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Aprirsi il cammino: l’educazione è opera corale

Un profondo male di vivere caratterizza le vite di molti giovani e adolescenti, che hanno perso le figure di riferimento per orientare la loro vita. Per una nuova educazione servono mentori che siano specchi fedeli

Partire dal reale

La necessità di ancorare le riflessioni e le prassi educative alla realtà è il primo punto della lezione di Paulo Freire, che ci invita a partire da un principio essenziale: le scelte educative devono scaturire da necessità concrete, per evitare di fornire risposte prefabbricate a domande che nessuno si pone, lasciando senza riscontro gli interrogativi più urgenti, con il ricorso ad attività programmate senza la ricezione dei bisogni reali.

Paulo Freire coniuga azione e riflessione perché l’agire educativo sia produttore di senso e l’esame di realtà preceda ogni progettazione o percorso. Dovremmo chiederci, allora, da quali priorità partire per affrontare le sfide educative in tempi liquefatti come i nostri; probabilmente dal concetto di povertà educativa, di emergenza, di catastrofe antropologica, di diffuso analfabetismo relazionale che vari autori e testi hanno segnalato nel corso degli anni.

 

In foto: Paulo Freire

❮❮ Educare richiede sinergie ed alleanze tra attori diversi, ma impegnati tutti nell’impresa più rischiosa ed audace che esista: crescere un essere umano. ❯❯

A questa povertà educativa dovremmo aggiungere anche una povertà emotiva, una deprivazione che emerge dall’ascolto delle sofferenze giovanili. Gli adolescenti le vivono in modo acuto e gli educatori, i formatori, sanno che non si tratta delle turbolenze attraversate anche da altre generazioni, ma di un vero e proprio male di vivere che assume varie forme: disturbi alimentari, difficoltà relazionale, analfabetismo emotivo, fruizione compulsiva dei social, perdita del desiderio e della speranza, incapacità di metabolizzare insuccessi o debolezze, isolamento hikikomori, crisi di identità ad ampio spettro, volontà di anestetizzarsi, autolesionismo, tentativi di suicidio.

Questo stato di cose si è generato nel tempo ed è multifattoriale, ma si accompagna alla fase in cui gli adulti fanno fatica ad esserlo davvero perché tendono a non distinguere autorevolezza (sana assertività) e autorità (prepotente imposizione di volontà) e, non riuscendo, arretrano pieni di dubbi o di esitazioni, o assumono con maggiore difficoltà le loro responsabilità educative. Molti di loro sono adultescenti, termine col quale si indica un transito mai avvenuto dall’adolescenza all’età adulta alimentato dall’illusione di un giovinezza infinita e della reversibilità di tutte le scelte. Gli adulti non cresciuti non possono diventare guide autorevoli, credibili, capaci di farsi carico del dovere di educare, se non rinunciando ad un protagonismo senza fine.

Gli adolescenti cresciuti come “cuccioli d’oro” (Pietropolli Charmet, 2009) inciampano e non sanno rialzarsi, vedono nello sforzo e nelle difficoltà ostacoli insormontabili, non reagiscono ad una delusione che rischia di spazzarli via e sperimentano una devastante perdita di futuro che apre le porte all’ospite inquietante, il nichilismo (Galimberti, 2008).

Nessuna delle agenzie educative può, da sola, formulare risposte efficaci:

– la famiglia da tempo ha in parte ridiscusso il suo ruolo ed è restia o riluttante ad esercitare una funzione normativa, alla necessità di dire i no essenziali per una crescita equilibrata e sana.

– la scuola è sovraccaricata da una serie di compiti aumentati negli ultimi anni e vive una crisi di identità: quali sono doveri e limiti della professione docente? Cosa si vorrebbe oggi che un insegnante diventasse: un assistente psicologico, un confessore, un coach, un facilitatore o un animatore?

– tra le altre agenzie educative il mondo del volontariato, dell’associazionismo, della partecipazione civile, svolge un ruolo prezioso come contesto formativo in cui è possibile vivere esperienze di socialità e di relazionalità alternative e complementari, in cui le domande di senso irrisolte possono sperare di trovare alcune risposte, nel servizio attivo, nell’esplorazione delle altre realtà culturali, di condizioni umane diverse dalla propria: più comunità e meno community, più autenticità e realtà e meno reality.

