Affrontare l'incertezza del cammino

Per educare nella contemporaneità, affrontando le sfide che essa pone, è necessario cambiare paradigma. Antonella Fucecchi, esperta di didattica interculturale inquadra le criticità di un percorso per una nuova educazione alla mondialità

Una premessa

L’irrequieto scenario geopolitico, economico, finanziario e la situazione di impoverimento progressivo, con l’indebolimento dello stato sociale, pone educatori e formatori davanti alla necessità di studiare strategie e percorsi educativi che superino la tentazione della rassegnazione o dell’impotenza; la fine della pandemia accompagnata dalla riapparizione della guerra nella sua manifestazione più cruda e più sanguinosa non permette di continuare ad educare come se, in fondo, tutto possa andare alla fine per il verso giusto (andrà tutto bene). La situazione attuale, infatti, sembra la realizzazione degli scenari già delineati dai pensatori più acuti del secondo Novecento,  a partire da Baumann, Beck, Habermas, proseguendo con Appadurai: le visioni da tardo Novecento si sono rivelate profetiche oltre ogni aspettativa. Per provare ad educare in tale contesto  occorre l’acquisizione di uno sguardo lungimirante, capace di essere contemporaneamente globale, aperto, interconnesso, olistico ma anche locale, cioè attento alle realtà prossime, alla relazionalità di strada, di ambiente, di associazione, di vicinato. E la nostra postura dovrà essere flessa verso il piccolo e il quotidiano, e contemporaneamente avere un orizzonte di mondialità. Per imparare come abbiamo bisogno del conforto e del sostegno di uomini planetari, capaci di immaginare percorsi inediti e di additarci i cammini adatti a questi nostri tempi liquidi.

Un mutamento di paradigma

La certezza di trovarsi difronte a un punto cruciale e a grandi sfide emerge con chiarezza sia nel magistero di Papa Francesco, ma anche nelle visioni di Edgar Morin, il grande sociologo teorico della riforma del pensiero e dell’educazione incentrata sulla testa ben fatta e non ben piena. Per seguire meglio il filo del  ragionamento, risulta utile fornire alcuni riferimenti bibliografici; di Edgar Morin sono ancora attuali più che mai i Sette saperi necessari all’educazione del futuro, legati alla necessità di comprendere i meccanismi fondamentali della conoscenza per prendere coscienza dei seguenti fenomeni:

  • La cecità della conoscenza: non idolatrare il sapere, cogliendo anche il rischio dell’errore e della illusione.
  • I principi di una conoscenza pertinente: superare specialismi e parcellizzazioni e favorire approcci sistemici.

Gli altri saperi si occupano dei contenuti e della finalità dell’insegnamento, dell’apprendimento e dell’educazione.

  • Insegnare la condizione umana: il vero obiettivo di ogni conoscenza, confrontarisi con la ricchezza della complessità.
  • Insegnare l’identità terrestre: includere nell’orizzonte di senso l’idea della condivisione di una comunità di destino che riporta le singole identità all’unica grande comune appartenenza al genere umano.
  • Affrontare l’incertezza: accogliere l’imprevisto e il possibile, abbandonare il porto sicuro del già conosciuto e lasciare spazio al nuovo.
  • Insegnare la comprensione: favorire processi di ricomposizione di ciò che è stato umiliato o negato o rimosso che ha grandi ricadute in area educativa.

L’ultimo dei saperi è il richiamo al principio responsabilità di Hans Jonas: condividere un atteggiamento etico di tipo planetario.

  • L’etica del genere umano: lavorare per costruire una comunità umana planetaria responsabile che sappia valorizzare le differenze, nella ricerca costante di una interazione volta al bene comune.

 

In foto: Edgar Morin

I quattro principi della convivenza sociale

I sette saperi trasversali si fondano sulla rete di connessioni, su una conoscenza reticolare e non parcellizzata o specialistica dei rapporti che uniscono le parti, sulla capacità di interconnettere scienza ed etica, sviluppo della conoscenza e assunzione di responsabilità. Papa Francesco ha motivato la necessità di un pensiero lungimirante affermando che non si deve essere troppo ossessionati da questioni limitate e particolari. Le parole di Papa Francesco provengono dall’Esortazione Apostolica, che reca la data del 2013: sono già trascorsi dieci anni e nel frattempo la situazione è andata peggiorando sempre più. Nella parte finale dell’esortazione il Papa proponeva anche “quattro principi” che orientano specificamente lo sviluppo della convivenza sociale:

  • Il tempo è superiore allo spazio.
  • L’unità prevale sul conflitto.
  • La realtà è più importante dell’idea.
  • Il tutto è superiore alla parte (e il modello non è la sfera, ma il poliedro).

