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Albi illustrati e intercultura: come i bambini scoprono la Cina attraverso la leggenda di Han Gan

Di Zelia Pastore
giornalista e pedagogista che legge libri per bambini dal 1984 senza sosta

La storia di Han Gan, tra leggenda e arte cinese

Un bambino così bravo a disegnare cavalli, talmente “vividi” che ad un certo punto della sua carriera di pittore uno di questi prende vita ed esce dal foglio, portando in sella un coraggioso guerriero: questo in estrema sintesi è il cuore della trama de Il cavallo magico di Han Gan di Chen Jiang Hong (edizioni Babalibri). Il protagonista di questo albo illustrato in bilico tra storia e leggenda è Han Gan, celebre artista vissuto in Cina intorno al 750 d.C. Partito da piccolo come un umile garzone, Han Gan diventa presto un grande pittore: era capace di rappresentare cavalli tanto somiglianti al vero da doverli dipingere legati, per evitarne la fuga. Quando un giorno accettò di disegnare il più valoroso dei destrieri per un condottiero, quest’ultimo divenne invincibile. Ma l’orrore della guerra lascia pian piano sgomento il cavallo, che decide di ritornare nella tela del suo disegnatore.

Con questo albo, Chen Jiang Hong regala ai piccoli lettori una storia ricca di significati e che racconta una parte della cultura cinese.

Chen Jiang Hong, classe 1963, è pittore, illustratore e autore: grazie ai suoi libri, tradotti in tutto il mondo, è considerato uno dei grandi maestri dell’illustrazione internazionale per l’infanzia. Le sue storie e la sua tecnica si rivolgono alla tradizione del suo paese d’origine, che Chen riesce a far rivivere in chiave moderna: le leggende tradizionali cinesi ci vengono restituite attraverso immagini cariche di colori tipici della sua terra (come il rosso-lacca), che uniscono la pittura all’uso dell’inchiostro di china su carta di riso o su seta (ispirandosi alle tecniche utilizzate anche da Han Gan).

Gli albi illustrati sono ponti tra culture: l’importanza dell’empatia con il protagonista

Addentriamoci nelle sue pagine e cerchiamo di capire assieme a Francesca Archinto, direttrice editoriale della casa editrice Babalibri, come questo libro possa essere un ponte tra i bimbi dai 3 ai 6 anni e la cultura di questo paese orientale.

“Il fatto che Han Gan sia in qualche modo “fissato” con l’idea del cavallo è una caratteristica tipica degli alunni della scuola dell’infanzia, che spesso hanno delle forti passioni monotematiche. Ciò che mi interessa sottolineare è che questo albo ci narra di un altro paese, di un’altra cultura, ma ce li racconta tenendo fermi dei punti in cui il bambino può ritrovarsi. Se io voglio presentare un paese che è così lontano dal nostro mondo, con protagonisti adulti o comunque molto diversi dai piccoli lettori è difficile che i bambini di questa fascia d’età riescano a entrare “in sintonia” con questi personaggi.

Ma se io racconto la storia di un bambino, che fondamentalmente ha delle caratteristiche che assomigliano al bambino – lettore, è più facile entrare in sintonia con questo personaggio, pur raccontando una realtà completamente diversa da quella in cui lui vive. Se il piccolo si rispecchia nel protagonista, può “concentrarsi” nel codificare la nuova cultura che gli si para davanti, avendo già in qualche modo “fatto amicizia” con il protagonista della storia. Fin dalle prime pagine infatti i lettori, dopo aver empatizzato con la figura del piccolo Han Gan, capiscono di trovarsi immediatamente catapultati in un mondo “altro” rispetto al loro, con colori prevalenti molto diversi dai nostri, dove le persone si vestono in modo particolare e hanno tratti somatici differenti.

Se sono riusciti ad immedesimarsi nel protagonista, accade che in qualche modo scoprono la Cina sfogliando le pagine del libro e questa terra, vista attraverso gli occhi di un bambino come loro, non risulta più così estranea: viene accettata di buon grado, con grande curiosità, con grande voglia di conoscere”. 

Questo accade perché il tramite, la porta d’ingresso per la Cina, è un bambino come loro che li porta per mano nella sua terra?

“È la chiave di interpretazione. Questo libro poi ha anche un aspetto più fiabesco: il cavallo a un certo punto esce dal foglio, e per i bambini il fatto che le cose inanimate prendano vita è qualcosa di meraviglioso, che li diverte e li affascina moltissimo. In più si tratta del destriero di un condottiero, che va a combatte e vince tutte le guerre. È un racconto emotivamente molto forte, che riesce a entrare nella testa dei bambini anche grazie a questo elemento del “fantastico” che aumenta la curiosità nei confronti della trama e di conseguenza della Cina”.

Albi illustrati ed educazione interculturale: un’esperienza emotiva oltre le nozioni

Perché un albo illustrato in generale è un buon tramite per far incontrare ai bambini culture lontane?

