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Ho viaggiato fin qui. Storie di giovani migranti

Com'è la migrazione vista dai figli di chi parte? Da chi è rimasto a casa in attesa di partire, da chi si è inserito in un nuovo Paese nel delicato momento dell'adolescenza? Le storie, molto simili, di tre ragazze da tre Paesi diversi

Tra le varie conseguenze delle diseguaglianze economico-sociali del nostro mondo ci sono i movimenti migratori verso i Paesi più ricchi, alla ricerca di un futuro migliore.

Emigrare significa spesso affrontare i pericoli mortali di viaggi nelle mani di spregiudicati approfittatori e la durezza della sopravvivenza nel nuovo Paese (con i rischi di diventare pedina della malavita, la clandestinità, lo sfruttamento lavorativo e molto altro).

Ma, anche nei casi migliori, quando, per esempio, ci si ricongiunge con un parente stretto e ci si inserisce adeguatamente, si vive comunque un’intima lacerazione. Per la separazione dai propri affetti, prima, e, dopo, per il perdurante trovarsi a vivere tra due mondi, grati, in qualche modo, al nuovo Paese per le opportunità offerte, ma al tempo stesso con la nostalgia verso il proprio Paese, quello delle radici, della famiglia, della lingua madre, della propria cultura. Esiste dunque anche una diseguaglianza nella costruzione dell’identità, perché per alcuni, in ragione dello sdradicamento, l’identità è molto più incerta e inquieta.

A testimonianza di quanto detto fin qui, riportiamo le storie di tre ragazze arrivate in Italia da nazioni diverse. Sono storie scritte da loro stesse, nate nell’ambito di un bel progetto dell’Istituto di Istruzione Superiore “Eugenio Montale” di Cinisello Balsamo (MIilano), coordinato dal professore Francesco Iarrerra e dalla giornalista Cristiana Ceci, sostenuto dalla Dirigente scolastica, realizzato da un gruppo di insegnanti della scuola e divenuto poi nel 2017 un libro, Ho viaggiato fin qui, pubblicato dal Centro studi Erickson.

Poiché all’Istituto “Eugenio Montale” il numero degli studenti stranieri (per lo più ragazze) superava il 30%, è parso assolutamente giusto e necessario dar voce alle loro storie personali, conoscere la realtà da cui provenivano, come sono arrivate in Italia, cosa hanno provato e cosa provano, il trauma, per molte di loro, di essere state per anni abbandonate dai genitori e cresciute dai nonni e poi di essere state riprese e portate in Italia da genitori ormai “sconosciuti”, che avevano trovato lavoro e casa nel nostro Paese.

L’energia vitale che le protagoniste di queste storie conservano, la loro forza, la capacità, nonostante il dolore, di saper e voler affrontare una nuova fase della loro esistenza, l’essere in qualche modo “vincenti”, non possono però cancellare in loro le lacerazioni e in noi che leggiamo un sentimento doloroso e persino una sorta di vergogna per le diseguaglianze del nostro mondo.

 

Di Luciana Virno e Ferdinando Cozzi
insegnanti di Lettere all’IIS Curie Sraffa di Milano fino al 2021, autori di diverse antologie scolastiche per il biennio, l’ultima delle quali, Alzare lo sguardo, pubblicata da Feltrinelli nel 2022, sono attualmente conduttori del Seminario di letture della Biblioteca Pime

 

Testi tratti da Ho viaggiato fin qui. Storie di giovani migranti, a cura di Cristiana Ceci e Francesco Iarrera, Edizioni Centro studi Erickson, Trento, 2017

Shaima Mohamed

Mio padre partì quando avevo un anno e mezzo, diretto in Italia per cercare un lavoro, come molti altri. Lo trovò in poco tempo, con l’aiuto di conoscenti. E quando iniziò a guadagnare abbastanza, cominciò a preparare i documenti richiesti per portarci con lui. Avevo appena compiuto dieci anni. Dopo due giorni dal mio compleanno, mi chiamò al telefono: «Ho una sorpresa per te, Shaima, e per i tuoi fratelli». lo tutta felice lo ascoltai, e lui continuò: «Sto preparando i documenti per farvi venire qui con me». Fu la notizia più bella che abbia mai ricevuto. Avrei potuto svegliarmi tra le braccia di papà, vivere una nuova avventura e prendere l’aereo per la prima volta.

Solo dopo, riflettendoci con calma, ho capito che avrei perso tante cose a cui ero legata: non avrei più frequentato la mia migliore amica, non avrei avuto più la mia cameretta, tutto sarebbe cambiato e non sapevo bene in quale direzione. Tuttavia non potevo rifiutare e se anche lo avessi fatto non avrei ottenuto nulla.