Educare richiede sinergie ed alleanze tra attori diversi, ma impegnati tutti nell’impresa più rischiosa ed audace che esista: crescere un essere umano. Soltanto ricucendo e rammendando gli strappi e le lacerazioni tra contesti educativi sarà possibile ricostruire un tessuto fatto di solidarietà intergenerazionale, ascolto, cura e reciprocità, rispondendo al bisogno di futuro e di rigenerazione.

Il ruolo delle specchio

Due figure del mito possono esprimere efficacemente la condizione attuale del giovane: Telemaco e Narciso. Entrambi hanno figure adulte carenti e sono disorientati.

Telemaco è il figlio di Ulisse: cresce senza padre da sempre, mentre la reggia di Itaca viene assediata dai giovani Proci ansiosi di sposare Penelope e di divenire signori dell’isola.

Il giovane si consuma, inerte, in attesa del padre immaginato. L’intervento di Mentore, amico di Ulisse, aprirà al giovane la strada della ricerca e del superamento dello stallo. Mentore svolge un’azione maieutica mettendo davanti agli occhi di Telemaco la sua condizione: non sei più un bambino, parti a vai alla ricerca di notizie di tuo padre; se apprenderai che è vivo, tornerai ad Itaca per preparare il suo ritorno; se apprenderai che è morto, darai un marito a tua madre e diventerai tu il signore di Itaca, come erede legittimo.

 

Telemaco, rispecchiandosi nelle sagge parole di Mentore, prenderà la decisione di partire, recandosi da Nestore e Menelao. Dunque, questo è un comportamento da buon educatore: affianca, fa l’essenziale e poi si dilegua in silenzio. Il suo intervento è un richiamo educativo pratico ed essenziale per risvegliare Telemaco: fai un esame di realtà sulla tua condizione, alzati e cammina, datti da fare e impegnati per uscire dalla rassegnazione.

 

In foto: I dolori di Telemaco, Angelika Kauffmann (1741–1807)

 

Il secondo, Narciso, è personaggio ampiamente noto, ma nella sua storia occorre rilevare un elemento essenziale: cercare l’immagine di sé e provare a rispecchiarsi è un’esigenza umana primaria e si verifica soprattutto quando c’è un deficit di riconoscimento o di anemia affettiva. Narciso non ha genitori o educatori, non sa tessere relazioni, non ha imparato ad amare e avverte forte il bisogno di conoscersi. Ciò che manda in rovina Narciso è la superficie riflettente che ha scelto: uno specchio liquido, che lo ha inghiottito.

 

In foto: Narciso, Jean Cossiers (1600-1671)

Se lo specchio fosse stato solido, avrebbe urtato contro una superficie rigida nel tentativo di possedersi e la storia avrebbe avuto la giusta svolta: Narciso si sarebbe salvato, prendendo coscienza di sé in modo costruttivo. Gli educatori o i formatori devono essere specchi efficaci e restituire un’immagine credibile, specie quando non esistono altri adulti in grado di svolgere questa funzione fondamentale: aiutare a capire chi si è e come crescere per essere pienamente se stessi.

Nel mito di Narciso emerge anche la figura della ninfa Eco, che rappresenta un’ulteriore espansione: quanto Narciso è distante e sdegnoso, tanto ardente e desiderosa di contatti è Eco, che se ne innamora perdutamente, fino alla consunzione, a perdere i contorni identitari, a tramutarsi in un’ombra, in una scia, svuotandosi interamente di sé. È la tentazione di compiacere, di conformarsi, di assecondare tendenze, perdendosi in un vaniloquio autodistruttivo nell’impossibilità di essere pienamente se stessi.

Per gli educatori e i formatori è un’impresa difficile resistere alle provocazioni di adolescenti allo sbando e incassare i colpi dei loro attacchi disperati, ma è il vero senso dell’educare: in una scena indimenticabile del film Uomini di Dio, i monaci di Tibhrine cantano l’amore di Dio come quello di una padre che cerca di stringere a sé “quel bambino difficile che è l’umanità”.

 

di Antonella Fucecchi
docente di Lettere, redattrice per molti anni di Cem mondialità, esperta di didattica interculturale

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