È uno strumento importantissimo, perché attraverso un albo illustrato il bambino non riceve solo informazioni: entra dentro una storia. Vive quello che accade, respira i colori, l’atmosfera, i dettagli di un’altra cultura. In fondo succede lo stesso anche a noi adulti quando leggiamo un romanzo ambientato in un “altrove”: non impariamo un elenco di nozioni, ma facciamo esperienza di un mondo. Se con un bambino della scuola dell’infanzia ci limitiamo a spiegare che in Cina si usavano le lance, le lanterne o il rosso per decorare le case, restiamo sul piano teorico. Con una storia, invece, quei particolari diventano vivi. Il bambino impara quando è immerso in un contesto, quando si emoziona. Le nozioni si possono memorizzare, ma ciò che si vive emotivamente si interiorizza davvero. E così, dopo aver visto una lanterna rossa nelle pagine del libro di Han Gan, se un giorno ne incontra una per strada (per esempio in zona Paolo Sarpi qui a Milano) capirà immediatamente dove si trova: quella cultura non è più estranea, è diventata in qualche modo familiare”.

Una storia appassionante, un personaggio che sia vicino a loro e delle immagini evocative: è questa la potenza dell’albo illustrato, che permette loro di “entrare” in un’altra cultura?

“Esatto. L’albo illustrato prende il bambino e lo accompagna dentro la storia, in questo caso in Cina, ma potrebbe essere qualsiasi altro Paese. Le immagini sono potenti, parlano direttamente al cuore. Penso, ad esempio, alla scena del cavallo che piange, disgustato dalla guerra: è un’immagine fortissima, che colpisce anche i più piccoli. Con i bambini di tre anni ci si può fermare all’atmosfera, all’immersione in un mondo diverso; con quelli di cinque si può iniziare a parlare anche di temi più complessi, come la guerra e le sue conseguenze. L’albo cresce con loro”.

Dal libro al laboratorio: l’esperienza concreta per familiarizzare con un’altra cultura

Sabato 14 febbraio alle ore 16, nella Biblioteca Pime, si tiene il secondo appuntamento del ciclo “Da un libro al mondo”, una nuova proposta del Centro Pime per i bambini dai 3 ai 6 anni. L’incontro prevede la lettura dell’albo di Chen Jiang Hong seguita da attività laboratoriali: i partecipanti avranno modo di osservare e toccare con mano un antico kit di calligrafia cinese e delle statue di cavalli e guerrieri. Avranno poi l’occasione di disegnare con stencil e inchiostro cinese il loro animale zodiacale. Infine, con una breve visita al Museo Popoli e Culture, il mondo in cui vive e si muove Han Gan diventa reale grazie all’osservazione degli abiti tradizionali cinesi della collezione. Approfondiamo sempre con Francesca Archinto le potenzialità di questo secondo momento “pratico”.

Che risvolto pedagogico hanno le attività laboratoriali, sempre nell’ambito della conoscenza di una nuova cultura, per un bambino nella fascia 3-6 anni?

“È fondamentale per poter familiarizzare davvero con questa nuova cultura perché il bambino di questa età ha bisogno di sperimentare in prima persona. Prima ascolta la storia, la elabora con la fantasia, poi la “tocca”. Se dopo la lettura gli mettiamo in mano un pennello e lo invitiamo a provare a disegnare un cavallo, quello che ha immaginato prende forma concreta. Il laboratorio fissa l’esperienza: rende reale ciò che prima era solo racconto e lo fa sentire più vicino a quella cultura. Possiamo vedere questo assunto teorico concretizzarsi anche nelle piccole cose. Durante un laboratorio per bambini organizzato con Chen Jiang Hong, l’autore, ho visto con i miei occhi i piccoli partecipanti impugnare il pennello come una penna, in obliquo. Lui ha spiegato loro che in Cina non si impugna così, ma si tiene in verticale, perché fa da tramite tra cielo e terra. All’inizio per loro sembrava un gesto innaturale, poi, capito il significato, tutti hanno iniziato a tenerlo come indicato da Chen”.

Il valore pedagogico del tempo in coppia: costruire ricordi positivi

L’attività proposta dal Pime è pensata per la coppia bambino – adulto, che accompagna e sostiene. Ho chiesto alla pedagogista Simona Fico della cooperativa Stripes il senso educativo, la ricchezza che sta dietro la proposta di un’attività in coppia.

“In questo laboratorio il caregiver accompagna il suo piccolo, lo sostiene in caso abbia bisogno del suo aiuto ma ha anche la preziosa occasione di trascorrere con il bambino un tempo disteso, divertente e rilassante, prezioso per la costruzione di ricordi positivi. Nella vita quotidiana i genitori o i nonni tendono in qualche modo a “dare ordini” tutto il giorno: al mattino si va di corsa e ci si veste in fretta, quando si torna ci sono da fare la merenda, i compiti e le varie attività, alla sera veloci a lavarsi i denti e a letto. A volte si prova ad iniziare un gioco con il piccolo ma poi l’adulto ha sempre mille attività a cui stare dietro (passare l’aspirapolvere, preparare la cena) e il tempo del gioco si frammenta. Arrivare in un contesto già di per sé bello e stimolante, come la biblioteca o il museo, e lasciarsi guidare dalla proposta dell’educatrice è già di per sé rilassante per “i grandi”. Lo è anche per il bambino, perché sente che non c’è pressione sul suo risultato, solo il desiderio di stare insieme e questo è fondamentale per “cementificare” la relazione. Il laboratorio “a coppia” si presenta così come un tempo piacevole, strutturato, circoscritto entro dei limiti temporali che permette all’adulto di pensare solo ed esclusivamente alla gioia di stare con il suo bambino”.

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