Questa forma mentis che unisce le riflessioni di Morin e le parole di  Francesco impone di considerare l’umanità affratellata di un destino comune e da un’unica grande responsabilità: rendere ancora possibile la vita sul pianeta Terra alle generazioni future uscendo da un’ottica rigidamente antropocentrica.

Questa visione è necessaria per far fronte alle grandi urgenze, la prima delle quali, quella che le precede tutte, è la salvaguardia del pianeta e della biosfera, della Terra come casa madre di tutte le specie viventi; la seconda riguarda gli squilibri globali, la sperequazione, la disparità di genere e la necessità di un mutamento di paradigma, in ogni ambito anche e soprattutto economico.

L’economia sembra essere il contesto più resistente, meno aperto al cambiamento, più impermeabile alle trasformazioni, ma un mutamento di prospettiva produce effetti impensabili che permettono di far quadrare profitto e benessere, salvaguardia della casa comune e più equa ridistribuzioni delle risorse.

❮❮ Continuare ad educare in questo contesto richiede l'assunzione di una postura non rigida, non rettilinea, ma curva; richiede di assumere la fraternità come modello di riferimento e la cura come stile di comportamento, su scala globale e locale. ❯❯

Le grandi sfide educative

Continuare ad educare in questo contesto richiede l’assunzione di una postura non rigida, non rettilinea, ma curva; richiede di assumere la fraternità come modello di riferimento e la cura come stile di comportamento, su scala globale e locale. Occorre un processo di riumanizzazione, partendo da autori come Paulo Freire, perchè l’oppressione oggi non è più di classe o non è più circoscritta ad un contesto solo, ma è drammaticamente la condizione della specie umana contemporanea; ma occorre anche un processo che uscendo dall’antropocentrismo sappia tessere nuove relazioni con tutto il creato: e questa è una saggezza del pensiero femminile, capace di curare le connessioni, le reti, che sa assumere una postura curva e volge lo sguardo intorno per rammendare e risignificare le relazioni.

Il tessuto sociale in cui ci troviamo ad operare nelle nostre città, infatti, è caratterizzato da alcuni fenomeni particolarmente evidenti: lacerazione e aumento delle tensioni e dei conflitti; erosione di valori incorporati latenti e una volta condivisi in ogni ambito della vita collettiva; affermazione di un narcisismo vorace, onnivoro, accompagnato da una forte volontà di non preparare il futuro, di colonizzarlo, di impedirne l’irruzione in nome presentismo assoluto.

Sembra essere tramontata la convivialità delle differenze, mentre si inasprisce il confronto tra generazioni perché anche in questo campo si è interrotto il dialogo intergenerazionale, in un paese come il nostro che è dominato da un declino demografico di rara intensità.

Occorre, allora, il ritorno della politica e alla politica, provare di nuovo a condividere un pensiero della socialità da rivedere non in senso securitario ed esclusivo con il culto delle identità o della purezza, né in chiave retropica come nostalgia di una passato idolatrato come migliore o come modello. Occorre la forza di un’utopia illuminata dalla fiducia e dall’affermazione di paradigmi diversi da quelli assunti finora come unico punto di riferimento. È in questa direzione che vorremmo intraprendere un cammino di riflessione, orientando le nostre bussole sulle rotte incerte di un futuro ancora possibile, abitando la Terra come casa comune.

 

di Antonella Fucecchi
docente di Lettere, redattrice per molti anni di Cem mondialità, esperta di didattica interculturale

Nei prossimi articoli...

Esplorare le sfide illustrate in questo contributo sarà il filo conduttore dei successivi articoli:

  • Dare un nome alle “nebbie” illuminati dalle parole di Paulo Freire
  • La Terra casa comune e l’humanum fondamentale
  • La riscoperta della socialità e della communitas
  • Il paradigma della cura della fragilità
  • Una riflessione sul tema dell’istruzione tra merito ed inclusione

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