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A fare memoria ce lo insegna la Bibbia

Quando i testimoni diretti della Shoah diminuiscono serve un nuovo modo di fare memoria. E la Bibbia ci dà degli spunti su come trovare una strada per non dimenticare, ma anche per imparare

Un nuovo modo di fare memoria

Il 27 gennaio è il giorno in cui si ricordano le vittime della Shoah (termine ancora troppo spesso tradotto incautamente con “olocausto”). La questione fondamentale è la modalità con la quale fare memoria, al di là dei film strappalacrime e delle testimonianze ormai sempre più numericamente esigue dei sopravvissuti. È oramai diventato necessario immaginare una modalità davvero efficace, che insegni qualcosa alle nuove generazioni e che crei una memoria collettiva della storia dell’umanità, capace di generare un presente appoggiato su un passato ben definito e proteso verso un futuro identitario – dell’umanità intera, non di questo o quel gruppo umano – scevro da “onnipotentismi”, supremazie, egocentrismi e nazionalismi.

Tutto questo non è facile e, in un tempo che vede la scomparsa di chi ha vissuto in prima persona la Shoah, è più che mai urgente una riflessione seria. La questione è estremamente complessa e qui possiamo solamente provare a rintracciare il tema del fare memoria nella Scrittura, sperando ci possa consegnare delle intuizioni utili al lavoro, se non collettivo e storico, almeno personale.

La memoria di Dio nell’Antico Testamento

Il tema della memoria nell’Antico Testamento, può essere ricercato “in entrambe le direzioni”: la memoria che Dio fa dell’uomo e che l’uomo fa, o dovrebbe fare, di Dio.

Partiamo dalla prima tipologia. Nei passi in cui Dio si ricorda degli uomini lo fa per intervenire in loro favore, come nel racconto del diluvio quando Dio si ricordò di Noè, di tutte le fiere e di tutti gli animali domestici che erano con lui nell’arca (Gen 8,1) e fece cessare la pioggia; oppure quando decide che i tempi erano maturi per trasformare gli israeliti schiavi in Egitto in un vero e proprio popolo, liberandolo e guidandolo verso la Terra Promessa:

Dio parlò a Mosè e gli disse: “Io sono il Signore! Sono apparso ad Abramo, a Isacco, a Giacobbe come Dio onnipotente, ma con il mio nome di Signore non mi son manifestato a loro. Ho anche stabilito la mia alleanza con loro, per dar loro il paese di Cànaan, quel paese dov’essi soggiornarono come forestieri. Sono ancora io che ho udito il lamento degli Israeliti asserviti dagli Egiziani e mi sono ricordato della mia alleanza. (Es 6,2-5)

“E mi sono ricordato della mia alleanza”: è quella stretta con Abramo, un uomo che ha avuto il coraggio di lasciarsi alle spalle terra, casa e famiglia fidandosi solamente della parola di un Dio sconosciuto che, però, aveva infiammato il suo cuore con le promesse di una nuova terra e di una discendenza numerosa come le stelle del cielo.

Dio resta fedele alla sua parola, che è una parola performativa poiché, non appena pronunciata, compie un’azione permettendo a qualcosa di venire all’esistenza (come vediamo nella creazione in Genesi/Bereshít). Se questa è la caratteristica con la quale il Dio biblico si presenta, allora risulta ovvia la fedeltà in aeternum a una parola espressa.

Ciò che è meno ovvio è la reciprocità di tale alleanza: sarà il partner umano capace di corrispondere a tale patto? Perché se il patto è valido per sempre allora non è sufficiente che Abramo, Isacco e Giacobbe siano fedeli ma lo deve essere ciascun essere umano da Dio pensato, creato ed amato. E qui le cose si complicano.

Dio è fedele, l’uomo mormora

Tutta la vicenda biblica non è altro che il racconto del tentativo, da parte umana, di rispettare quel patto primordiale tanto nel rapporto con la divinità quanto, e sopratutto, in quello con gli altri esseri umani; ecco perché spesso la Bibbia è stata e viene tutt’ora letta in chiave etica.

Se volessimo concentrarci sulla risposta del partner umano dell’alleanza dovremmo leggere decine di pagine bibliche. Ecco allora un esempio significativo nel libro dell’Esodo/Shemòt:

Nel deserto tutta la comunità degli Israeliti mormorò contro Mosè e contro Aronne. Gli Israeliti dissero loro: “Fossimo morti per mano del Signore nel paese d’Egitto, quando eravamo seduti presso la pentola della carne, mangiando pane a sazietà! Invece ci avete fatti uscire in questo deserto per far morire di fame tutta questa moltitudine”. (Es 16, 2-3)

Il popolo mormora. Non ha neppure il coraggio di protestare “mettendoci la faccia”, come diremmo noi. Sembra aver perso il rispetto per i due fratelli che lo hanno guidato dalla schiavitù alla libertà e questo sottintende una mancanza di fede, in quanto Mosè e Aronne erano stati scelti da Dio stesso come guide di quello che diverrà il popolo d’Israele. La mormorazione, conoscendo l’intera vicenda, ci appare inizialmente quanto mai sciocca ma così non è: il cammino che conduce alla libertà, se non ancorato al passato e a una corretta memoria del vissuto, fa semplicemente paura.