I preparativi e i permessi richiesero un anno. Mio padre si occupò di rutto, compresa la casa in affitto in cui avremmo vissuto. E giunse il momento del viaggio. Venne a prenderci lui e volammo tutti insieme fìno a Milano. Il tragitto dall’aeroporto a casa fu per me un continuo stupore. I palazzi erano moderni, belli e altissimi, ben diversi da quelli del Cairo, che avevo appena lasciato; i parchi mi parevano immensi; la gente era vestita in modo completamente diverso. Ero incuriosita e forse anche scioccata, con mio padre preoccupato che mi diceva di non guardare. Una volta a casa, abbiamo parlato di tutte le novità che ci si stavano aprendo davanti. L’appartamento era piccolissimo e ho sofferto la mancanza di spazio, all’inizio, ma ora siamo riusciti a trasferirci in un altro più ampio.

Siamo stati subito iscritti a scuola, io e i miei fratelli, quindi l’inserimento è stato rapido. Ho imparato velocemente molte cose, tra cui la lingua, perché sono sempre stata curiosa e desiderosa di capire e di comunicare. Infatti ora sono quella che in famiglia parla meglio l’italiano e sono io che accompagno i miei genitori dai medici, in comune per le pratiche burocratiche, a scuola per i colloqui con gli insegnanti di mia sorella più piccola.

Ho anche un fratello maggiore, ma è meno partecipe della vita familiare e più timido. Mi dà molta soddisfazione avere questo ruolo, sento che i miei genitori mi stimano e si fidano di me.

Dopo cinque anni che vivo qui, sono consapevole che l’adattamento a una nuova vita non è un percorso lineare e ci sono momenti difficili da superare. Ho messo lo hijab all’inizio della scuola media ed è stato un trauma, i miei compagni non lo accettavano. Così ho deciso di toglierlo e ho lottato in famiglia perché accettassero questa mia decisione. Ho rimesso il velo alla scuola superiore, una scelta mia che tuttora rivendico con orgoglio. E ho preteso che anche mia sorella aspettasse le scuole superiori per coprirsi il capo e così è stato.

Mi sento bene inserita, anche se qui ho molte limitazioni imposte dalla mia religione. Non posso andare al mare, mentre quando torno in vacanza in Egitto uno dei miei grandi piaceri è fare il bagno a Sharm el-Sheikh; non partecipo alle gite scolastiche lunghe, frequento solo amici stranieri come me e non vado nelle case di coetanei italiani. Invece quando torno in Egitto in vacanza sono libera di uscire con chi voglio e adoro stare con tutta quella parte di famiglia che è rimasta là. Potrò sposare solo un musulmano, perché rispetto le regole dell’Islam. Non riesco ad abituarmi ai modi di socializzare dei miei coetanei e istintivamente mi dà fastidio vederli che si baciano e si abbracciano: non condivido questi comportamenti.

Intuisco tutte le possibilità che la mia nuova nazione mi sta dando e mi darà in futuro, ma sento fortissimo il richiamo dell’Egitto, che mi manca. Eppure quando i miei genitori alle soglie dell’adolescenza volevano rimandarmi là, ho detto no. Idealmente mi sento a metà tra due Paesi: vorrei lavorare in Italia e avere la famiglia in Egitto. Forse voglio l’impossibile …

 

Ruth Yazmin Llerena Vasquez

Abitavo a Lima, la capitale del Perù, con mia zia e i miei cugini. Mia madre è emigrata quando ero molto piccola e per dieci anni ho vissuto lontano da lei. Stavamo in una palazzina su due piani e l’affetto dei parenti non mi è mai mancato, anche se ho versato molte lacrime perché la mamma mi mancava moltissimo. Il giorno del mio compleanno, per esempio, non era mai davvero felice, perché lei non c’era, mentre avrei voluto averla accanto.

Alla fine: si è deciso che la raggiungessi qui. Per pagare il viaggio e le pratiche necessarie a fare i miei documenti ho saltato un anno di scuola, non c’erano soldi a sufficienza per fare tutto. A quattordici anni sono partita. Da sola, in aereo, ma è stata un’esperienza divertente perché non avevo mai volato prima e l’hostess alla quale ero stata affidata mi ha messo vicino ad altri tre ragazzini in volo per lo stesso motivo. Sono arrivata il 25 novembre 2013, la data me la ricorderò per sempre, ma non so in quale aeroporto. Era notte fonda, anche questo mi è rimasto impresso.

Prima di arrivare in Italia, pensavo che tutto fosse di colore rosa, che non ci fossero ladri, rapitori… Invece qui mi sono accorta attraverso i telegiornali che ci sono e che le persone straniere per procurarsi il pane per le loro famiglie devono lavorare con molta grinta. Non è proprio facile come pensavo. I primi tempi mi meravigliavo di tutto: il traffico, i ragazzi che alla scuola media (visto che io sono entrata subito in seconda) fumavano liberamente, il loro diverso modo di fare. La difficoltà principale che ho avuto sin dall’inizio, e ancora oggi ho, è quella di non parlare bene la lingua italiana, le preposizioni, gli avverbi e i verbi… faccio confusione, perché non so usarli come si dovrebbe ed è per questo motivo che impiego molto tempo a fare le verifiche e i compiti, e mi viene un gran mal di testa. A volte mi piacerebbe avere un dizionario o un traduttore nella mia testa, il che è impossibile purtroppo. Non sapere bene la lingua mi fa sentire isolata, non riesco ancora a esprimere pensieri profondi in italiano e allora spesso preferisco restare zitta.

