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Microfinanza popolare: dalla parte delle persone

Due progetti, uno in Ecuador ed uno in Cambogia, che vanno oltre l’assistenzialismo mettendo al centro le persone e non il capitale

È possibile coniugare profitto e reciprocità, finanza e partecipazione dal basso, prestito e arricchimento culturale? In poche parole, esiste un’economia capace di mettere al centro gli esseri umani e i loro bisogni sociali, culturali, ambientali?

In questa puntata del Tappeto Volante Andrea Zaniboni e Ilaria Mantegazza, vi raccontano due progetti, uno in Ecuador ed uno in Cambogia, che mostrano come uno sviluppo solidale ed inclusivo posso diventare realtà.

Sono progetti che vanno oltre l’assistenzialismo mettendo al centro le persone e non il capitale, le idee e non il patrimonio, generando equità sociale e nuove possibilità per la comunità.

 

Ruth Yazmin Llerena Vasquez

Abitavo a Lima, la capitale del Perù, con mia zia e i miei cugini. Mia madre è emigrata quando ero molto piccola e per dieci anni ho vissuto lontano da lei. Stavamo in una palazzina su due piani e l’affetto dei parenti non mi è mai mancato, anche se ho versato molte lacrime perché la mamma mi mancava moltissimo. Il giorno del mio compleanno, per esempio, non era mai davvero felice, perché lei non c’era, mentre avrei voluto averla accanto.

Alla fine: si è deciso che la raggiungessi qui. Per pagare il viaggio e le pratiche necessarie a fare i miei documenti ho saltato un anno di scuola, non c’erano soldi a sufficienza per fare tutto. A quattordici anni sono partita. Da sola, in aereo, ma è stata un’esperienza divertente perché non avevo mai volato prima e l’hostess alla quale ero stata affidata mi ha messo vicino ad altri tre ragazzini in volo per lo stesso motivo. Sono arrivata il 25 novembre 2013, la data me la ricorderò per sempre, ma non so in quale aeroporto. Era notte fonda, anche questo mi è rimasto impresso.

Prima di arrivare in Italia, pensavo che tutto fosse di colore rosa, che non ci fossero ladri, rapitori… Invece qui mi sono accorta attraverso i telegiornali che ci sono e che le persone straniere per procurarsi il pane per le loro famiglie devono lavorare con molta grinta. Non è proprio facile come pensavo. I primi tempi mi meravigliavo di tutto: il traffico, i ragazzi che alla scuola media (visto che io sono entrata subito in seconda) fumavano liberamente, il loro diverso modo di fare. La difficoltà principale che ho avuto sin dall’inizio, e ancora oggi ho, è quella di non parlare bene la lingua italiana, le preposizioni, gli avverbi e i verbi… faccio confusione, perché non so usarli come si dovrebbe ed è per questo motivo che impiego molto tempo a fare le verifiche e i compiti, e mi viene un gran mal di testa. A volte mi piacerebbe avere un dizionario o un traduttore nella mia testa, il che è impossibile purtroppo. Non sapere bene la lingua mi fa sentire isolata, non riesco ancora a esprimere pensieri profondi in italiano e allora spesso preferisco restare zitta.

Però ci sono molte cose di questo Paese che mi piacciono: il cibo, soprattutto la pasta, le polpette, le lasagne, la pizza; i vestiti e le scarpe; i paesaggi, con tutti questi bei parchi ordinati e tanti alberi; i musei di Milano, che ogni tanto ho visitato. Insomma, a poco a poco mi sto abituando a stare qui, anche se non è facile lasciare il proprio Paese natale per andarsene a vivere in un altro. La mamma per fortuna è qui con me e perciò so che non sono sola, lei mi dà sempre coraggio e mi aiuta nelle difficoltà, nei momenti di crisi mi basca un suo abbraccio per sentirmi meglio. A scuola sto imparando nuove cose grazie ai prof che mi aiutano con la lingua. Viviamo in quattro ora: io, la mamma e il suo compagno, e il mio fratellino, nato qui. Non esco molto, ma ho un bel gruppo di amici, molti sudamericani, nella chiesa evangelica che frequento. Con loro almeno posso parlare spagnolo ed essere più spontanea.

