Di Antonella Fucecchi
docente di Lettere, redattrice per molti anni di Cem mondialità, esperta di didattica interculturale
Quando Prometeo rubò il fuoco per donarlo all’uomo, offrì alla specie umana la possibilità di trasformare la materia e di fabbricare strumenti e oggetti. Il vantaggio straordinario di dominare la fiamma fornì la sensazione di una parziale onnipotenza. Ma il dono del fuoco ha imposto per sempre anche la contropartita della responsabilità, dell’assunzione delle conseguenze dell’uso, la necessaria vigilanza, perché lo strumento potente è anche potenzialmente distruttivo. Da Prometeo in poi, qualunque innovazione tecnologica non può sottrarsi a un esame etico dei risultati del suo impiego.
Lo esemplifica bene il mito del geniale architetto Dedalo a Creta: spregiudicato nella sua ingegnosità, costruisce un ordigno dalle conseguenze devastanti. Asseconda la passione amorosa di Pasifae, moglie del re Minosse, per un toro fabbricandole una mucca di legno in cui la donna potesse entrare, e permettendo così il concepimento e la nascita del mostruoso Minotauro. Ne consegue la progettazione dell’impenetrabile labirinto in cui recludere per sempre il Minotauro, la quale provoca, per vendetta, l’imprigionamento di Dedalo e suo figlio Icaro. L’astuta evasione in volo con le ali di cera causa la fine di Icaro che, ascendendo troppo rapidamente verso il Sole, precipita in mare per lo scioglimento delle ali. Il dolore per la perdita del figlio impedisce infine a Dedalo di rappresentare sul portale del tempio di Cuma la morte di Icaro, lasciando vuoto lo spazio del dolore indicibile.
Questi due miti ci interrogano oggi con urgenza particolare: come educare alla tecnologia senza perdere la dimensione etica? Come coltivare la vigilanza prometeica in un’epoca sedotta dalla techne e dall’illusione narcisistica degli schermi?
L’epoca della techne e della seduzione narcisistica
L’epoca in cui viviamo è prigioniera del mito della techne, è sedotta da Narciso e dalla necessità di una ricerca identitaria affidata al rispecchiamento. Cerchiamo noi stessi rapiti dagli schermi dei nostri smartphone come Narciso era preso dall’immagine riflessa sulla superficie liquida dello stagno.
Ma la verità su noi stessi non è lì, è nella vitalità delle nostre relazioni umane. Più comunità e meno community, più realtà e meno reality.
La seduzione dell’algoritmo
L’intelligenza artificiale è apparsa in modo dirompente nelle nostre vite mostrando un volto ambivalente che interpella l’educazione con particolare urgenza. La sua pervasività e la sua indispensabilità sono ben più veloci della nostra capacità di metabolizzazione: il download infinito di micro e macro aggiornamenti rende impossibile qualunque tentativo di ragionamento e di riflessione.
Il rischio più grande è perdere la capacità di fermarsi a considerare conseguenze ed effetti della penetrazione tentacolare di un sistema algoritmico che monitora i comportamenti, previene le richieste, orienta e ci anticipa sempre. Ci siamo illusi di avere a disposizione solo uno strumento per essere più rapidi e più performativi, ma siamo costretti a constatare che l’invadente presenza di un motore di ricerca iperpotenziato ha come scopo finale non il supporto o il sostegno, ma la sostituzione. L’intelligenza artificiale può fare a meno di noi, ma non noi di lei.
Se poi non cerchiamo solo la soluzione a problemi pratici, ma raffiniamo i criteri chiedendo un parere su situazioni lavorative o esistenziali, ci fornirà risposte sensate e l’illusoria sensazione di essere ascoltati. Il rischio è la dipendenza patologica, la morbosa assuefazione alle soluzioni che arrivano come una promessa di fedeltà perenne. Perché l’algoritmo è neutrale, oggettivo, infaticabile, coerente.
Restare umani: il capitale semantico
Non si tratta di assumere posizioni retrive, retrograde o apocalittiche nei confronti delle innovazioni: si tratta di restare vigili, di nutrire uno spirito critico in grado di discernere, di coltivare la coscienza del limite. Si tratta di salvaguardare il capitale semantico, come afferma il filosofo Luciano Floridi, cioè l’insieme dei saperi, dei valori, degli investimenti simbolici, dei metodi interpretativi, delle conoscenze la cui incessante negoziazione alimenta la nostra unicità di soggetti umani. Soggetti capaci di scelte etiche, di spiritualità, di interiorità e di intimità.
Nessun algoritmo può inventare una soluzione davvero creativa che non sia meramente combinatoria e automatica e non può contrastare l’impoverimento intellettuale. Solo i beni relazionali, le nostre reti faticosamente tessute, i rammendi dei nostri strappi che non si comprano e non si vendono possono costruire una trama di senso e di fiducia. Una trama che nessun abbandono cieco al mito dell’infallibilità ed eternità della tecnologia potrà mai offrire.
Uscire dalla caverna: il cuore pensante
Uscire dalla caverna di Platone e affrontare la nuda vita è quello che serve ora. Uscire dalla narcosi e dalla sbornia mediatica per essere presenti a noi stessi con la nostra capacità di ascolto, le nostre angosce, le speranze generose, alzando gli occhi dai display.
Etty Hillesum, filosofa ebrea olandese reclusa nel campo di internamento a Westerbork, osservando lo spicchio di cielo ritagliato nelle trame del filo spinato, pienamente consapevole, scriveva in quelle condizioni estreme di voler essere un balsamo per molte ferite: diventare il cuore pensante della baracca.