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Educarsi alla diversità senza giudicare

Chiara e Filippo, giovane coppia missionaria in Guinea Bissau, tornano a scuola di accoglienza: in un contesto di grande povertà devono imparare a entrare nella diversità con delicatezza e senza giudicare

Un cielo stellato che sembra enorme, strade dissestate e piene di crateri (“buche” è limitativo), polvere rossa ovunque e la sensazione di non riuscire mai a lavare bene i piedi. Il profumo dei fiori di gelsomino che cadono vicino all’ingresso della nostra casetta, musica e balli per ogni occasione e le risate dei bambini che entrano nel giardino della missione per “prendere in prestito” la frutta. Questi sono piccoli scatti che caratterizzano la nostra quotidianità in questa nuova terra.

Siamo Chiara e Filippo, una coppia dell’Associazione Laici Pime (Alp) giunta a Catió, in Guinea-Bissau, a fine novembre.

Iniziare una nuova vita qui è stato bello, anche se le prime fatiche non si sono fatte attendere: abbiamo dovuto “costruire” un luogo che potessimo chiamare casa, stiamo imparando una nuova lingua e ci accorgiamo in continuazione che entrare in contatto con una cultura diversa è bello, ma difficilissimo. La fatica più grande e accogliere questa diversità senza giudicare e senza fare confronti: non vi nascondiamo che i nostri occhi da europei vedono tanti, tantissimi problemi! Ma più entriamo in contatto con questa realtà, più cresce dentro di noi il desiderio che i nostri occhi e il nostro cuore, non si abituino mai a quello che vediamo, per poterci sempre stupire dei doni che questa terra ci sta facendo.

 In foto: Chiara e Filippo in Guinea Bissau 

Qui a Catió noi siamo missionari laici, perciò il nostro compito è testimoniare il Vangelo tramite la nostra vita, che si declina nella nostra quotidianità di famiglia e nel nostro lavoro. Quest’ultimo ci permette di entrare nel mondo dell’istruzione.

Sulla carta il nostro ruolo è di coordinatori e formatori del personale docente delle scuole di autogestione, seguite dalla missione e in particolare da padre Naresh. In pratica il nostro lavoro non è ancora iniziato e non sappiamo ancora che forma assumerà. Questi primi mesi sono un tempo di osservazione, per conoscere meglio questa realtà e per cercare il modo giusto per entrarci (magari non a gamba tesa).

La scuola in Guinea-Bissau è una realtà complessa e avere la pretesa di averla già colta in toto e di saperla raccontare è certamente un’esagerazione. Vi lasciamo alcune riflessioni che hanno segnato questo primo periodo. 

La primissima cosa che ha colpito la nostra attenzione è che l’istruzione non è la priorità di tutti. Come puoi pensare alla scuola quando hai fame? La situazione ci sembra quella dell’Italia degli anni ’30-’40: i bimbi di città andavano a scuola con costanza, mentre quelli di periferia e di campagna aiutavano i genitori lavorando. A noi adesso può sembrare assurdo, ma se chiedo a mia nonna, mi racconta con grande pacatezza che lei ha studiato fino alla terza elementare: “Erano altri tempi!”. Ecco, noi siamo stati catapultati in “quei tempi”.

Tanti bambini e ragazzi invece hanno le possibilità e anche un grande interesse nei confronti della loro istruzione, tanto grande che li porta a camminare per chilometri (non in senso figurato) per arrivare a scuola. Ma questi denti affamati di sapere non sempre trovano il pane da mordere e si ritrovano in classi con docenti che hanno poca voglia e altri che hanno tanta voglia, ma pochi mezzi. 

Tranquilli, ci sono anche molti esempi virtuosi: in questi giorni siamo tornati a fare gli studenti e i nostri professori di lingua sono una testimonianza di semplicità e missionarietà. Semplicità perché gli è sufficiente solo un gesso e una lavagna per trasmettere il loro impegno e la loro passione. Missionarietà perché hanno preso talmente a cuore la loro missione di insegnarci il criolo, che non volevano ricevere nulla in cambio del tempo che ci hanno dedicato. Gesto di carità per nulla scontato qui in Guinea-Bissau, che ha profondamente toccato noi e padre Naresh.

Ogni giorno troviamo di fronte a noi una realtà complessa, e mentre siamo alla ricerca di strumenti e di un aiuto, padre Maurizio ci regala la sfida più grande: ci invita a pensare una scuola che sia a “misura loro”. Queste parole ci interrogano molto. Di primo impatto ci è sembrato quasi che dovessimo rimpicciolire le nostre aspettative sulla scuola, ma dopo lunghe discussioni e confronti riusciamo a leggerne il senso: la scuola dev’essere su misura! Come per il proprio matrimonio non si manda un amico dal sarto, allo stesso modo questa scuola non può essere pensata a tavolino solo da Chiara, Filippo e padre Naresh. Per essere su misura deve essere costruita con l’aiuto di tutti: docenti, studenti e tutta la comunità; in modo che calzi a pennello!

Ci sarebbero tantissime altre cose da raccontare, ma lo faremo quando avremo uno sguardo che possa entrare più in profondità in questa realtà. 

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