I miei cugini mi mancano moltissimo e li sento spesso in videochiamata. Come me prima, credono che la vita qui sia come in paradiso e un po’ ci invidiano, allora io cerco di spiegare la realtà, che invece è molto dura, certe volte. Davvero molto, tutt’altro che un paradiso.

Oleksandra Shvets

Mia madre è andata via quando avevo quattro anni. È venuta in Italia per cercare un guadagno e per mantenere la nostra famiglia. È arrivata da sola, non conosceva nessuno e non aveva neppure un posto dove stare. I primi due giorni ha dormito nel pullman con il quale è arrivata, poi progettava di andare in qualche chiesa a chiedere un alloggio, ma per fortuna ha incontrato una persona che veniva dal nostro Paese e che l’ha aiutata a trovarsi un posto letto in un appartamento con altri ucraini.

Io intanto crescevo con mia nonna e mia sorella maggiore. Eravamo legatissime io e lei, andavamo a scuola insieme, percorrendo ogni giorno due chilometri a piedi all’andata e altrettanti al ritorno, perché vivevamo in campagna. Durante il tragitto giocavamo, ci picchiavamo e alla fine ci abbracciavamo. C’è lei nei miei ricordi di infanzia e quel mio continuo scorrazzare qua e là: ero sempre in movimento e sempre piena di fasce, cerotti, slogature … La nonna, molto rigorosa e precisa in casa, mi sgridava. Le voglio un gran bene. Ancora adesso sono così e anche qui in Italia cammino tantissimo, non sopporto di prendere i mezzi pubblici, tutta quella gente mi toglie il respiro.

Mia madre a piccoli passi si è stabilizzata ed è tornata in Ucraina dopo due anni, per una vacanza di un mese. Io faticavo a riconoscerla: era molto cambiata, aveva tagliato i capelli ed era magrissima. Più bella ed elegante, ma un’estranea per me. Al momento di ripartire, non volevo lasciarla andare: le ho nascosto le valigie e quando è salita in macchina l’ho trattenuta a lungo per i vestiti, piangendo disperatamente. Mi è sempre mancata in quei lunghi anni e la sua assenza in certe situazioni mi risultava insopportabile, come alle riunioni a scuola con i professori.

Dopo sette anni, pure mia sorella si è trasferita qui in Italia, per iscriversi alla scuola superiore. Così sono rimasta da sola con la nonna. Erano in due a mancarmi ora, la mamma e mia sorella, che però ogni tanto tornava a casa in vacanza.

Dopo altri quattro anni (e io ne avevo ormai quindici) sono venuta in Italia anch’io. Ho fatto il viaggio da sola, in pullman, ventiquattro ore lì dentro, otto solo per raggiungere l’Ungheria. Responsabile di me era l’autista, ma ho avuto tanta paura quando alle frontiere mi hanno chiesto i documenti.

Appena arrivata, sono stata ammessa alla scuola superiore. Non conoscevo la lingua e così mi sono iscritta innanzitutto a un corso di italiano e ho imparato piuttosto in fretta. Però ancora oggi devo pensare prima di parlare e non mi viene del tutto naturale collegare le parole. Mi trovo bene qui, anche se mia sorella si è sposata ed è tornata in Ucraina, nel paesino di campagna dove siamo nate, così siamo di nuovo lontane e mi manca. Ho un ragazzo ora, è ucraino anche lui e lavora in Polonia; sogno che mi raggiunga qui per sempre, mentre per il momento può solo venirmi a trovare ogni tanto.

Mi sento ben inserita in Italia, pur essendo meno libera di prima. La mamma ha tante ansie su di me, non si sente sicura quando esco e non posso mai andare in giro da sola. Immagino qui la mia vita futura, voglio prendere il diploma europeo e viaggiare, so di avere opportunità preziose e non voglio sprecarle. Però ogni vacanza tornerò a casa, perché troppo spesso sento la nostalgia dei miei parenti e del mio Paese. E perché il piacere, per me, è là dove sono nata.

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