vedono, ai poveri è annunciata la buona novella». È quell’opera di cui abbiamo ascoltato nel Vangelo: quanti i segni dell’amore di Dio! Intorno a questa famiglia, quanti segni dell’amore di Dio! Quanti miracoli di umanità, di vita che cambia, di solitudine sconfitta, di persone che trovano se stesse, di dignità restituita. Quanti miracoli, proprio come quelli di cui Gesù dice a Giovanni «Guarda quello che succede!».

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❮❮ Le opere non si misurano solo con le cose e i numeri. Si misurano con quei tanti piccoli grandi miracoli di amore. ❯❯

 

E allora noi, come Giovanni, testimoniamo la verità. Teniamo accesa la lampada della nostra vita, delle nostre missioni: che ardano, che risplendano di amore. Che ha sempre un unico nome, che è anche il nostro: Gesù. E questo è bellissimo. Le opere non si misurano solo con le cose e i numeri. Si misurano con quei tanti piccoli grandi miracoli di amore.

“Messaggeri della salvezza e della pace”, diremo tra poco a questi nostri fratelli che vanno nei luoghi dove il Signore e questa famiglia hanno pensato opportuno andassero. Ecco, li accompagniamo con la nostra preghiera. Ma anche noi usciamo, perché questa stanza del mondo sia davvero trasformata in un luogo di amore.

Vorrei terminare sempre con le parole di fratel Charles: «Padre mio io mi abbandono a te. Fa’ di me ciò che ti piace. Qualunque cosa tu faccia di me, ti ringrazio. Sono pronto a tutto. Accetto tutto. La tua volontà si compia in me, in tutte le tue creature. Affido l’anima mia alle tue mani, con tutto l’amore del mio cuore. Perché ti amo. Ed è un bisogno del mio amore di donarmi, di pormi nelle tue mani senza riserve, con infinita fiducia, perché tu sei mio padre».

E se lui è nostro padre, siamo fratelli tutti.

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