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La dea divorata da Zeus: come il mito di Metis può risolvere la crisi ambientale

Di Antonella Fucecchi
docente di Lettere, redattrice per molti anni di Cem mondialità, esperta di didattica interculturale

Benché Zeus abbia come consorte Era (Giunone), le versioni più antiche del mito ci informano che nel passaggio dal Caos al cosmos Zeus abbia incontrato più volte il femminile prima di sposare ufficialmente Era.

Tra le sue spose più arcaiche figura Metis, il cui nome significa, emblematicamente, prudenza, saggezza, consiglio, piano, disegno. La dea, rifiutandosi di piegarsi al volere di Zeus, viene divorata e incorporata. Ma il risultato di quest’azione è la nascita di Atena, la dea nata direttamente dalla testa di Zeus: incarna virtù femminili legate all’esecuzione di compiti domestici come la tessitura, ma è una dea algida, è armata e blindata, nemica delle relazioni matrimoniali e sessuali, incapace di generare. È il femminile reso subalterno dal divoramento di Zeus, partorito dalla testa di lui e conformato ai suoi bisogni.

La funzione dell’intelligenza ha preso la strada dell’affermazione gerarchica, della rettilinearità, della crescita verticale, dell’incedere separando, dividendo, parcellizzando. Una logica che genera opposizione, dualismi, dicotomie, antinomie insanabili.

Cosa c’entra questo antico mito con la policrisi (economica, ambientale, sociale…) che stiamo vivendo oggi? C’entra perché questa logica estremizzata ci ha portato alla necessità di preoccuparci, con estremo ritardo, della sostenibilità delle nostre scelte.

I diritti della Terra: un imperativo urgente

Adottare il paradigma della sostenibilità non è una scelta opzionale legata a mode passeggere o a particolari sensibilità ecologiche. Si tratta di in un imperativo urgente che impone una ridefinizione di strategie a lungo termine sui piani economico, finanziario, politico, sia su scala planetaria che locale, come l’Agenda 2030 raccomanda.

Questo obiettivo interseca molteplici sfide e richiede un ripensamento radicale dei modelli di produzione e consumo. Serve trasformare il modo in cui gestiamo lo smaltimento di scorie e scarti, ridurre gli sprechi e garantire una più equa redistribuzione delle risorse a livello globale.

Il grande tema della sostenibilità si allea principalmente con l’economia circolare, sintetizzabile in una serie di azioni caratterizzate dal prefisso “ri”: ridurre, riciclare, riparare, riusare.

Si tratta di impostare una programmazione economica e produttiva che tenga in connessione la preservazione della biosfera, degli ecosistemi e della biodiversità, e la riduzione dell’impatto ambientale delle varie tipologie di produzione, agricola ed industriale.

Due principi etici per una metamorfosi radicale

Questa riprogrammazione richiede una vera metamorfosi che pone al centro due principi etici fondamentali. Questi principi modificano radicalmente l’approccio imprenditoriale e produttivo, chiamando in causa non solo le scelte individuali ma anche gli orientamenti politici:

Il riconoscimento della Terra come soggetto giuridico titolare di diritti propri: salvaguardia, preservazione, rigenerazione, resilienza.

La tutela dei diritti delle future generazioni per consentire ai nostri nipoti di concepire un futuro possibile.

Per attuare questa trasformazione dobbiamo demolire alcuni presupposti antropocentrici e androcentrici. Per scegliere di proteggere la nostra fragilità dobbiamo riconoscerci creature finite: ciò che è fragile è prezioso e bisognoso di cura. La terra non ci è stata data in eredità dai nostri padri, ma in prestito dai nostri nipoti.

Occorre quindi rinunciare a un orizzonte meramente utilitaristico, al presentismo onnivoro, all’illusione dell’illimitata espansione del sé. È il momento di recuperare, attraverso l’ascolto, la saggezza di altre culture, il cui livello di evoluzione interiore era ben più elevato del nostro.

Dobbiamo entrare in una dimensione di intimità, di spiritualità e di sacralità con la natura, per contrapporre alla cultura dello spreco e dello scarto la cultura della parsimonia, della sobrietà, della premura. In una parola: della responsabilità.

La funzione femminile del pensiero: recuperare Metis

Ma questa metamorfosi ha bisogno di una forma mentis diversa, ha bisogno di quella che viene chiamata la funzione femminile del pensiero umano. Proprio quella rimossa, inghiottita da Zeus.

Ed è qui che torniamo al mito di Metis. Abbiamo bisogno di ricorrere al pensiero delle connessioni, delle relazioni, delle tessiture di senso, di introdurre un paradigma ispirato ai saperi di Edgar Morin, che esortano alla conoscenza della condizione umana, all’elaborazione di un’identità terrestre, alla necessità di una comprensione e non di una divisione.

Abbiamo imparato a sfruttare la terra, ma non sappiamo alimentarla. Abbiamo bisogno della saggezza di Metis, la grande mente.

Alla base di questo necessario ripensamento si colloca un altrettanto necessaria presa di coscienza: l’esistenza del limite, da reintrodurre come orizzonte di sobrietà, come confine, che ci spinge non al suo superamento, all’oltre, ma alla valorizzazione di ciò che c’è al di qua del limite stesso.

Il nostro spazio concreto di azione va rappresentato metaforicamente non con la linea retta o la piramide, ma con il cerchio.

Dal modello Ego al modello Eco

Nel modello Ego, egoico, l’uomo colloca se stesso al vertice di una struttura gerarchica che crea una disparità molto evidente. Al contrario, nel secondo modello, orizzontale, circolare, simmetrico, domina la logica delle interrelazioni tra le specie viventi in un mutuo scambio di reciprocità. Il modello Eco è il modello della casa comune, della comunità di destino, della compartecipazione e della condivisione.

Miti e metafore consentono di avviare un ripensamento benefico della qualità delle nostre relazioni, della capacità di fare spazio all’altro riducendo la nostra voracità, di coltivare la speranza di un futuro ancora possibile.

C’è bisogno di una creatività nuova e diversa per rovesciare la logica dogmatica di alcuni parametri economici, per provare a pensare in modo circolare, come suggerisce l’economia della ciambella di Kate Raworth.

Possiamo ancora salvare il pianeta? Sì, ma dobbiamo volerlo davvero.

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