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Armeni e italiani: la storia della famiglia Mavian

Il 20 giugno del 2001 viene celebrata per la prima volta la Giornata mondiale del rifugiato, voluta dalle Nazioni Unite per commemorare i 50 anni dall’approvazione della Convenzione relativa allo statuto dei rifugiati; la quale, come dice il nome, raggruppa le norme relative a tale condizione che contempla due situazioni: il timore di essere perseguitato per etnia, religione, appartenenza a gruppi sociali o politici e cittadinanza, oppure la condizione di apolidia che non può essere risolta tornando nella propria nazione di origine per le cause già menzionate. Da quel giorno la Giornata mondiale del rifugiato è diventata occasione fissa per riflettere su tale condizione e sull’accoglienza che ogni paese può e deve offrire.

Ho pensato allora di raccontare la vicenda della famiglia Mavian, che dovette scappare dalla propria terra lasciando casa, lavoro e ogni cosa solo perché appartenente a un gruppo minoritario. Sto parlando della persecuzione armena del secolo scorso che Marina, signora raffinata e gentile che ringrazio di cuore per la sua disponibilità, nonché presidente di Casa Armena – Hay Dun mi ha raccontato per il blog del Centro Pime.

Chi è Marina Mavian?

Sono armena e italiana, sono nata a Venezia; all’età di tredici anni mi sono trasferita a Milano per frequentare la scuola di ballo del Teatro alla Scala. Dopo il diploma ho lavorato all’estero per poi rientrare a Milano. La mia origine armena è sia da parte di padre che di madre. Mio nonno era veneziano, comandante nella Regia Marina Militare. Ad un ricevimento consolare a Smirne, allora città cosmopolita (era il 1919) conobbe una giovane ragazza armena, Nevart, mia nonna. Si innamorarono e decisero di fidanzarsi. Mio nonno in seguito la portò a Venezia, insieme alla fidata cugina Marie, per presentarla alla sua famiglia. Nevart non fece mai più ritorno nella sua città natale poiché nel settembre del 1922 ci fu il grande incendio di Smirne nel quartiere armeno greco della città. Fu l’ultimo atto contro la popolazione cristiana della città, perché nelle campagne gli armeni venivano già deportati.
Marina Mavian
I miei nonni erano quindi al sicuro in Italia mentre il resto della famiglia dovette affrontare quel disastro; ma i miei bisnonni riuscirono a scappare e, cosa molto particolare, la bisnonna, nella fuga, non prese né gioielli né soldi ma solamente un dipinto raffigurante la Madonna col Bambino. E non era una piccola icona ma si trattava di un quadro! Fu proprio questa insolita scelta a proteggerla poiché il dipinto le fece da scudo contro un colpo di scimitarra infertole da un gendarme turco. La mia bisnonna non lasciò il dipinto neppure quando fu costretta a buttarsi in mare: centinaia di greci e armeni, tra i quali i miei bisnonni, vennero raccolti da navi francesi e italiane e accompagnati in un campo profughi allestito a Brindisi. Tempo dopo, con i vestiti laceri e il dipinto custodito in mano, non si sa come, arrivarono a Venezia dalla figlia: mia nonna, che li credeva periti nell’incendio, con sorpresa e comprensibile emozione si trovò i suoi genitori davanti all’uscio di casa. Da quel giorno il quadro fu posizionato in una stanza e ricordo che aveva sempre delle candele accese. Chiaramente i nonni non tornarono mai più a Smirne, così mia mamma nacque a Venezia. Anni dopo arriverà anche il cugino Paolo Boghos, che era stato deportato nell’interno dell’Anatolia insieme ad altri giovani armeni e sgozzato; ma il taglio alla gola non fu fatale, il suo corpo tramortito fu gettato su un gruppo di cadaveri e la neve bloccò l’emorragia: era sopravvissuto. Anche lui troverà ospitalità a casa dei nonni a Venezia.

Mio padre Girair era invece di Bursa, città importante della Turchia, e quando era piccolissimo la sua famiglia (mio papà aveva tre fratellini) si trasferì a Costantinopoli. Oltre che armeni i Mavian erano anche italiani. Doppio problema per l’impero ottomano poiché l’Italia era, nell’assetto geopolitico del tempo, un paese nemico.

Come mai suo nonno era italiano?

Lo era semplicemente perché non voleva essere turco e all’epoca si vendevano cittadinanze europee; così mio nonno scelse quella italiana e, quando dovette indicare una città di origine, disse di aver scelto Venezia perché era la più bella. Andarono in Bulgaria, a Burgas, e lì il nonno decise di costruire una casa in cemento armato “così nessuno può portarmela via un’altra volta”; invece arriverà il comunismo, che si impossesserà di tutto lasciandogli solo una stanzetta. Mio padre a tredici anni andò a Venezia, dove trascorse in gran parte la sua vita, per frequentare il Collegio Armeno Moorat Raphael, attivo dal 1690.

Cosa vuol dire crescere in una famiglia con questa storia alle spalle?

Io conosco la lingua armena perché i miei la parlavano tra di loro, anche se a me e alle mie sorelle parlavano più spesso in italiano. Riguardo la vicenda subìta in Turchia, papà non ne parlava mai e nemmeno le mie nonne: so di tanti che non ne hanno mai parlato ai loro figli, forse per lo shock. In casa si respiravano cultura e tradizioni armene e fu papà ad insegnarmi a leggere e a scrivere l’alfabeto armeno. Vivendo a Lido di Venezia avevamo l’Isola di San Lazzaro vicinissima ed è sempre stata il centro di riferimento per la nostra famiglia. Negli anni mi sono sempre più interessata alla mia origine armena leggendo libri sulla storia di un popolo dalla complicata storia millenaria.
Nevart e Carlo Mascarin

Lei è italiana ma cresciuta in un contesto familiare di tradizioni e religione diversa dalla maggioranza: si è mai sentita discriminata per questo?

