Homepage » Blog » Dubai: l’altra faccia della medaglia

Dubai: l’altra faccia della medaglia

Attirati dal sogno del benessere, migliaia di lavoratori atterrano negli Emirati Arabi convinti di aver trovato una vita migliore. Ma le condizioni in cui si ritrovano sono quelle di una semi-schiavitù legalizzata. Il racconto per immagini di una fotografa

Passeggeri ignari

Mentre ero residente a Dubai, durante un volo di rientro dalle mie esplorazioni, mi sono ritrovata accanto a dei passeggeri pachistani. Gente umile, proveniente da paesini rurali, mai uscita dal suo guscio, né tantomeno avvezza a penetrare in un mondo diverso. Sembravano bambini portati nel fantastico mondo delle fiabe. Il loro stupore e la loro eccitazione mi davano un senso di intima e condiscendente allegria.

Li ho aiutati ad allacciare le cinture di sicurezza, il cui meccanismo non riuscivano a capire. Ai loro occhi tutto era motivo di incredulità, spesso accompagnata da schiamazzi eccitati. Il decollo è stato gioioso, i loro visi avevano al tempo stesso infinite espressioni: timore, felicità, sorpresa. Quando gli assistenti di volo hanno portato il vassoio con il pranzo la loro euforia ha raggiunto il culmine. Quel ben di Dio era tutto gratuito! Vedendo che non finivo il mio pasto, a gesti, hanno chiesto se potevano averlo, cosa a cui ho piacevolmente acconsentito.

A poco a poco il mio divertimento ha ceduto il posto a una certa tristezza. Non erano coscienti di ciò a cui andavano incontro.

Pensavano di aver trovato il Paese di Bengodi e la ricchezza, riuscendo finalmente a provvedere alle necessità delle loro famiglie. Non sapevano che, appena atterrati, il loro passaporto sarebbe stato confiscato e non sarebbero potuti rientrare nei loro villaggi prima di due anni, come da contratto.

Sarebbero stati sistemati in container sparsi alla periferia di Dubai, dove avrebbero dovuto condividere, con altri cinque o sei compagni, letti a castello e pochi utensili da cucina.

 

Condizioni di schiavitù

Il turno di lavoro della manodopera è di 12 ore al giorno, tutti i giorni della settimana. Si alzano alle 5, in modo da essere al lavoro alle 6. Vengono trasportati ai vari cantieri da pulmini con orari stabiliti.  Da maggio a ottobre la temperatura diurna raggiunge 45-50 gradi, ma non possono tirare il fiato se non per un’ora a pranzo. Durante il Ramadan gli viene concessa un’ora in più. Troppo stanchi per mangiare, preferiscono trovare un riparo all’ombra e riposare.

Per questo motivo alcuni professionisti occidentali, residenti a Dubai, hanno fondato un progetto chiamato Sameness for Workers (uguaglianza per i lavoratori) il cui scopo è quello di focalizzare l’attenzione su questa parte di umanità altrimenti dimenticata. Portare loro dell’acqua, scambiare qualche parola gentile li fa sentire ancora esseri umani.

Due mondi opposti

È grazie a loro se oggi ammiriamo quelle incredibili opere edili che sono il più esteso lungomare del mondo (25 chilometri), la Marina (una baia all’interno della città che ci ricorda Manhattan) e innumerevoli alberghi a 5 stelle.

Questi due mondi opposti, i ricchi Emirati e i lavoratori indigenti, confluiscono insieme solamente al tramonto, sulle diverse spiagge della capitale, per ammirare il sole che si tuffa nel mare, nel momento in cui il muezzin intona il canto della quarta preghiera della giornata.

 

Testo e foto di Roberta Lattuada
fotografa e viaggiatrice

Articoli correlati

Ho viaggiato fin qui. Storie di giovani migranti

Ascolta

La mafia si combatte anche con i violini