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Ecce homo! | Lettere dalla storia

Già nel 1989 i disequilibri del sistema mondiale mostravano i loro effetti sulla pelle dei più poveri. Padre Luigi Pinos, missionario del Pime in Bangladesh, li racconta mostrando il lato della fame che facciamo più fatica ad accettare, ora come allora

Pagine che narrano la vita: i racconti autobiografici di padre Luigi Pinos, missionario in Bangladesh per 52 anni, hanno tutto il fascino della vita vera, raccontata senza filtri.

Nel 1989, anno in cui è stato scritto il testo che segue, il Bangladesh è un paese che «non può non essere povero. Solo un quinto della popolazione ha terreno sufficiente o vive con un buon impiego… Voi capite subito che, quando arriva un ciclone o un’inondazione a devastare il Paese, i quattro quinti della popolazione colpita sono alla fame».

Ed eccola la fame, quella vera, come ce la racconta padre Pinos.

Tutti sappiamo che c’è povertà e povertà. Quando da noi, anni fa, la cena consisteva in un piatto di radicchio in insalata, due fette di polenta e una rotellina di salame, ci consideravamo del tutto poveri. Oggi in Italia c’è chi si considera in miseria anche se mangia tre volte al giorno e non gli mancano la TV e altre modernità. In America ci sarà chi è povero anche se viaggia con la sua brava automobile.

 

In che classe metteremo allora la povertà di un Paese come il Bangladesh? Qui c’è gente che, specialmente in certe stagioni, non ha i tre pasti (o almeno uno dei tre) garantiti. C’è chi non ha mangiato ieri, né oggi, né sa dove troverà da mangiare domani. C’è chi lavora a pancia vuota o malato o febbricitante: sarà un lavoratore fiacco e il padrone non lo vorrà più. Ci sarà colui che, per non farsi licenziare, lavorerà fino a sfiancarsi del tutto.

Un giorno presi il riksciò. Il guidatore del triciclo, scalzo, a torso nudo e con indosso solo un vecchio paio di pantaloni, pedalava e tossiva. Alla fine del breve tragitto, nel pagarlo come il Buon Dio mi ispirava, gli dissi: «Ma tu sei malato! Tu non puoi lavorare!». Allargò le braccia scarne e lucide di sudore e, con la voce fonda del tisico, rispose: «O lavorare o morire tutti!».

 

In foto: padre Pinos in Bangladesh (Archivio Pime)

Che dire degli indumenti? Chi butta via una giacca nuova, solo perché la moda ormai consiglia non due ma tre bottoni sul davanti, non può capire come ci possa essere chi non ha di che cambiarsi dei luridi cenci che ha indosso. Che dire di certe abitazioni, di certi giacigli per dormire e dell’impossibilità di curarsi: il sottonutrito non può non essere svogliato, pessimista e malaticcio.
Com’è la fame?

In Italia, quando un bambino ha fame, urla e smania: e con che energia! Ma non è così che si muore di fame. Chi è sottonutrito, resta fisicamente debilitato: non ha neppure la forza di alzare la mano per chiedere. Il bambino sembra aver perso il fiato e la voce: il suo pianto si rivelerà con un incresparsi della pelle fra le sopracciglia e sulla fronte. Noterai il bambino affamato per i movimenti lenti, la pelle secca, la lanugine sbiancata sugli arti, gli occhi grandi e infossati.

Nell’autunno del 1974, dopo varie ed estese inondazioni, in Bangladesh morirono di fame migliaia di persone. Gli affamati, nella speranza di sopravvivere, abbandonarono i loro villaggi e si mossero verso le città. Quelli che vi poterono arrivare, non fecero, come gli europei, cortei di protesta, con cartelli e scritte. Niente affatto: essi semplicemente si coricarono esausti sui marciapiedi, dove, ben presto, vennero presi da un sonno calmo e profondo. Ho visto mamme coricate sul fianco, con accanto tutti i propri bambini addormentati, là sul lastrico, come se fossero in letto a casa loro. AI primo chiarore dell’alba, il camion della salute pubblica passava e tirava su quelli che erano spirati nel freddo della notte.

❮❮ Se il mondo capitalista e quello socialista, messi insieme, consumano l’85% delle risorse del globo, al cosiddetto terzo mondo non resterà che accontentarsi del rimanente 15. ❯❯

 

Passando un giorno per un villaggio, fui circondato dalla gente: erano tutti macilenti e chiedevano aiuto. Uno mi disse: «Ti do questo bambino!». Chiesi al piccolo: «Come ti chiami?». Rispose: «Mi chiamo Sukta».
Quel nome mi fece venire un nodo alla gola: letteralmente il bambino aveva detto: «Mi chiamo Pesciolino-disseccato-al-sole». Infatti, nella parlata locale, si chiamano appunto sukta i pesciolini delle risaie disseccati al sole e conservati sotto sale. Mai un nome espresse la realtà, come nel caso di quel bambino, che veniva dato via per niente.

Ho riportato e messo in risalto i gemiti dei poveri: come le parole di Gesù in croce, anche questi gemiti esprimono sofferenza e invitano a pensare. Miglioramenti? Anche qui, purtroppo, piove sul bagnato: chi sta bene continua a star meglio e i poveri continuano ad avere sempre meno. Si dirà: ma, e il governo cosa fa? Cosa volete che possa fare? Se il mondo capitalista e quello socialista, messi insieme, consumano l’85% delle risorse del globo, al cosiddetto terzo mondo, che pure abbraccia più di mezza umanità, non resterà che accontentarsi del rimanente 15%! Per di più, sapendo che il Bangladesh economicamente si trova agli ultimi gradini, allora si comprende l’impossibilità dei governanti a rimediare.

Mi si dirà ancora: e voi missionari che cosa fate? Noi stiamo vicino ai poveri con senso di umiltà e quando ci è dato di offrire un nido o una carezza o un lavoro, ci sentiamo più tristi di prima, pensando agli altri milioni di esseri umani, che vivono una vita di indicibili privazioni, senza essere raggiunti da un gesto di amore o da una parola di speranza.

Temo che, nel leggere questo mio scritto, qualcuno forse protesterà: «Basta con questo portare in piazza le miserie dei poveri. È un’irriverenza alla loro stessa dignità!». Io penso di no. Gesù quando fu presentato in piazza con le parole «Ecce homo!» era tutto ferito: nella sua dignità, però, Egli era intatto. Il Gesù ferito del giorno d’oggi è il povero del terzo mondo; lo presento a voi con le stesse parole: «Ecce homo!».

 

A cura di Isabella Mastroleo
Responsabile Biblioteca Pime

Il brano sopra riportato è contenuto nel libro autobiografico di padre Luigi Pinos, “Il mercato delle stelle. 52 anni in Bangladesh” (ed. EMI, Bologna 2000). Lo trovate, con altri scritti di padre Pinos, nella Biblioteca Pime e potete richiederlo scrivendo a biblioteca@pimemilano.com

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