No. Come famiglia non abbiamo mai avuto la sensazione di non essere italiani: ci sentiamo tanto italiani quanto armeni, anche perché mamma è nata a Venezia e papà ha sempre adorato il nostro Paese. Devo dire di non aver mai pensato a una differenza, diversamente da altre famiglie che hanno sofferto e soffrono di più l’integrazione. L’ ordine monastico mechitarista di San Lazzaro di Venezia è di fede cattolica; a Milano c’è la Chiesa Apostolica, entrambe di rito gregoriano. La liturgia è molto simile a quella latina, ma la musica liturgica delle Messe armene è particolarmente mistica ed affascinante.

Possiamo dire che le due siano Chiese sorelle: Giovanni Paolo II, quando andò in Armenia nel settembre 2001 per festeggiare i 1700 anni dalla nascita della Chiesa armena, fu ospite nello stesso edificio del Catholicos che è il capo della Chiesa Armena Apostolica in quanto non c’è una grande differenza. Una importante riguarda il celibato perché i preti armeni che scelgono di rimanere parroci possono sposarsi, diversamente da quelli che fanno carriera ai quali, invece, è richiesto il celibato.

Cosa ha provato la prima volta che è stata in Armenia?

Il mio primo viaggio in Armenia risale al 1998 ed è stato uno degli eventi che ha più inciso sulla mia vita. Al mio ritorno ho cominciato a dipingere arte armena religiosa. Tutto è partito dalle chiese viste in Armenia, che all’epoca erano diroccate e in stato di totale abbandono. Sono rimasta molto colpita, così ho pensato di focalizzare l’attenzione tramite creazioni artistiche sui temi tradizionali armeni, riproponendo le antiche miniature armene custodite nei preziosi antichi vangeli, o i khachkar le famose croci di pietra. Tramite le mie mostre personali in Italia e all’estero ho potuto divulgare ancora la cultura armena.

Il popolo armeno, nei millenni, ha subito persecuzioni, violenze, ma ha sempre mantenuto la fede cristiana: infatti nel vasto territorio che formava l’Armenia storica, nei secoli, ha eretto miriadi di chiese e di khachkar. Purtroppo gran parte dell’immenso patrimonio artistico è stato devastato non solo dai terremoti, ma soprattutto da atti volontari dei conquistatori, che hanno distrutto il più possibile effettuando un vero e proprio genocidio culturale, che ancora in questo secolo ha visto in Nachicevan la distruzione di ottantanove chiese armene antiche e di migliaia di pietre tombali dell’antico cimitero medioevale armeno di Giulfa. Scatti satellitari prima e dopo ne confermano la distruzione totale. Al posto delle antiche chiese e cattedrali sono sorte moschee o solo distese di arida terra.

Un khachkar nel monastero di Goshavank in Armenia

Dal 2008 è presidente di Casa Armena – Hay Dun di Milano: di cosa si occupa questa realtà? È cambiato qualcosa nel suo sentirsi anche armena?

L’attività dell’associazione culturale Casa Armena – Hay Dun è apolitica e laica. Fondata a Milano nel 1953, opera per mantenere e diffondere la cultura armena in Italia. Questo impegno ha dato i suoi frutti poiché, nonostante si conosca poco la vicenda degli armeni, negli ultimi decenni c’è stato molto interesse da parte di studiosi italiani. Purtroppo nei libri di testo scolastici ci sono solo poche righe dedicate al genocidio e non abbiamo un riconoscimento ufficiale del 24 aprile, giorno della commemorazione del Metz Yeghern (il Grande Male) che raramente viene citato anche dai mass media. In Francia, per esempio, tutto ha più rilievo poiché la comunità armena è molto numerosa. Anche negli Stati Uniti, soprattutto in California, si trovano numerose scuole e chiese armene grazie alla numerosa presenza del mio popolo.

Vorrei concludere con una riflessione generale sulla questione dei rifugiati: lei pensa che oggi, nel mondo globalizzato in cui ci troviamo ma paradossalmente sempre più orientato alla chiusura dei confini e alle identità nazionaliste, sia cambiato qualcosa rispetto a 100 anni fa?

Non so se è cambiato qualcosa, anche perché la situazione dei miei era un po’ diversa in quanto non erano ospiti di qualcuno ma avevano una propria casa. Inoltre, alla fine della prima guerra mondiale le condizioni economiche dei Paesi erano precarie: i profughi armeni che fuggirono in Grecia vissero per molto tempo in baraccopoli. I pochi sopravvissuti al genocidio non avevano scelto di andarsene, erano stati prelevati dalle loro abitazioni contro la loro volontà ed erano apolidi e senza documenti, in un contesto misero come quello del post Grande Guerra e questo era un problema enorme. Riuscirono con orgoglio a dare un’istruzione adeguata ai propri figli accettando lavori umili ed ebbero la soddisfazione di vederli professionisti. Alla generazione post genocidio spettò l’arduo compito di parlare, di raccontare le atrocità subite dal popolo armeno e di battersi per il riconoscimento del genocidio subìto nell’impero ottomano. Molte sono le nazioni che lo hanno riconosciuto.

Oggi in tanti fuggono da guerre o da situazioni di miseria e violenza, ma accoglienza e integrazione sono ancora un difficile traguardo da raggiungere.

Di Valentina Venturini
teologa ed educatrice presso la sede di Busto Arsizio dell’Ufficio Educazione Mondialità

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