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Let’s Call the Whole Thing Off | La canzone del mese

L’incontro tra due culture ha prodotto un genere musicale che non è più solo dell’una o dell’altra, ma appartiene a tutti. Un esempio di contaminazione culturale, che fa nascere qualcosa di ancora più bello

La musica, linguaggio universale che non necessita traduzione, è un ambito privilegiato in cui sperimentare l’intercultura. Ci sono infatti decine di canzoni che ne sono un esempio, non tanto nell’intenzione del testo quanto nella musica stessa: mix di generi, contaminazioni di stili da differenti aree geografiche, cover di brani reinterpretati all’interno di contesti lontani dall’originale… Mi viene in mente il bellissimo album Graceland in cui Paul Simon assimila i ritmi africani talmente bene che si fatica a sentirli. O anche il meno noto Diario Mali, disco di Ludovico Einaudi suonato a quattro mani col maliano Ballake Sissoko, dove pianoforte e korà si intrecciano come se fossero strumenti inventati per suonare insieme.

Ma questo mese ho deciso di allargare lo sguardo: non una canzone, non un album e nemmeno un gruppo, ma un genere. Nella storia della musica c’è n’è infatti uno che è un grande esempio di culture che si incontrano e danno vita a qualcosa di nuovo: il jazz.

Brevissima storia del jazz

Siamo nelle americhe dominate dai bianchi, negli stati affacciati sul Golfo del Messico, ed è l’inizio del Novecento. La musica che si ascolta è quella classica europea. Non sembrano essercene altre. Ma i neri arrivati dall’Africa, che sono stati schiavi e, anche se la schiavitù è stata abolita, sono ancora lontani dall’essere davvero liberi, hanno portato la loro tradizione culturale e l’hanno assimilata al sistema musicale occidentale.

Nei campi di cotone e nei ghetti si sente una musica che non è più africana e non è nemmeno europea: le semplici work song, cantate per sopportare il duro lavoro, evolvono nei più complessi generi del gospel e del blues. Nei bar (per neri) si balla sul ritmo del ragtime.

Poi, in un momento imprecisato, succede qualcosa. Probabilmente a New Orleans nei primissimi anni del Novecento, ma forse è successo prima da qualche altra parte. Non si sa: le origini del jazz sono oscure come il significato del suo nome. Fatto sta che da quel momento la musica suona in modo diverso da qualsiasi cosa ci fosse prima. Non si distinguono più Africa e Occidente, bianco e nero. È semplicemente qualcosa di nuovo.

 

Avanti veloce nella storia della musica: il jazz spopola prima negli Stati Uniti, poi anche in Europa. Da genere di basso livello riservato alla classe sociale nera, conquista tutti e passa dall’essere suonato solo nei peggiori bar di periferia ad essere eseguito in locali esclusivi da musicisti di altissimo livello provenienti da tutto il mondo, venendo considerato un’espressione artistica di grande rilievo.

Quella del jazz non è una storia di successo di un genere su quelli precedenti, né una storia di riscatto di una classe sociale povera sulle élite. È una storia di intercultura. Il jazz è il prodotto di culture che si sono incontrate e si sono vicendevolmente superate. Strati su strati di “contaminazioni” gli hanno dato vita e ora fa parte di tutti.

Una canzone simbolica

Ma, dato che questa rubrica si chiama “La canzone del mese”, mi sento in dovere di scegliere una canzone (jazz, ovviamente): Let’s Call the Whole Thing Off nella versione del 1957 di due giganti, Ella Fitzgerald e Louis Armstrong.

Il gioco del testo verte sulla diversa pronuncia dell’inglese americano e di quello british. I due innamorati faticano a comprendersi: “a te piace potato, a me piace potatoe”. Si sentono troppo diversi l’uno dall’altra, si dicono “sembra che noi due non potremo mai essere uno” e sono sul punto di lasciarsi,  di non provare nemmeno più a cercare di andare d’accordo (call off significa “annullare, fermare”). Ma al pensiero di separarsi non ce la fanno, sentono che “mi si potrebbe spezzare il cuore”. Perciò decidono di “annullare l’annullamento”.

L’intercultura è anche questo: a volte non ci capiamo, ci sentiamo troppo diversi, troppo lontani. Come potremo mai convivere? Eppure basta non arrendersi, come i due innamorati della canzone; capire che in fondo, anche se lo diciamo e lo viviamo in modi diversi, siamo mossi dagli stessi bisogni. 
Le culture non sono qualcosa di statico, ma sono dinamiche, in continuo (e inarrestabile) mutamento. E il mutamento, come ci insegna la storia del jazz, porta spesso alla nascita di qualcosa di nuovo, più bello per tutti.

 

di Gabriele Monaco

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