Però ci sono molte cose di questo Paese che mi piacciono: il cibo, soprattutto la pasta, le polpette, le lasagne, la pizza; i vestiti e le scarpe; i paesaggi, con tutti questi bei parchi ordinati e tanti alberi; i musei di Milano, che ogni tanto ho visitato. Insomma, a poco a poco mi sto abituando a stare qui, anche se non è facile lasciare il proprio Paese natale per andarsene a vivere in un altro. La mamma per fortuna è qui con me e perciò so che non sono sola, lei mi dà sempre coraggio e mi aiuta nelle difficoltà, nei momenti di crisi mi basca un suo abbraccio per sentirmi meglio. A scuola sto imparando nuove cose grazie ai prof che mi aiutano con la lingua. Viviamo in quattro ora: io, la mamma e il suo compagno, e il mio fratellino, nato qui. Non esco molto, ma ho un bel gruppo di amici, molti sudamericani, nella chiesa evangelica che frequento. Con loro almeno posso parlare spagnolo ed essere più spontanea.

I miei cugini mi mancano moltissimo e li sento spesso in videochiamata. Come me prima, credono che la vita qui sia come in paradiso e un po’ ci invidiano, allora io cerco di spiegare la realtà, che invece è molto dura, certe volte. Davvero molto, tutt’altro che un paradiso.

Oleksandra Shvets

Mia madre è andata via quando avevo quattro anni. È venuta in Italia per cercare un guadagno e per mantenere la nostra famiglia. È arrivata da sola, non conosceva nessuno e non aveva neppure un posto dove stare. I primi due giorni ha dormito nel pullman con il quale è arrivata, poi progettava di andare in qualche chiesa a chiedere un alloggio, ma per fortuna ha incontrato una persona che veniva dal nostro Paese e che l’ha aiutata a trovarsi un posto letto in un appartamento con altri ucraini.

Io intanto crescevo con mia nonna e mia sorella maggiore. Eravamo legatissime io e lei, andavamo a scuola insieme, percorrendo ogni giorno due chilometri a piedi all’andata e altrettanti al ritorno, perché vivevamo in campagna. Durante il tragitto giocavamo, ci picchiavamo e alla fine ci abbracciavamo. C’è lei nei miei ricordi di infanzia e quel mio continuo scorrazzare qua e là: ero sempre in movimento e sempre piena di fasce, cerotti, slogature … La nonna, molto rigorosa e precisa in casa, mi sgridava. Le voglio un gran bene. Ancora adesso sono così e anche qui in Italia cammino tantissimo, non sopporto di prendere i mezzi pubblici, tutta quella gente mi toglie il respiro.

Mia madre a piccoli passi si è stabilizzata ed è tornata in Ucraina dopo due anni, per una vacanza di un mese. Io faticavo a riconoscerla: era molto cambiata, aveva tagliato i capelli ed era magrissima. Più bella ed elegante, ma un’estranea per me. Al momento di ripartire, non volevo lasciarla andare: le ho nascosto le valigie e quando è salita in macchina l’ho trattenuta a lungo per i vestiti, piangendo disperatamente. Mi è sempre mancata in quei lunghi anni e la sua assenza in certe situazioni mi risultava insopportabile, come alle riunioni a scuola con i professori.

Dopo sette anni, pure mia sorella si è trasferita qui in Italia, per iscriversi alla scuola superiore. Così sono rimasta da sola con la nonna. Erano in due a mancarmi ora, la mamma e mia sorella, che però ogni tanto tornava a casa in vacanza.

Dopo altri quattro anni (e io ne avevo ormai quindici) sono venuta in Italia anch’io. Ho fatto il viaggio da sola, in pullman, ventiquattro ore lì dentro, otto solo per raggiungere l’Ungheria. Responsabile di me era l’autista, ma ho avuto tanta paura quando alle frontiere mi hanno chiesto i documenti.

Appena arrivata, sono stata ammessa alla scuola superiore. Non conoscevo la lingua e così mi sono iscritta innanzitutto a un corso di italiano e ho imparato piuttosto in fretta. Però ancora oggi devo pensare prima di parlare e non mi viene del tutto naturale collegare le parole. Mi trovo bene qui, anche se mia sorella si è sposata ed è tornata in Ucraina, nel paesino di campagna dove siamo nate, così siamo di nuovo lontane e mi manca. Ho un ragazzo ora, è ucraino anche lui e lavora in Polonia; sogno che mi raggiunga qui per sempre, mentre per il momento può solo venirmi a trovare ogni tanto.

Mi sento ben inserita in Italia, pur essendo meno libera di prima. La mamma ha tante ansie su di me, non si sente sicura quando esco e non posso mai andare in giro da sola. Immagino qui la mia vita futura, voglio prendere il diploma europeo e viaggiare, so di avere opportunità preziose e non voglio sprecarle. Però ogni vacanza tornerò a casa, perché troppo spesso sento la nostalgia dei miei parenti e del mio Paese. E perché il piacere, per me, è là dove sono nata.

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