Di Antonella Fucecchi
docente di Lettere, redattrice per molti anni di Cem mondialità, esperta di didattica interculturale
Dipendenze, parte 2
Dipendere significa non avere coscienza del proprio valore, non avere il senso del limite che definisce e del confine che stabilisce il punto in cui fermarsi. Le conseguenze di questa situazione sono invalidanti sul piano affettivo e decisionale: deficit identitari e relazionali, assenza di elaborazione simbolica della perdita e del dolore. La persona vittima delle dipendenze è in pericolo grave di vita sul piano psichico, emotivo, affettivo. Tre figure della mitologia e della cultura classica illustrano alcuni aspetti delle dipendenze utili per una riflessione educativa.
Il satiro: la sessualità compulsiva
La prima figura è quella del satiro. Inserito nel corteo di Dioniso, non ha funzioni rituali specifiche, neppure nel percorso iniziatico. In gruppo assieme ai suoi compagni, caccia in branco, rappresentando una fruizione onnivora della sessualità. Non ha coscienza di sé, vive nel perenne inseguimento della prossima preda.
La dipendenza dalla sessualità compulsiva o anche dalla pornografia è insidiosa, spesso si manifesta in modo precoce. Si tratta di un dissesto emotivo frutto di povertà educativa: è la ricerca di un appagamento necessariamente insufficiente a soddisfare la fame di amore o la situazione di indigenza affettiva. Le conseguenze sono gravi: difficoltà a costruire legami, strumentalizzazione dell’altro, incapacità di rielaborazione simbolica. Essere condannati alla reiterazione senza uscita, come un dramma senza redenzione.
Il giocatore d’azzardo: riempire il vuoto
L’altra figura è quella del giocatore d’azzardo o da slot machine. La ludopatia nasce dalla necessità di riempire un vuoto di senso, di amore, attraverso esperienze eccitanti che si presentano come rimedi a ferite affettive molto profonde. La speranza del colpo di fortuna ispira comportamenti compulsivi fondati sull’ebbrezza dell’attesa, sullo scarico di ansia che può derivare dalla sfida della sorte.
Il meccanismo diventa reiterativo: al vuoto si cerca un tentativo di riempimento che distolga dall’angoscia, che non si ha il coraggio o la possibilità di riconoscere per quello che è, una voragine di sofferenza insopportabile. Nel giocatore incallito avviene la sacralizzazione del caso, sperando che la roulette o la sala da gioco rappresentino la soluzione miracolosa in una spirale di frenesia che distrugge tessuti relazionali, amicizie, lavoro.
Il tossicodipendente: l’anestesia definitiva
L’ultima figura è quella del tossico. L’abuso di sostanze stupefacenti è dipendenza ben più nota almeno dagli anni settanta che rappresenta un tentativo di evasione alla ricerca di un eden perduto, di un distacco dalla realtà per seguire una promessa di fusionalità, di piacere che ha come obiettivo l’annientamento della coscienza di sé. Il non ritorno, l’anestesia da overdose. E la scia di morti giovanili di quegli anni ha il nome dell’eroina.
Alle radici della dipendenza: le scarpette rosse di Karen
Il racconto più efficace che illustra causa ed effetti della dipendenza è la fiaba “Scarpette rosse”, scritta da Andersen, nell’interpretazione proposta da Clarissa Pinkola Estes, autrice del testo “Donne che corrono coi lupi“.
Karen è una bimba orfana, vive da sola ed è riuscita a fabbricarsi con materiali di fortuna un paio di scarpe robuste e funzionali. Un bel giorno una anziana signora ricca decide di adottarla per offrirle condizioni di vita migliori. Ma la prima mossa che la signora compie è gettare via le scarpe prodotte con tanta passione. Da quel momento la bambina viene sottoposta a un’educazione formale, rigida, fredda. Una volta disprezzato il lavoro delle sue mani, frutto di creatività e ingegno, Karen si spegne, rinuncia alla sua creatività.
Con il passare del tempo arriva la pubertà, ma anche il momento di affrontare la prima Comunione: sarà necessario acquistare un abito appropriato e soprattutto un paio di scarpe. Ed è allora che la vivacità di Karen si risveglia. Presso il negozio del calzolaio, un soldato la guarda e ammicca maliziosamente indicandole con gli occhi sullo scaffale un invitante paio di scarpette lucide, rosse, fiammanti.
Karen ne è abbagliata e, complice la miopia della signora, acquista quelle calzature inadatte a un’adolescente. Emozionata, le calza subito, iniziando a danzare sempre più vorticosamente fino al punto in cui si rende conto che non può più fermarsi. Per non perdere la vita, accetta di amputarsi i piedi. La conclusione terribile illustra il percorso accelerato della dipendenza che porta all’annientamento di sé.
La trascuratezza affettiva all’origine delle dipendenze
Da un punto di vista educativo il racconto indica con chiarezza che la dipendenza può avere origine da trascuratezza affettiva precoce, dalla scarsa attenzione prestata alle esigenze del bambino, dal suo sentirsi profondamente ignorato o non apprezzato. Karen era stata brava a fabbricarsi le scarpe, ma la signora le ha gettate via insieme alla vitalità. Le scarpe rosse si presentano come un tardivo risarcimento.
Anche i nostri adolescenti magnetizzati dagli schermi cercano una visibilità e una conferma identitaria, come Narcisi sperduti in preda a una grave fame di anima. Incapaci di intimità, di interiorità perché ipereccitati hanno un disperato bisogno di ascolto e di attenzione e di incontrare braccia forti che fermino una danza impazzita.
Il Maestro che libera: la Samaritana al pozzo
È certo che da una dipendenza non si guarisce mai da soli: si ha bisogno di aiuto, di guide, di maestri. Quando capita da adulti si ha bisogno del Maestro, perché la dipendenza si fa schiavitù.
L’incontro con la Samaritana al pozzo è straordinariamente indicativo. Gesù la attende chiedendole da bere, come se volesse rimorchiarla. La donna risponde e tra i due interlocutori si imbastisce una conversazione che si inerpica sull’equivoco, fino al momento in cui la samaritana intende il senso della comunicazione, soprattutto quando Gesù le chiede di far venire suo marito.
La donna con estrema sincerità rivela la sua dipendenza dagli uomini, la sua ferita d’amore: scommettere sempre sull’uomo giusto, quello che verrà dopo. Ma ora l’uomo che la salverà è davanti a lei. Guarita dalla sua pena, sa di aver parlato con il Messia e lo annuncia, perdendo la brocca sul bordo del pozzo, finalmente libera.