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Senza te non esisto: Calipso, Eco e Arianna spiegano la dipendenza affettiva

Di Antonella Fucecchi
docente di Lettere, redattrice per molti anni di Cem mondialità, esperta di didattica interculturale

Dipendenze, parte 1

La dipendenza è una delle forme più invalidanti della volontà, della libertà, della generatività e tra tutte le dipendenze, quella affettiva è terribile. Scaturisce sempre da mancate risposte a domande di senso essenziali. Perché non ci basta vivere: per restare vivi abbiamo bisogno di capire chi siamo, se siamo amabili. Le risposte sono nella tessitura di relazioni nutrienti e stabili, non solo per un bambino o un adolescente. Questa incessante tensione diventa fame di sguardi, di dialogo emotivo ed è più forte ed esigente quanto più la carenza è stata precoce. Se le relazioni in cui viviamo non sono libere, mature e responsabili si tramutano in ricatti devastanti.

Il mito greco ha declinato la dipendenza affettiva al femminile, ma ovviamente colpisce l’essere umano a prescindere dalla sua appartenenza sessuale o di genere: ci caratterizza come specie. Tre figure femminili della mitologia greca illustrano gli aspetti fondamentali di questa vera e propria patologia delle relazioni.

Calipso: esisto solo vicino a te

La ninfa Calipso vive nascosta sull’isola di Ogigia, dove regna una perenne primavera incantata. Raccoglie naufrago Ulisse e lo trattiene presso di sé per sette anni, fino al momento in cui Ermes, inviato dagli dei, le impone di lasciarlo partire. Per tutto questo tempo l’eroe omerico è in balia della ninfa che lo racchiude in un nido d’amore destinato giorno dopo giorno a farsi prigione.

Per Calipso è come se nulla esistesse oltre a Ulisse, come se solo grazie a lui il sole sorgesse ogni giorno. Dedicarsi a quell’uomo è la sua unica occupazione. È affetta da una solitudine e da una voragine che sembrano aver trovato una risposta lungamente attesa. Ma dopo avergli offerto tutto, anche l’immortalità, è costretta a constatare la progressiva ripulsa dell’uomo, che trascorre i giorni sugli scogli piangendo una partenza impossibile.

Calipso lo cattura e lo trattiene, pur essendo ormai esaurita la carica generativa di quell’unione perché, senza di lui, lei sente di non avere senso. Quando Ermes le impone di rilasciarlo, l’ultimo colloquio è straziante: davvero preferisci Penelope vecchia e mortale? Davvero vuoi andare via subito? Ti prego, rimani. Senza di te non esisto.

Lui partirà e a lei resta, come unica emozione, l’abisso dell’abbandono, il deserto riarso del cuore.

Eco: come tu mi vuoi

La ninfa Eco, già punita da Era per la sua tendenza a parlare troppo coprendo i numerosi tradimenti di Zeus, si innamora tenacemente di Narciso. Lo segue nel bosco spiandolo assiduamente, fino al momento in cui, sfruttando la sua condanna a ripetere solo l’ultima parola, tenta un approccio respinto dal giovane con durezza e sprezzante superiorità.

La sofferenza provata dalla ninfa la condanna a una lenta consunzione: il peso del rifiuto e del disprezzo annullano il suo corpo fino a tramutarla in un soffio, una scia vocale. Il dramma di Eco, che cerca disperatamente amore, è chiedere proprio a Narciso di essere amata: ti prego di guardarmi, fammi esistere, ho bisogno del tuo affetto, farò tutto ciò che vuoi, sarò per sempre la tua ombra. Lo svuotamento identitario la annienta: di lei non resta che una vibrazione dolorosa. Una fame d’amore inestinguibile.

Arianna: tua per sempre

La figlia del re Minosse è custode dei terribili segreti dell’isola di Creta: gli amori della madre Pasifae con il toro, la nascita del Minotauro e la struttura impenetrabile del Labirinto. Da Atene vengono inviati come tributo di soggezione sette giovani maschi e femmine da dare in pasto al mostro. Quando Arianna è adolescente, fa parte della spedizione ateniese il giovane Teseo, figlio del re Egeo. Arianna lo vede arrivare nel gruppo dei condannati e ne resta folgorata: lui non deve morire, sarà suo. Apprende che è venuto per uccidere il Minotauro e soltanto lei, con l’espediente del gomitolo, potrà garantirgli la riuscita.

Tradisce per lui il padre e la madre e lo fa a una sola condizione: liberami, portami con te via da Creta. Sarò tua per sempre e sarai mio per sempre. Ma, portata a termine l’impresa, Teseo muta piani: non la condurrà mai ad Atene, abbandonandola nell’isola di Nasso. Nella sua irrimediabile disperazione, Arianna viene salvata da Dioniso, il dio dell’ebbrezza, e associata alla sua corte.

Il miraggio della fusionalità

I tre esempi tratti dal mito permettono di illustrare alcuni aspetti importanti della dipendenza affettiva: la mancanza di autonomia, la perdita di rispetto per se stessi, l’annullamento dei confini identitari e la tentazione della fusionalità. Non sono tratti caratteristici della psiche femminile. Il dramma dei femminicidi dimostra, infatti, esattamente il contrario: in quei casi è la psiche maschile a non sapersi definire se non nella ricerca di un controllo costante e continuo dell’altra, come sostituto di una consistenza identitaria carente o inesistente.

La fidanzata, soprattutto nel caso dei giovanissimi, è lo specchio necessario per vedersi esistere. La fusionalità, posta come premessa indispensabile, non tollera abbandoni o mutamenti di stili di rapporto: se te ne vai, mi annienti. Se te ne vai, ti anniento. È questo vuoto spaventoso, questo analfabetismo affettivo e relazionale a trasformare il ragazzo poco più che adolescente in un assassino. Per la compagna non c’è scampo.

Non si tratta di patriarcato, ma di una profonda crisi identitaria del maschile, di un paterno vacillante e assente, di un dominio del materno in funzione sostitutiva. Elementi che sbilanciano completamente l’asse relazionale necessario, fin da bambini, per imparare ad amarsi, a prendersi cura di sé.

La frontiera educativa più urgente

Non riusciremo a costruire relazioni libere, mature, piene se prima non saremo in grado di prenderci cura di noi stessi. “Amerai il prossimo tuo come te stesso” è un imperativo, ma anche una constatazione che pone una domanda di fondo: come mi amo? Che cosa vuol dire amare se stessi? Come posso amare davvero, se non sono pienamente me?

È compito dell’educatore, del genitore maturo far crescere e alimentare una sana autostima, insegnare ad affrontare i no, a sopportare il rifiuto e la caduta come fasi della vita e non come fallimenti definitivi. Questa è la frontiera educativa più urgente, perché nella ricerca delle risposte giuste alle domande di fondo si gioca la crescita sana dei nostri adolescenti e la loro possibilità di diventare adulti liberi e capaci di scelte responsabili.

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