Il rimpianto del passato: una memoria alterata

L’umano è così debole che spesso si ritrova a rimpiangere situazioni passate dalle quali ha deciso di allontanarsi, se non addirittura di fuggire. Penso sia successo a molti di noi.

Abbiamo un lavoro, una relazione d’amore o di amicizia, viviamo in un posto o frequentiamo degli ambienti che, a un certo punto, diventano pesanti, irritanti, addirittura asfissianti e quello che vorremmo più di ogni altra cosa è avere un’alternativa, girare pagina. Poi, un giorno, siamo nel nuovo posto di lavoro, nella nuova casa, nella nuova città, in una nuova relazione e le cose iniziano a farsi difficili anche lì (prima o poi accade sempre!) e ci ritroviamo a pensare alla situazione precedente quasi con un pizzico di nostalgia. “Forse non era così male come pensavo… Forse avrei potuto resistere e cambiare le cose o cambiare me stesso… In fondo non era tutto da buttare via”. Insomma, eravamo schiavi, certamente, ma avevamo pane a sazietà e la pentola della carne era così profumata! Notiamo che non si parla della bontà della carne, solamente del suo profumo: se non si aveva accesso alla carne le cose non andavano così bene, però il ricordo è stato alterato dalle difficoltà presenti.

Gli israeliti si erano già dimenticati delle promesse di Dio, dei suoi doni: li ha fatti uscire dalla schiavitù, li sta guidando su una strada che talvolta può essere molto faticosa, ma Dio è un partner che non dimentica le promesse fatte e se essi fossero ben ancorati a questa certezza allora le mormorazioni non nascerebbero. La loro fiducia sarebbe piena, anche in situazioni poco comprensibili. Solo pochi illuminati riescono ad avere lo sguardo rivolto nella medesima direzione di Dio e uno risulta essere proprio Mosè.

Michael Walzer, nel suo libro Esodo e rivoluzione (1985), rilegge i principali moti rivoluzionari della storia occidentale alla luce del racconto esodico. Scrive:

Dio e Mosè guardano lontano, vedono la terra promessa dinanzi a loro, e pensano che nessuna sofferenza sia troppo grande rispetto al fine che si pongono. Ma il popolo, almeno in parte, non era troppo sicuro del fine e voleva prove più immediate della sollecitudine di Dio […]. Il conflitto è quindi tra il materialismo del popolo e l’idealismo dei capi, fra i bisogni immediati e le promesse per il futuro.

Aggiungerei che il conflitto è triplice: tra i bisogni immediati, le promesse per il futuro e la memoria sincera (cioè complessa, con tutte le sfaccettature possibili, comprese quelle più aspre) del passato.

La memoria nel Deuteronomio: una questione pratica

Altro esempio che ci può dare uno spunto è il libro del Deuteronomio/Devarím che si propone come grande esercizio di memoria da parte del redattore biblico, il quale decide, per salvare la propria storia e cultura, di mettere per iscritto ciò che ritiene fondativo per il proprio popolo. Vale la pena sottolineare almeno due aspetti del racconto deuteronomico: la narrazione “senza sconti”, che non omette nulla del proprio passato – neppure gli errori – e l’estrema concretezza.

Al capitolo 9 troviamo citato l’episodio del vitello d’oro con la conseguente rottura delle prime tavole della Legge da parte di Mosè; per apprezzare ciò che siamo, nel bene e nel male, è necessario affrontare con lucidità le proprie cadute, il male e i tradimenti commessi. Solo con un attento esame di coscienza possiamo comprendere come comportarci nel presente e chi vogliamo essere nel futuro; senza, saremmo ipocriti o falsi e nessuna delle due condizioni è costruttiva.

Per quanto riguarda la concretezza nel Deuteronomio, colpisce che il redattore non faccia un manifesto ideologico come tanti movimenti della storia moderna, ma si impegni a consegnare precise linee guida morali e religiose: dal rifiutare un profeta di dei stranieri, ai cibi da consumare, passando per vietare usi e costumi che potrebbero portare al rischio di assimilazione che ha sempre accompagnato gli ebrei della diaspora.

Insomma, la Bibbia ci restituisce un modo di fare memoria in grado di passare attraverso le storie gloriose che uniscono le persone e fondano l’identità di un popolo (umano e non nazionale, è la mia speranza), ma anche attraverso i momenti bui, che non devono diventare sterili occasioni di tristezza collettiva al grido di “mai più” (che troppo spesso abbiamo sentito echeggiare per 24 ore soltanto) ma sappiano, attraverso gesti concreti e riflessioni serie e pacate, aprire sentieri nel deserto dell’umana povertà.

Di Valentina Venturini
teologa ed educatrice presso la sede di Busto Arsizio dell’Ufficio Educazione Mondialità

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